Per due giorni tenni il quaderno blu di Teresa fuori dai miei pensieri quanto potevo. Avevo un negozio da mandare avanti, ordini da controllare, persone che venivano a chiedere consiglio per un raffreddore o per un cerotto adatto a un tallone. Eppure mi accorgevo di cercare Andrea ogni volta che il sensore delle porte faceva il suo solito rumore.
Il mercoledì entrò senza Sofia. Aveva ancora segatura sulla manica del giubbotto. Aspettò che finissi di parlare con una cliente e si avvicinò al banco, tenendo in mano uno scontrino piegato.
«Sono venuto a saldare quello dell’altro giorno.»
«Non c’è niente da saldare. Il pagamento è già stato registrato.»
«Lo so. Vorrei lasciare la stessa cifra per un’altra persona. Se funziona davvero così, non dovrebbe essere complicato.»
Non me lo aspettavo. Lo scontrino era quello del piccolo acquisto che aveva fatto per conto suo, non della crema donata. Mi spiegò che aveva chiesto un anticipo per un lavoro finito in falegnameria e che, per una volta, poteva permetterselo. Non avevo il diritto di verificare quella storia, né di congratularmi con lui per una generosità che non mi aveva chiesto di giudicare.
«Possiamo farlo», risposi, «ma devo parlare con il titolare. Finora questo sistema è stato troppo informale.»
Andrea accennò un sorriso.
«L’importante è che chi viene dopo non debba recitare la parte del poveraccio riconoscente.»
Quella frase mi accompagnò per tutta la mattinata. Il nostro titolare, il dottor Neri, era un uomo concreto, più attento agli errori di inventario che alle grandi idee. Quando gli raccontai dei prodotti acquistati e lasciati per altri, volle vedere le registrazioni. Marco riconobbe subito che avremmo dovuto informarlo dall’inizio.
«Non possiamo tenere una scatola destinata a qualcuno come fosse un pacco in portineria», disse Neri. «Dobbiamo avere regole chiare. E non possiamo dare per scontato che una persona accetti.»
«È proprio quello che sto cercando di sistemare», risposi.
Neri si sedette davanti al computer e scrisse una breve procedura. Per i prodotti non soggetti a ricetta, chi voleva poteva acquistarne uno e lasciarlo disponibile; noi avremmo tenuto separate le registrazioni di vendita dalle disponibilità ancora da ritirare. Nessun nome del destinatario sul pacchetto, nessuna promessa di consegna a una persona scelta da altri. Chi riceveva l’offerta avrebbe potuto accettarla o rifiutarla senza spiegazioni.
«Se funziona, potremmo raccontarlo sulla pagina della farmacia», aggiunse Neri. «Le persone partecipano di più quando vedono che qualcosa succede davvero.»
«Possiamo spiegare l’iniziativa senza fotografare chi la usa», ribattei.
«Non ho detto di fare una foto a chi non vuole.»
«Lo so. Ma nemmeno una storia raccontata con particolari riconoscibili. Non voglio che qualcuno debba nascondersi per entrare qui.»
Neri mi osservò per un momento, poi cancellò dal foglio la parola testimonianze che aveva scritto per abitudine. Fu un gesto piccolo, ma per me contò più di un discorso sull’altruismo.
Dedicammo il resto della pausa a un problema meno poetico e più importante: come fare a non vendere due volte la stessa scatola, a non lasciare sullo scaffale prodotti oltre la loro data utile e a non trasformare gli acquisti degli altri in una lista di persone da tenere d’occhio. Marco preparò una scheda soltanto per i prodotti, senza nomi di beneficiari. Neri stabilì che ogni consegna dovesse essere proposta, mai imposta. Io chiesi di aggiungere una frase sul piccolo cartello vicino alla cassa: «Puoi accettare o rifiutare, senza dare spiegazioni». Quando la lessi stampata mi resi conto che avremmo dovuto dirla ad Andrea fin dal primo giorno.
Il pomeriggio seguente Andrea tornò con Sofia. La bambina indossava un grembiule azzurro e teneva un foglio di carta arrotolato. Le mani sembravano meno arrossate. Andrea mi disse soltanto che stavano seguendo le indicazioni del medico e che le cose andavano un po’ meglio. Non aggiunsi domande: dopo ciò che mi aveva detto sulla riservatezza, volevo che fosse lui a decidere quali informazioni condividere.
«Abbiamo preparato qualcosa», annunciò Sofia.
Aprì il foglio sul banco. C’era una farmacia disegnata con una grande porta rossa. Dietro il bancone aveva messo una figura con i capelli castani, un sorriso enorme e sei dita per mano. Sopra, con una grafia ancora incerta, aveva scritto GRAZIE A CHI HA LASCIATO LA CREMA.
«Le dita non mi vengono mai bene», spiegò, vedendomi sorridere.
«Nemmeno a me», dissi. «Io ne avrei disegnate otto.»
Sofia rise e appiattì il foglio con il palmo.
«Lo puoi dare a quella persona?»
Andrea si schiarì la voce.
«Solo se resta un biglietto. Non c’è bisogno di dire niente su di noi.»
«Va bene», risposi. «Posso lasciarlo senza il vostro cognome. Se preferite, invece, lo teniamo qui.»
Sofia scelse che lo consegnassi. Andrea annuì, e piegai il foglio in modo da proteggere il disegno. Mi resi conto che un gesto ricevuto liberamente poteva essere ricambiato liberamente. Sembrava ovvio, ma fino a quel momento tutti avevamo deciso qualcosa per qualcun altro: Teresa per Andrea, Marco per Teresa, io per tutti e tre.
Prima che uscissero, Andrea rimase indietro. Sofia stava contando le monete in una ciotolina di beneficenza vicino alla porta, senza toccarle.
«Posso farle una domanda scomoda?»
«Può provarci.»
«Quando mi avete dato la crema, ho pensato che fosse una coincidenza. Poi ne è arrivata un’altra uguale. Qualcuno sa esattamente quale prodotto cerco e quando vengo a prenderlo.»
Non distolsi gli occhi. Lui non accusava, ragionava. Conosceva il peso di essere oggetto di decisioni fatte altrove.
«Non abbiamo condiviso con chi paga informazioni sulle vostre visite», dissi. «Da oggi l’iniziativa è aperta a chiunque. E lei è libero di non usare nulla.»
«Non è quello che le ho chiesto.»
Aspettai.
«Se dietro ci fosse qualcuno che conosco, qualcuno della mia famiglia, lei me lo direbbe?»
Sentii il foglio di Sofia tra le dita. Avrei potuto risolvere tutto con una bugia rassicurante. Avrei potuto anche raccontargli il nome di Teresa e liberarmi del problema. Per la prima volta mi sembrò chiaro che entrambe le scelte avrebbero tradito qualcuno.
«Non posso parlare degli acquisti di un’altra cliente», risposi. «Ma se qualcuno vuole avvicinarsi a lei, non useremo la farmacia per aggirare un suo no.»
Andrea rimase in silenzio. Poi chiamò Sofia, che lo raggiunse saltando sulle piastrelle chiare. Prima di uscire mi fece un cenno, non proprio un saluto.
Quella sera chiusi la farmacia con il disegno nella tasca del camice. Sapevo finalmente che cosa dovevo fare con quel foglio. Non sapevo ancora come consegnarlo senza trasformarlo in un’altra promessa che non avevo il diritto di fare.













