Andrea non alzò la voce. Fu questo, all’inizio, a rendere più difficile stare seduta in quella stanza. Parlava lentamente, come se avesse aspettato a lungo di poter usare parole precise e non volesse sprecarne nemmeno una.
«Quando mi hanno convocato, ho pensato che un vicino avesse capito male qualcosa. Poi l’assistente sociale mi ha chiesto se lasciavo Sofia sola mentre lavoravo. Io non capivo nemmeno da dove venisse quella domanda.»
Teresa lo fissava senza interromperlo.
«Elisa mi aiutava tutti i pomeriggi in cui avevo il turno lungo. La mattina portavo Sofia a scuola. La sera preparavamo la cena. Sì, la casa era spesso in disordine. Sì, qualche volta mi dimenticavo una firma o una riunione. Ma tu sapevi che non la lasciavo sola. Avresti potuto chiedermelo.»
«Avrei dovuto», rispose Teresa.
«Invece hai fatto diventare i miei errori una storia diversa. E quando ti ho chiesto perché, hai detto che non avevi alternative.»
Teresa inspirò e si sfilò gli occhiali. Per un istante credetti che avrebbe cominciato a spiegarsi. Si limitò ad appoggiarli accanto al bicchiere.
«Avevo alternative. Avevo il numero di Elisa. Avevo il tuo. Potevo aspettare e fare domande. Non l’ho fatto.»
Andrea abbassò lo sguardo, sorpreso forse dalla mancanza di difese. La sua espressione non si addolcì.
«Non basta dirlo adesso. Tu non c’eri quando Sofia mi chiedeva se gli estranei sarebbero tornati. Le persone che hanno fatto i controlli sono state corrette, ma lei aveva paura lo stesso. Io pure. E tu, invece di chiedermi come stessimo, hai insistito che avresti fatto qualunque cosa per proteggerla. Come se io fossi il pericolo.»
Le dita di Teresa si chiusero sul fazzoletto.
«È vero.»
«Sai qual è la cosa che mi ha fatto più male? Chiara era morta. Io non avevo ancora imparato a parlare di lei senza perdere il filo. Sofia dormiva con una sua maglietta sotto il cuscino. E in mezzo a tutto questo ho dovuto dimostrare di essere un padre. A mia madre, prima ancora che a chiunque altro.»
Teresa pianse allora, senza rumore. Le lacrime le scesero sul viso, ma non cercò di prendergli la mano. Andrea le lasciò quel silenzio, pur senza offrirle conforto. Io guardai il tavolo, perché quel dolore non aveva bisogno di un pubblico attento a ogni gesto.
«Ho confuso la paura con il diritto di decidere», disse Teresa dopo un po’. «Quando Chiara è morta, mi sono convinta che un’altra disgrazia potesse succedere da un momento all’altro. Tu eri stanco, io ero spaventata, e ogni volta che mi dicevi di no pensavo che non vedessi il rischio. Ma non era una prova. Era soltanto il mio pensiero.»
Andrea restò immobile.
«Non mi hai soltanto spaventato», replicò. «Hai smesso di ascoltarmi.»
«Sì. E ti chiedo scusa per la segnalazione fatta senza verificare, per le cose che ho raccontato come fossero certe e per non aver ammesso subito l’errore. Non ti chiedo di capirmi per forza.»
Ci fu un lungo silenzio. Dal retro arrivava appena il rumore della stampante con cui Neri stava terminando il lavoro. Era un suono ordinario, quasi offensivo in mezzo a parole che per Andrea e Teresa avevano atteso più di un anno.
«Sono tornata all’ufficio», aggiunse Teresa. «Ho lasciato una dichiarazione scritta per correggere ciò che avevo affermato. Non so se ti sia stata comunicata.»
Andrea alzò la testa.
«No. Non me l’hanno detto.»
«Non cancella niente. Ma non volevo che negli atti restasse una cosa falsa senza che io tentassi almeno di correggerla.»
«Avrei preferito sentirlo da te.»
«Hai ragione. Mi sono nascosta anche dietro quel foglio.»
Per la prima volta Andrea guardò sua madre come se fosse presente davvero, e non soltanto come una figura contro cui aveva preparato una difesa. Non fu un abbraccio. Non fu neppure un sorriso. Era, più semplicemente, attenzione.
«E le creme?» domandò.
Teresa si raddrizzò.
«Le ho viste chiedere da te. So che non volevi niente da me. Ho pensato che, se non avessi saputo chi le comprava, Sofia avrebbe avuto quello che le serviva senza che tu dovessi parlarmi. Ma non ti ho chiesto il permesso neanche stavolta.»
«Esatto.»
«Non lo rifarò. Se voglio lasciare qualcosa in farmacia, sarà disponibile per chiunque, come ha spiegato Laura. Non userò più un regalo per entrare nella tua vita di nascosto.»
Sentii il mio nome, ma non intervenni. Marco ed io avevamo creato un modo di consegnare i prodotti che non mostrava abbastanza rispetto per la scelta del destinatario. Anche la nostra parte di responsabilità era reale; non bastava che Teresa promettesse di cambiare.
Andrea passò una mano sul viso.
«Non voglio impedirti di fare del bene. Voglio poter dire di no a ciò che riguarda mia figlia senza sentirmi un mostro.»
«Lo puoi dire. Ti ascolterò.»
«Ti chiedo una cosa in più. Non andare a scuola, non aspettarla fuori casa, non passare da Elisa per sapere di noi. Se un giorno decideremo di rivederci, sarà una decisione presa insieme.»
«Va bene.»
Era già passata mezz’ora. Mi mossi sulla sedia, pronta a dire che avremmo dovuto chiudere. Andrea mi fece un cenno: gli serviva ancora un minuto. Rimasi dov’ero.
«Sofia si ricorda di te», disse a sua madre. «Ha trovato una fotografia con Chiara. Ti ha messa nel suo albero genealogico. Non le ho detto di toglierti.»
Teresa si portò il fazzoletto alla bocca. Andrea attese che lo abbassasse.
«Ma non so ancora se è giusto farvi incontrare. Prima devo capire se sapremo parlarci senza farle pagare quello che è successo tra noi.»
«Puoi prenderti tutto il tempo che vuoi», rispose lei.
Andrea si alzò. Teresa fece per imitarlo, poi rimase seduta, lasciandogli spazio per raggiungere la porta. Aveva già la mano sulla maniglia quando tornò a guardarla.
«Se tra qualche giorno ti telefono, non significherà che ti ho perdonata. Significherà che possiamo provare a ricominciare una conversazione. Una cosa alla volta.»
Teresa annuì, senza chiedere altro. Lui uscì nella sera fresca. Attraverso il vetro lo vidi fermarsi un momento sotto il lampione, poi proseguire.
Quando mi voltai, Teresa aveva rimesso gli occhiali. Guardava il bicchiere d’acqua intatto davanti a sé.
«Mi ha detto più cose stasera di quante gliene abbia lasciate dire in un anno», mormorò.
Non seppi risponderle. Per una volta, mi sembrò che non ci fosse niente da aggiungere.













