«Hai trenta minuti per lasciare questa casa.»
Domenico Gallo gettò alcune banconote da cento euro ai piedi della giovane domestica.
Laila Benedetti rimase immobile.
Aveva ventitré anni, le lacrime agli occhi e una mano appoggiata istintivamente sul ventre.
Era incinta di tre mesi.
Aspettava due gemelli.
E l’uomo che la stava cacciando era il padre di entrambi.
Ma Domenico non lo sapeva.
Tutto era cominciato pochi minuti prima, nell’ufficio del suo lussuoso attico milanese.
Laila stava lucidando un antico vassoio d’argento quando un improvviso capogiro le aveva annebbiato la vista.
Da qualche settimana le nausee erano diventate sempre più frequenti. Cercava di nasconderle, temendo di perdere l’unico lavoro che le permetteva di sopravvivere.
Suo padre era morto lasciandole enormi debiti per le cure mediche.
Non aveva una famiglia facoltosa a cui chiedere aiuto.
Lo stipendio che riceveva nella residenza dei Gallo era tutto ciò che le restava.
Quella mattina, però, le gambe avevano ceduto.
Il piede era rimasto impigliato nel bordo del tappeto persiano.
Il vassoio le era sfuggito dalle mani.
Un prezioso decanter di cristallo era caduto sul pavimento, frantumandosi.
Il whisky aveva macchiato le costosissime scarpe di Celeste Rossi, la fidanzata di Domenico.
«Brutta incapace!» aveva urlato Celeste.
Laila si era inginocchiata immediatamente.
«Mi dispiace, signorina Rossi. Mi è girata la testa. Non mi sento bene da qualche giorno.»
Celeste aveva guardato Domenico con espressione disgustata.
«Hai sentito? Dice che sta male. Secondo me si droga. Guarda in che condizioni è!»
Domenico si era alzato lentamente dalla scrivania di mogano.
Era un uomo abituato a essere obbedito.
Nel mondo criminale milanese, il suo nome bastava a far tacere persone molto più potenti di Laila.
«È la seconda volta questa settimana che non fai il tuo lavoro come si deve.»
Laila aveva abbassato gli occhi.
«Signor Gallo, la prego. Ho davvero bisogno di questo impiego. Devo ancora pagare le spese dell’ospedale di mio padre…»
«Basta.»
Una sola parola.
Fredda.
Definitiva.
«Non posso permettermi persone che creano problemi.»
Celeste aveva sorriso.
«Mandala via, amore.»
Domenico aveva estratto alcune banconote dal fermasoldi e le aveva lasciate cadere davanti a Laila.
«Prendi questi soldi. Hai mezz’ora per andartene.»
Lei aveva fissato il denaro sul pavimento.
Avrebbe voluto gridargli la verità.
Dirgli che i bambini che portava in grembo erano suoi.
Che non era una domestica qualunque.
Che tre mesi prima, durante il grande ballo annuale in maschera della famiglia Gallo, lui l’aveva stretta tra le braccia.
Quella sera mancava personale per il servizio.
A Laila era stato ordinato di aiutare i camerieri.
Aveva tolto la divisa da domestica, indossato un abito elegante e nascosto il volto dietro una maschera veneziana dorata.
A un certo punto si era allontanata dalla sala affollata, cercando un posto tranquillo.
Era entrata nella biblioteca privata.
Domenico si trovava lì, da solo.
Stava bevendo, tormentato dalle minacce di una famiglia rivale.
Non aveva riconosciuto la sua giovane domestica.
E Laila, per la prima volta, aveva visto un uomo stanco dietro il volto del capo temuto da tutti.
Avevano parlato.
Poi la distanza tra loro era scomparsa.
Per una notte avevano dimenticato chi fossero.
Prima dell’alba Laila se n’era andata senza rivelare la propria identità.
Domenico non aveva mai saputo che la misteriosa donna dalla maschera dorata continuava a lavorare nella sua casa.
E nemmeno che quella notte avrebbe cambiato per sempre le loro vite.
Adesso, inginocchiata sul pavimento del suo ufficio, Laila avrebbe potuto raccontargli tutto.
Ma conosceva il potere di Domenico.
Era terrorizzata dall’idea che potesse sottrarle i bambini o farla sparire.
Così non disse nulla.
Raccolse lentamente le banconote.
Si rialzò, trattenendo le lacrime.
E lasciò la casa.
Passarono quattro mesi.
L’inverno era arrivato a Milano.
Gli affari di Domenico continuavano a prosperare, ma le sue notti erano sempre più agitate.
Celeste si era trasferita nell’attico con i suoi vestiti costosi, i gioielli e le continue pretese.
Domenico, però, continuava a pensare a un’altra donna.
Quella della maschera dorata.
Aveva controllato gli elenchi degli invitati al ballo.
Aveva interrogato il personale del catering.
Aveva rivisto le registrazioni delle telecamere.
Niente.
La donna sembrava svanita.
Di quella notte gli rimaneva soltanto un piccolo oggetto.
Un ciondolo d’argento leggermente ossidato, a forma di uccello.
Un giovedì sera, Domenico era seduto nel suo ufficio e faceva ruotare il ciondolo tra le dita.
Matteo, il suo braccio destro, entrò con alcuni documenti.
«Capo, le spedizioni dei Moretti sono state intercettate.»
Domenico non rispose.
Matteo guardò il piccolo ciondolo.
«Ancora quella donna? Lascia perdere. Magari cercava soltanto di approfittarsi di te.»
Domenico strinse l’argento nel pugno.
Non riusciva a capire perché una sconosciuta, incontrata per una sola notte, continuasse a tormentarlo.
Al di là delle finestre dell’attico, da qualche parte nella città, Laila portava ancora in grembo i suoi due figli.
Domenico sollevò il piccolo uccello d’argento verso la luce.
Era deciso a ritrovare la donna della maschera dorata.
Non sapeva che quella stessa donna si era inginocchiata davanti a lui quattro mesi prima, supplicandolo di non licenziarla.
E che lui l’aveva cacciata dalla propria casa senza nemmeno ascoltarla.













