Per quasi due settimane non vidi né Teresa né Andrea. La farmacia continuò ad aprire alle otto e mezzo, a riempirsi prima di pranzo e a svuotarsi quando la gente tornava al lavoro. Nell’area dei prodotti sospesi comparvero una confezione di garze, un detergente delicato e due tubetti di crema per mani secche. Non li associammo a nessun cliente. Chi ne aveva bisogno poteva scegliere, e noi registravamo i ritiri senza costruire storie attorno alle persone.
Fu Andrea a tornare per primo. Portava Sofia per comprare dei cerotti: la bambina si era sbucciata un ginocchio giocando. Mentre Marco la aiutava a scegliere una confezione, Andrea mi disse che aveva telefonato a sua madre. La prima chiamata era durata quattro minuti. La seconda un po’ di più.
«Non è stato facile», ammise. «Continuavo ad aspettare la frase in cui mi avrebbe spiegato che avevo capito male. Non è arrivata.»
«E lei che cosa le ha detto?»
«Che Sofia ha diritto a conoscere sua nonna, ma non a essere messa in mezzo a noi. Le ho proposto di vederci al giardino vicino alla biblioteca, con me presente. Una mezz’ora. Se Sofia vuole.»
Sofia, che ci aveva raggiunti, lo tirò per la manica.
«Papà, prendo quelli con gli animali?»
«Se ti piacciono. Ma ricordati che non serve mettere cinque cerotti su un ginocchio solo.»
La bambina rise. Lui le sistemò il cappuccio, poi tornò a guardarmi. Mi accorsi che non chiedeva il mio parere. Mi stava soltanto dicendo come aveva deciso di procedere. E io ero contenta di poterlo ascoltare senza suggerire il passo successivo.
Teresa passò tre giorni dopo. Comprò la sua confezione abituale, quella sola, e rimase qualche minuto vicino alla cassa. Aveva una domanda negli occhi, ma non parlò di Andrea finché non le chiesi se volesse un sacchetto.
«No, grazie. La tengo in borsa.»
Poi aggiunse che il sabato avrebbe visto Sofia al giardino. Avrebbe voluto portarle il vecchio album delle fotografie, quello con Chiara sorridente sotto un ombrellone giallo. Andrea le aveva chiesto di aspettare. Teresa aveva accettato.
«Una volta avrei pensato che fosse una crudeltà», disse. «Ora mi sembra una richiesta ragionevole. Le fotografie sono importanti, ma Sofia non deve ricevere tutta la nostra storia in un pomeriggio.»
Non le domandai come si sentisse. La vedevo sistemare e risistemare il bordo del cappotto, e capivo abbastanza. Le augurai soltanto una buona giornata.
Il lunedì successivo Teresa tornò con una notizia piccola, raccontata senza trionfo. Al giardino Sofia era rimasta vicina ad Andrea per quasi tutto il tempo. Aveva chiesto perché sua nonna non venisse più a prenderla all’uscita di scuola. Teresa non aveva cercato un colpevole da indicare.
«Le ho detto che avevo fatto del male a suo padre e che stavamo cercando un modo per parlarci meglio. Andrea era lì e mi ha lasciata finire.»
«Sofia che cosa ha risposto?»
«Mi ha chiesto se avevo imparato a bussare prima di entrare in casa.»
Teresa rise e pianse quasi nello stesso momento. La bambina ricordava le visite improvvise, i rimproveri nel corridoio, la tensione che tutti avevano creduto di nasconderle. Non aveva bisogno di conoscere ogni dettaglio per sapere che gli adulti avevano rotto qualcosa.
«Le ho detto di sì. Poi le ho chiesto se potevo prenderle la mano. Ha detto che preferiva camminare accanto a suo padre. Allora abbiamo camminato così.»
Fu quella la prima cosa che mi fece pensare che, forse, stavolta avrebbero avuto una possibilità. Teresa non era tornata con la notizia di un abbraccio. Era tornata con il racconto di un no che aveva saputo rispettare.
