La notte trascorse tra controlli, luci soffuse e voci che Laila cercava di distinguere attraverso la stanchezza.
Le contrazioni non si fermarono.
La dottoressa di turno le spiegò con calma quali fossero i rischi di un parto prematuro e quali specialisti sarebbero stati presenti.
Laila ascoltò, fece domande e firmò i consensi dopo averli letti.
Irene rimase accanto a lei finché il personale lo consentì.
Nessuno le disse che doveva essere coraggiosa per forza.
«Ho paura», sussurrò Laila.
«Lo so», rispose Irene.
«Ma sei qui, e ti stanno ascoltando.»
Quando il parto diventò inevitabile, l’équipe decise con Laila le modalità più sicure in base alla posizione dei bambini e alla situazione clinica.
Poco dopo nacque il primo gemello, un maschietto piccolo e arrabbiato, con un pianto breve ma deciso.
La seconda fu una bambina, che aveva bisogno di un aiuto maggiore per respirare.
Laila riuscì a vederli per pochi istanti prima che venissero affidati ai neonatologi.
Le dissero che entrambi sarebbero stati seguiti in terapia intensiva neonatale, come spesso accade con bambini nati diverse settimane prima del termine.
Non le promisero tempi certi.
Le spiegarono ciò che sapevano e ciò che avrebbero controllato.
Nel letto della sua stanza, Laila ripeté piano i due nomi che aveva scelto da sola.
«Elia e Nina.»
Irene le baciò la fronte.
«Sono nomi bellissimi.»
La mattina successiva, l’avvocata Serra chiamò Anna per una questione relativa alla denuncia e ai documenti di Laila.
Anna rispose che la ragazza era ricoverata e non poteva occuparsene.
Non aggiunse altro.
Domenico venne così a sapere soltanto che c’era stato un ricovero, non il luogo né l’esito del parto.
Per alcune ore rimase seduto nello studio, con il telefono davanti.
Aveva la tentazione di ordinare a qualcuno di trovare l’ospedale, come avrebbe fatto in passato.
Invece chiamò Carlotta.
«Le dica che, se ha bisogno di qualcosa per i bambini, io ci sono.
Non voglio sapere dove si trova finché non sarà lei a deciderlo.»
«È l’unica strada che può prendere», rispose l’avvocata.
Laila ricevette il messaggio due giorni dopo, quando riusciva finalmente a raggiungere il reparto neonatale senza fermarsi per la stanchezza.
Guardava Elia muovere le dita dentro l’incubatrice e Nina dormire sotto il controllo dei monitor.
Una infermiera le mostrò come appoggiare delicatamente la mano, senza disturbare i piccoli.
«Posso provare?», chiese Laila.
«Certo.
Le spiego come fare.»
Quel contatto le parve più grande di tutte le parole che aveva cercato per mesi.
Non cancellò l’angoscia, ma le diede una cosa concreta su cui concentrarsi.
Riuscì a parlare con i neonatologi, a chiedere informazioni e a ricordare una risposta dopo l’altra.
Nello stesso giorno Anna le portò i documenti del rapporto di lavoro.
La verifica delle competenze economiche era stata completata e il legale di Domenico aveva confermato per iscritto il pagamento di quanto dovuto, senza condizioni personali.
Le somme non erano una ricompensa per la nascita dei gemelli.
Erano un diritto che avrebbe dovuto essere rispettato prima.
«Non so se questo cambi qualcosa», disse Laila.
«Cambia quello che puoi fare domani», rispose Anna.
«Non quello che sei obbligata a provare per lui.»
La prima volta che Laila autorizzò Domenico a ricevere notizie dei bambini, lo fece attraverso la stessa avvocata.
Gli comunicò i nomi, la data di nascita e il fatto che fossero assistiti dai medici.
Aggiunse che non desiderava visite senza un accordo preciso.
Domenico lesse quelle righe e non riuscì a parlare.
Matteo, che lo conosceva da anni, rimase vicino alla porta senza fare domande.
«Sono nati», disse infine Domenico.
«Elia e Nina.»
Matteo abbassò la testa.
«E tu che cosa farai adesso?»
«Quello che avrei dovuto imparare molto prima.
Aspetterò di essere invitato, e nel frattempo farò ciò che spetta a un padre.»
Ma non c’erano soltanto i bambini.
L’indagine sulle intimidazioni aveva ricevuto anche i registri degli accessi, la fotografia davanti al centro civico e le informazioni sul veicolo usato da Stefano.
Gli investigatori stavano verificando i collegamenti, senza anticipare conclusioni.
Celeste aveva lasciato l’attico con i suoi effetti personali, e Domenico aveva disposto che tutto il personale fosse sentito da professionisti indipendenti sulle condizioni di lavoro e sulle pressioni subite.
Teresa, la vecchia governante, accettò di raccontare ciò che sapeva.
Non inventò nulla contro Celeste, ma ricordò le minacce rivolte a chi si opponeva agli ordini e i cambiamenti imposti dopo il suo arrivo.
La sua testimonianza aiutò a ricostruire un clima che Domenico aveva scelto di non vedere.
Una settimana dopo la nascita, Nina aveva ancora bisogno di assistenza respiratoria, ma i medici descrivevano piccoli progressi.
Elia prendeva lentamente peso.
Laila imparava a riconoscere i loro segnali e a chiedere aiuto quando il sonno diventava insopportabile.
Fu allora che autorizzò una breve visita di Domenico, in un orario concordato e con Irene presente.
Domenico arrivò senza regali costosi.
Portava soltanto un foglio con i propri recapiti e un documento preparato dal legale sulle modalità con cui avrebbe contribuito alle necessità dei figli.
Quando vide i bambini, si fermò a una distanza rispettosa.
Le mani che aveva usato per impartire ordini tremavano leggermente.
«Non mi devi dire che sei felice di vedermi», mormorò a Laila.
«Non te lo dirò, infatti.
Però volevo che li vedessi.»
Domenico guardò Nina, poi Elia.
Non cercò di toccarli finché l’infermiera e Laila non glielo permisero.
Per alcuni minuti il silenzio fu sufficiente.
All’uscita dal reparto, Carlotta lo chiamò.
Gli spiegò che era stato fissato un incontro formale per chiarire gli accordi commerciali con la rete dei Moretti e il suo ruolo nelle operazioni.
La scelta di consegnare i documenti non lo metteva al riparo dalle conseguenze.
Laila lo vide ascoltare, con il telefono stretto all’orecchio.
Quando lui tornò per salutarla, non fece domande sul contenuto della telefonata.
Ne aveva una più importante.
«Se per proteggere te stesso dovessi nascondere ancora qualcosa», disse, «sceglieresti di farlo anche adesso?»
Domenico non rispose subito.
Per la prima volta Laila non aveva paura di lasciare quella domanda sospesa, perché sapeva che la risposta sarebbe arrivata dai fatti.
Per vedere quale prezzo Domenico avrebbe accettato di pagare per la verità, continua con la Parte 6.













