Quando il mio capo mi chiese di accompagnare sua figlia al ballo di fine anno, promise che mi avrebbe ricompensato.
Pensai a un favore semplice, forse un po’ imbarazzante, ma capace di alleggerire le spese di casa.
Poi, davanti all’ingresso della villa dove si teneva la festa, Macy aprì lo sportello, si voltò verso di me e disse qualcosa che mi fece dimenticare perfino il rumore della musica.
«Aspetta. Mio padre non ha scelto te per caso. E non l’ha fatto per me.»
Un anno prima, quando avevo diciannove anni, avevo iniziato a lavorare per Walter in una piccola azienda di distribuzione alle porte di Bologna.
Il magazzino non aveva niente di elegante: scaffali metallici, pavimenti consumati dai carrelli e un odore costante di cartone umido.
Ma ogni volta che ricevevo lo stipendio mi sembrava di avere conquistato qualcosa di importante.
Mia madre, Connie, cresceva da sola me e mia sorella minore, Hailey.
Da quando nostro padre se n’era andato, le bollette arrivavano sempre prima dei soldi.
La mamma alternava turni di pulizia e lavori di cucito, sostenendo che non fosse stanca nemmeno quando si addormentava sulla sedia della cucina.
Hailey, che aveva quattordici anni, fingeva di non desiderare le stesse cose delle sue compagne di scuola.
Io conoscevo quella finzione, perché l’avevo praticata per anni.
Per questo arrivavo in anticipo.
Non saltavo mai un turno se non per una ragione seria.
Quando Walter mi chiedeva di fermarmi un’ora in più per completare le consegne, accettavo senza protestare.
Non ero un eroe: avevo semplicemente paura di perdere l’unico lavoro stabile che avessi trovato.
Walter era un uomo sulla cinquantina, con i capelli già grigi vicino alle tempie e l’abitudine di controllare personalmente le serrature prima di andare via.
Parlava poco, ma ricordava ogni promessa.
Dopo alcuni mesi mi affidò le chiavi del deposito secondario e il compito di registrare le ultime consegne.
Quando mancava qualcuno, chiedeva di me.
Quando un cliente telefonava arrabbiato, voleva sapere se avessi visto il pacco.
Mi ero convinto che quella fiducia dipendesse soltanto dal mio impegno.
Un venerdì pomeriggio, mentre stavo sistemando le bolle di accompagnamento, la segretaria mi disse che Walter mi aspettava nel suo ufficio.
Entrai pensando a un problema con una spedizione.
Lui invece rimase in piedi accanto alla finestra, le mani infilate nelle tasche della giacca.
«Cody, avrei bisogno di un favore.»
«Certo, signor Walter.»
«Domani sera mia figlia ha il ballo di fine anno.»
Conoscevo Macy soltanto di vista.
Aveva diciotto anni e qualche volta era passata in ufficio a cercare il padre.
L’avevo vista discutere con lui sottovoce nel corridoio, ma non ci eravamo mai scambiati più di un saluto.
«Il ragazzo che doveva accompagnarla ha rinunciato all’ultimo momento», continuò Walter.
«Vorrei che ci andassi tu.»
Mi sfuggì una risata incredula.
«Io? Non credo che sua figlia mi conosca abbastanza.»
Walter abbassò gli occhi sulla scrivania.
C’erano una cartellina blu e un telefono acceso.
«Sei una persona responsabile. So che posso contare su di te.»
Poi aggiunse una frase che mi tolse il coraggio di rifiutare.
«Aiutami e farò in modo che ne valga la pena.»
Pensai alle scarpe da ginnastica di Hailey, consumate.
Pensai al frigorifero quasi vuoto e all’affitto che scadeva il lunedì successivo.
Mi vergognai un poco di accettare per il denaro, ma non avevo il lusso di fare finta che non servisse.
«Va bene. La accompagnerò.»
Walter annuì, ma non sorrise.
Per un istante sembrò sul punto di dirmi altro.
Invece si limitò a indicarmi l’indirizzo della villa sulle colline, dove gli studenti avevano organizzato il ballo.
A casa raccontai tutto alla mamma.
Lei posò il ferro da stiro, mi osservò e mi chiese se fossi sicuro che Macy fosse d’accordo.
«Walter dice che ha bisogno di un accompagnatore», risposi.
«Allora ricordati che non stai facendo un favore soltanto a suo padre. Anche lei deve poter scegliere.»
Quelle parole mi rimasero in mente.
La sera dopo presi in prestito l’auto di zio Dale, una vecchia berlina poco elegante.
Indossai l’unico completo che possedevo, quello comprato per un matrimonio di famiglia, e passai dieci minuti davanti allo specchio cercando di sistemare la cravatta.
Hailey mi salutò dalla porta della cucina come se stessi andando a una premiazione.
«Non fare il serio per tutta la sera!»
Arrivai a casa di Walter poco prima dell’orario stabilito.
Fu lui ad aprire.
Mi sembrò più nervoso della figlia: controllava l’orologio, guardava la strada oltre le mie spalle e teneva il telefono stretto nel palmo.
«Assicurati che si diverta», disse.
Quando Macy scese le scale, con un vestito blu scuro e i capelli raccolti, rimasi senza parole.
Lei però, appena mi vide, perse il sorriso.
Non disse che fosse colpa mia.
Semplicemente diventò distante, come se qualcuno avesse appena confermato una sua paura.
Walter ci scattò due fotografie davanti alla porta.
Al primo lampo, Macy socchiuse gli occhi.
Al secondo, suo padre le chiese di avvicinarsi a me.
Lei lo fece, ma tenne le mani strette intorno alla piccola borsa.
Durante il viaggio provai a parlare delle sue amiche, della musica e degli esami di maturità ormai vicini.
Macy rispose con poche parole, poi tornò a guardare fuori.
A un semaforo notai che stava scrivendo un messaggio, ma appena vide il mio sguardo spense lo schermo.
Mi convinsi di essere un accompagnatore indesiderato.
Quando finalmente parcheggiai davanti alla villa, la festa era già cominciata.
Dalle finestre illuminate arrivavano voci, risate e un basso ritmico che faceva vibrare i vetri dell’auto.
Spensi il motore e cercai di salvare un po’ di dignità.
«Spero almeno che la serata non sia terribile. Tuo padre ci teneva davvero che tu venissi.»
Macy non sorrise.
Aprì lo sportello, ma rimase seduta.
Poi si voltò verso di me.
«Aspetta», sussurrò.
«Mio padre non ha scelto te per caso. E non l’ha fatto per me.»
Per capire che cosa Macy aveva scoperto e perché Walter mi aveva voluto lì, continua con la Parte 2.













