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Gettò Banconote ai Piedi della Domestica Incinta, Poi Cercò per Mesi la Donna dalla Maschera Dorata

Novembre 7, 2026
in Famiglia
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4. Parte 4 – L’Ombra di Celeste

  • 1. Parte 1 – La Domestica Cacciata Via
  • 2. Parte 2 – La Lettera e il Ciondolo
  • 3. Parte 3 – La Verità al Centro Civico
  • 4. Parte 4 – L’Ombra di Celeste
  • 5. Parte 5 – Due Nomi in Terapia Intensiva
  • 6. Parte 6 – Il Diritto di Aprire la Porta

Laila non cancellò il messaggio.
Per un istante la tentazione di spegnere il telefono e sparire fu fortissima, ma Anna le aveva insegnato che una prova andava conservata.
Fotografò lo schermo con il telefono di Irene e inoltrò tutto alla volontaria.

«Non torniamo a casa passando per la solita strada», disse Irene.
«E non affrontiamo nessuno da sole.»

Si presentarono a un commissariato per segnalare la minaccia e spiegare che qualcuno aveva seguito Laila fino al centro civico.
Un agente raccolse le informazioni, chiese di conservare il numero e indicò come comunicare eventuali nuovi contatti.
Nessuno promise che un documento depositato avrebbe fatto sparire il pericolo.

Laila era stanca e aveva i piedi gonfi.
Avrebbe voluto tornare nella stanza a Baggio, chiudere la porta e dormire fino al mattino.
Invece rimase per tutta la durata della procedura, perché quella volta non voleva lasciare a un uomo potente la responsabilità delle sue scelte.

Domenico venne avvisato dall’avvocata Serra il giorno dopo.
La sua prima reazione fu chiamare Matteo e ordinargli di trovare il proprietario del numero.
Poi si fermò.

«No», disse prima che Matteo uscisse.
«Consegniamo ciò che sappiamo a chi indaga.
Non voglio che qualcuno commetta un’altra sciocchezza in mio nome.»

Matteo lo fissò a lungo.

«Un tempo non avresti esitato.»

«Un tempo non mi chiedevo mai chi avrebbe pagato dopo.»

L’avvocata gli ricordò che riconoscere la propria responsabilità come padre non lo autorizzava a intervenire nella vita privata di Laila.
Per il momento lei accettava soltanto comunicazioni attraverso Anna e lo studio legale.
Domenico firmò una dichiarazione di disponibilità ad assumersi i propri obblighi e a concordare, nei modi previsti, gli accertamenti necessari dopo la nascita.

«Non è un modo per comprare il suo perdono», precisò Carlotta.

«Non ho più intenzione di chiederglielo come se mi fosse dovuto», rispose lui.

Nel frattempo Matteo aveva recuperato, attraverso il responsabile informatico, i registri degli accessi amministrativi all’attico.
Le consultazioni degli indirizzi degli ex dipendenti erano partite da un account assegnato all’ufficio privato di Celeste.
Non bastava a dimostrare chi avesse mandato il messaggio, ma era un elemento da conservare.

Un addetto alla portineria riferì inoltre di aver visto Stefano Rossi uscire dal garage con una busta contenente copie di documenti societari.
Matteo verificò che alcuni di quei documenti riguardavano forniture collegate ai Moretti, gli stessi uomini citati nel rapporto sulle spedizioni intercettate.
Questa volta Domenico non si limitò a chiedere chi avesse tradito chi.
Chiese quali registrazioni e quali fatture potessero essere esaminate senza alterarle.

Celeste lo trovò nello studio quella sera.
Un mazzo di fiori destinato a un ricevimento era rimasto sul tavolo, ancora avvolto nella carta.
Non avevano fissato una data di nozze, ma lei parlava da settimane di inviti e ricevimenti come se tutto fosse deciso.

«Hai fatto cercare gli accessi del mio ufficio», disse.

«Perché qualcuno ha usato i dati di una mia ex dipendente per intimidirla.»

«Non hai prove che sia stata io.»

«Ho le prove che il tuo ufficio ha consultato il suo indirizzo.
Spetterà a chi indaga stabilire il resto.»

Celeste si avvicinò alla scrivania.

«Quella ragazza ti sta raccontando che aspetta i tuoi figli, vero?
E tu le credi.»