Nelle settimane seguenti non ci furono svolte spettacolari. Andrea e sua madre si telefonarono qualche volta. Una domenica Teresa consegnò ad Andrea, non a Sofia, l’album delle fotografie, perché decidesse insieme alla figlia quando guardarlo. Un’altra volta saltarono l’incontro al giardino: Sofia aveva la febbre e Andrea preferì restare a casa. Teresa non si presentò con una zuppa e non chiamò dieci volte per sapere come andava. Mandò un messaggio breve, augurò alla bambina di stare meglio e aspettò che fosse il figlio a rispondere.
Quando le chiesi se le pesasse, Teresa annuì.
«Molto. Ma il fatto che mi pesi non significa che sia sbagliato.»
Un venerdì pomeriggio li vidi entrare tutti e tre insieme. Fu una sorpresa persino per Marco, che si fermò con un pacco di garze in mano. Sofia camminava in mezzo ai due adulti, ma teneva soltanto la mano di suo padre. Teresa portava il cappotto marrone; il bottone diverso era stato finalmente sostituito con uno uguale agli altri.
Andrea appoggiò sul banco la confezione indicata dal medico per le mani di Sofia. Teresa ne prese un’altra dallo scaffale, per sé. Non guardò mio figlio, non cercò di intervenire sul pagamento. Rimase in disparte mentre io battevo il prezzo della prima scatola e Andrea apriva il portafoglio.
«La pago io», disse lui.
«Certamente.»
Pagò senza controllare tre volte le monete, come faceva una volta, ma senza quell’aria di vittoria che spesso gli altri attribuiscono a chi riesce finalmente a permettersi qualcosa. Era solo un acquisto necessario. Aveva diritto a farlo senza che qualcuno ne ricavasse una lezione.
Poi Teresa si avvicinò con la sua crema. Pagò il prezzo esatto e la infilò nella borsa. Stavo per salutarli quando Andrea indicò l’espositore dei prodotti sospesi.
«Funziona ancora?»
«Sì. Con le regole di cui abbiamo parlato.»
«Allora vorrei lasciarne una per chi ne avrà bisogno. Non importa chi sia.»
Gli mostrai quali prodotti potevano essere acquistati e lasciati a disposizione. Ne scelse uno, lo pagò e non mi domandò chi sarebbe passato a ritirarlo. Teresa non commentò. Sofia, invece, rimase a osservare il pacchetto mentre lo sistemavo nel ripiano apposito.
«E se nessuno lo vuole?» chiese.
«Resterà qui finché potrà essere utile. E se servirà cambiarlo, ce ne occuperemo noi.»
Sofia ci pensò. Poi guardò la nonna.
«Sabato vieni a vedere il mio disegno nuovo? Papà ha detto che possiamo mostrartelo al giardino.»
Teresa cercò gli occhi di Andrea prima di rispondere. Lui fece un cenno appena percettibile.
«Se vuoi, ci sarò», disse lei.
Uscirono insieme, senza stringersi in un abbraccio e senza fingere che tutto fosse tornato com’era. Andrea tenne la porta, Sofia gli mostrò una macchia di colore sul polsino, Teresa ascoltò senza correggere nessuno. Rimasi a guardarli soltanto il tempo necessario a vedere che proseguivano nella stessa direzione.
Ripensai a quel primo mattino, quando avevo restituito a Teresa le monete della seconda confezione perché non capivo che cosa stesse comprando. Credevo che bastasse scoprire chi riceveva un regalo per conoscere tutta la storia. Non avevo visto le ferite che potevano nascondersi dietro un gesto gentile, né la dignità di chi desiderava poterlo rifiutare. Avevo imparato anch’io a chiedere meno spiegazioni e a lasciare più spazio alle risposte che le persone sceglievano di darmi.
Sul ripiano rimase una confezione pagata, in attesa di qualcuno che potesse volerla. Questa volta non c’era un nome scritto sopra, e a nessuno mancava il diritto di scegliere.
FINE.













