Andrea entrò tenendo la porta aperta alla bambina. Aveva una borsa di tela sotto il braccio e quella premura particolare di chi cerca di fare due cose contemporaneamente senza far pesare a nessuno la propria stanchezza. Lei si fermò davanti all’espositore dei cerotti colorati. La vidi infilare entrambe le mani nelle maniche del giubbotto.
Teresa era rimasta al mio banco. Tra noi c’erano ancora le due confezioni e le monete che non avevo voluto prendere. Se Andrea avesse girato la testa, l’avrebbe vista. Mi bastò sollevare la scatola, come per controllare un’etichetta, perché la bambina si voltasse dalla nostra parte.
«Papà, guarda quelli con le stelline.»
«Li guardiamo dopo, Sofia. Prima chiediamo una cosa alla dottoressa.»
Il mio collega Marco li salutò dall’altra cassa. Lavoravamo insieme da sette anni, eppure non avevo idea di quanto sapesse di quelle confezioni. Marco mi fece un cenno rapido, poi si rivolse ad Andrea con la naturalezza di chi conosce una richiesta abituale.
«La crema per le mani?»
Andrea annuì. Sofia si grattò il polso attraverso la stoffa. Le dita erano arrossate, soprattutto vicino alle nocche. Da quella distanza non potevo sapere che cosa avesse, ma riconobbi la confezione sul mio banco: un prodotto emolliente per pelli molto secche, lo stesso che Teresa comprava da anni.
«Il medico ha detto di continuare con quella che abbiamo usato l’altra volta», spiegò Andrea. «Però volevo sapere se è cambiato il prezzo.»
Marco consultò il terminale. Teresa tirò verso di sé la borsa e cominciò a camminare lentamente lungo lo scaffale delle garze, dandogli le spalle. Non fu una fuga teatrale. Era piuttosto il movimento di qualcuno che conosce a memoria la stanza e sa dove fermarsi per non attirare l’attenzione.
«Ce n’è una già pagata», rispose Marco.
Andrea non allungò la mano.
«Ancora?»
«Sì. È a disposizione, se la vuole.»
«Ma da chi arriva?»
Marco guardò verso di me. Fu uno sguardo brevissimo, ma bastò a farmi capire che non si trattava di un errore di cassa. Lui aveva già consegnato le altre confezioni. Io avevo visto solo la metà di ciò che accadeva.
«È un acquisto lasciato in sospeso da una cliente», dissi, avvicinandomi. «Non è un obbligo accettarlo.»
Andrea mi studiò per un momento. Aveva occhi scuri, cerchiati dalla mancanza di sonno, e non sembrava affatto sollevato.
«Non vorrei che qualcuno pensasse che vengo qui a chiedere l’elemosina.»
«Non lo penso», risposi. «E nessuno le sta chiedendo di spiegare le sue spese.»
Sofia si avvicinò al banco, poggiandovi solo i gomiti. Guardò la confezione, poi suo padre.
«È quella che non mi fa bruciare le mani?»
Andrea si abbassò alla sua altezza.
«È quella che ci ha consigliato il medico. Ma possiamo tornare domani.»
«Domani c’è disegno», mormorò Sofia. «Con i colori mi pizzicano.»
L’espressione di Andrea cambiò. Non era vergogna, come avevo pensato all’inizio, ma il fastidio di dover scegliere tra il proprio orgoglio e una cosa semplice di cui sua figlia aveva bisogno. Estrasse il portafoglio, controllò le banconote e lo richiuse.
«La prendo», disse infine. «Ma mi piacerebbe sapere come funziona. Non voglio avere un debito con uno sconosciuto.»
«Non è un prestito. Possiamo però parlarne con calma un’altra volta», proposi.
Marco recuperò dal ripiano di deposito una delle confezioni rimaste dai pagamenti delle settimane precedenti. Applicò il promemoria interno di ritiro: il pagamento era stato registrato quando era stato emesso lo scontrino, e noi dovevamo solo evitare di consegnare due volte lo stesso prodotto. Pensai agli scontrini nel mio cassetto e mi sentii sciocca. Avevo interrogato Teresa come se stesse cercando di ingannarci, senza chiedere prima al collega che lavorava a pochi metri da me.
Sofia strinse la scatola contro il petto.
«Grazie.»
«Mi raccomando», le dissi, «seguite le indicazioni che vi ha dato il medico. E se la pelle peggiora, fatevi rivedere.»
«Lo faremo», rispose Andrea.
Sofia non si mosse subito. Sistemò con attenzione la scatola nello zainetto rosa, tra un astuccio e un libro dalle pagine stropicciate. Andrea le chiuse la cerniera, poi si chinò per rifarle il nodo di una scarpa. Lo fece con una pazienza che non aveva niente di straordinario e proprio per questo mi mise a disagio. Io avevo passato giorni a domandarmi perché un’anziana comprasse qualcosa che non portava via. Non mi ero mai fermata a osservare quanto lavoro invisibile ci fosse in quei gesti quotidiani: ricordare un consiglio del medico, scegliere ciò che serviva davvero, ascoltare una bambina mentre chiedeva una cosa semplice senza volerle trasmettere il peso dei conti. Andrea si rialzò e le sistemò una ciocca di capelli dietro l’orecchio. Sofia gli offrì la mano, e lui la prese.
Prima di uscire, lui si voltò di nuovo.
«Una cosa. Se la persona che paga viene a chiedere come stiamo, per favore non raccontatele niente di Sofia.»
Sentii un piccolo brivido. Quell’uomo non sapeva chi fosse il benefattore, o almeno non ne aveva la certezza. Ma conosceva bene la differenza tra ricevere un aiuto e perdere il controllo della propria vita.
«Ha ragione», gli dissi. «Non daremo informazioni su di voi.»
Aspettai che le porte si chiudessero. Teresa era immobile davanti alle garze. Teneva tra le mani una confezione che non aveva intenzione di comprare. Quando mi raggiunse, posò il pacchetto sullo scaffale e cercò il portafoglio.
«Adesso mi prende il denaro?»
«Prima voglio capire perché Marco sa tutto e io no.»
Marco arrivò dietro di me, togliendosi gli occhiali.
«Teresa mi aveva chiesto se poteva lasciare qualche prodotto già pagato per chi ne aveva bisogno. All’inizio non aveva fatto nomi. Poi ho capito a chi andavano. E quando Andrea chiedeva quella crema, gliela offrivo senza dire altro.»
«Hai fatto bene a non parlare di clienti», dissi. «Ma avresti potuto spiegarmi almeno la procedura.»
«Sì. Avrei dovuto.»
Teresa si spostò la tracolla sulla spalla. Per la prima volta le vidi il tremito di una mano.
«Laura, non me la faccia diventare una faccenda di tutti.»
«Non intendo farlo. Però deve sapere che Andrea non vuole essere osservato da chi lo aiuta.»
«Lo so meglio di lei.»
Lo disse senza durezza, ma con una stanchezza così antica che smisi di fare domande. Guardai fuori: Andrea camminava sul marciapiede con Sofia, ascoltandola parlare dei colori. Teresa seguì il mio sguardo soltanto per un istante.
«Allora perché continua?» le chiesi più piano.
Lei aprì la porta per andarsene. La trattenne con il gomito e rispose senza voltarsi.
«Perché è l’unico modo in cui, per adesso, posso fare qualcosa senza togliergli ancora niente.»