Domenico si accorse che lei conosceva un particolare che non le aveva confidato.
Non rispose alla domanda.

«Come fai a sapere dei bambini?»

«L’ho vista con i miei occhi.
È ovvio che stia cercando di approfittarsene.»

«Quello che farà Laila non lo deciderai tu.»

Celeste rovesciò il vaso dei fiori sul tappeto, poi rimase a fissare l’acqua che si allargava.
Domenico pensò al decanter di cristallo, al whisky sulle sue scarpe e al modo in cui aveva liquidato Laila per un oggetto rotto.
In quel momento capì quanto fosse stato facile usare il valore delle cose per ignorare quello delle persone.

«Il nostro fidanzamento finisce qui», disse.

Celeste impallidì, poi il suo viso divenne duro.

«Credi davvero che Stefano e i Moretti ti lasceranno uscire da tutti gli accordi che hai firmato?»

Domenico non si mosse.

«Se ho firmato qualcosa di illecito, dovrò risponderne.
Ma tu lascerai questa casa, e non avrai più accesso ai miei archivi.»

Lei lo minacciò di parlare dei suoi affari.
Domenico sapeva che la minaccia poteva costargli più della fine di un matrimonio mai celebrato.
Per anni aveva pensato che il potere fosse poter fermare chiunque.
Ora doveva scegliere se smettere di usare quel potere per nascondere se stesso.

Il mattino seguente consegnò all’avvocata i documenti relativi agli accordi sospetti, chiedendo di predisporne la trasmissione agli organi competenti.
Rileggendo una fattura, riconobbe anche la propria firma accanto a una consegna che aveva approvato senza pretendere spiegazioni.
Per anni aveva dato la colpa agli intermediari quando un affare diventava troppo scomodo da raccontare.
Ora quella firma gli ricordava che non bastava denunciare Stefano e Celeste per dichiararsi innocente.
Matteo gli domandò se fosse disposto a perdere una parte delle attività costruite in tanti anni.
Domenico non rispose subito, ma lasciò la fattura sul tavolo insieme alle altre.
Non poteva cancellare il proprio passato semplicemente mostrando un po’ di buona volontà.
Poteva, però, smettere di costruire nuove bugie sopra quelle vecchie.

Laila seppe della rottura del fidanzamento da Anna, che era stata informata soltanto per ragioni di sicurezza.
Non provò gioia.
Il fatto che Domenico avesse lasciato Celeste non significava che lei dovesse avvicinarsi a lui.

Si concentrò sui controlli, sui vestitini usati che Irene aveva lavato e sui nomi che aveva scritto su un quaderno senza ancora decidersi.
Quando una seconda comunicazione minacciosa arrivò da un altro numero, la aggiunsero alla segnalazione senza rispondere.
Anna le chiese di non modificare le proprie abitudini da sola e di chiamare subito se qualcuno si fosse presentato alla porta.

Passarono dieci giorni.
Durante una visita programmata, la dottoressa Conti notò contrazioni più regolari del previsto e decise di farla valutare in ospedale.
Laila avrebbe voluto protestare, ma un dolore improvviso la costrinse ad aggrapparsi al braccio di Irene.

In reparto, dopo gli accertamenti, una medica spiegò che il parto poteva iniziare prima del termine e che l’équipe si sarebbe occupata di lei e dei gemelli.
Laila chiese soltanto che Irene restasse il suo riferimento e che Domenico non fosse avvisato senza il suo consenso.

Poi sentì un’altra contrazione, più forte.
Stringendo la mano di Irene, capì che non avrebbe potuto rimandare la nascita finché il mondo intorno a lei fosse diventato sicuro.

Se vuoi sapere chi Laila avrebbe autorizzato a stare accanto ai gemelli, prosegui con la Parte 5.

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4. Parte 4 – L’Ombra di Celeste

  • 1. Parte 1 – La Domestica Cacciata Via
  • 2. Parte 2 – La Lettera e il Ciondolo
  • 3. Parte 3 – La Verità al Centro Civico
  • 4. Parte 4 – L’Ombra di Celeste
  • 5. Parte 5 – Due Nomi in Terapia Intensiva
  • 6. Parte 6 – Il Diritto di Aprire la Porta
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