Quando riferii a Teresa il messaggio di Andrea, lei non rispose subito. Era venuta a ritirare la sua crema e aveva il disegno di Sofia ripiegato dentro una busta trasparente, come se temesse di rovinarlo con le dita. Le dissi soltanto ciò che lui mi aveva autorizzata a dire: era disposto a parlarle una volta, senza sua figlia, e non per ringraziarla.
«Non mi ha chiesto di convincerla», aggiunsi. «E io non voglio fare da tramite per sempre. Dovrete scegliere voi come parlarvi.»
Avevo preparato quella frase tornando a casa la sera prima, poi l’avevo ripetuta sottovoce mentre aprivo la farmacia. Non ero abituata a mettere confini alle richieste delle persone. Al banco mi sembrava sempre naturale essere utile, trovare un numero, suggerire una soluzione, fare una telefonata. Con Andrea e Teresa, invece, avevo capito che essere utile poteva significare fermarsi prima di intervenire. Avevo voluto scoprire il segreto per risolvere l’enigma delle due confezioni; adesso sapevo che nessuna delle risposte a mia disposizione mi dava il potere di sistemare quella famiglia. Teresa ascoltò senza interrompermi, poi ripiegò con cura la busta di Sofia e la mise nella tasca interna del cappotto.
«Ha ragione.»
Teresa rimase appoggiata al banco. Aveva comprato una sola confezione, quella per sé. La seconda non era più un prodotto riservato a Sofia; da quando avevamo dato una forma all’iniziativa, tutte le confezioni sospese erano disponibili per chi ne avesse bisogno, senza un destinatario scelto dal donatore.
«Posso chiedergli di incontrarci qui, dopo la chiusura?» disse infine. «In un posto pubblico, ma tranquillo. Non me la sento di andare a casa sua e non voglio che venga nella mia per dovere.»
Parlai con il dottor Neri. Mi ricordò che una farmacia non era una sala per risolvere liti familiari. Aveva ragione, e glielo dissi. Alla fine accettò di lasciarci usare per mezz’ora il tavolino dell’area di attesa, dopo la chiusura del giovedì, a condizione che entrambi fossero d’accordo e che la riunione non interferisse con le nostre responsabilità. Non mi affidò il ruolo di giudice, e per fortuna non era quello che volevo.
Andrea tornò il pomeriggio dopo. Gli proposi il luogo e il giorno, senza aggiungere una sola parola per persuaderlo. Mi ascoltò con il casco della bicicletta in mano, come l’altra volta.
«Lei ci sarebbe?» domandò.
«Posso restare all’inizio, se anche Teresa lo vuole. Ma non posso parlare al posto vostro.»
«Mi basta che ci sia qualcuno che possa dire: adesso fermatevi, se non riusciamo a farlo da soli.»
Accettai. Non ero certa di essere la persona più adatta, ma comprendevo perché un luogo neutro e una terza presenza gli sembrassero necessari. Gli chiesi soltanto se il fatto di incontrarla significasse che desiderava vedere subito riprendere i rapporti con Sofia.
«No», rispose. «Quello sarà un discorso separato. E soprattutto dovrò parlarne con mia figlia.»
Mi raccontò che Elisa, la sorella di Chiara, lo aiutava ancora nei pomeriggi in cui il turno in falegnameria finiva tardi. Era stata Elisa a suggerirgli di incontrare Teresa senza coinvolgere Sofia. Non perché fosse favorevole a una riconciliazione a ogni costo, ma perché sapeva quanto fosse faticoso custodire una rabbia senza mai poter dire fino in fondo da dove nasceva.
«Elisa è l’unica che sa com’erano quei giorni», disse Andrea. «Quando arrivò la richiesta di colloquio, lei pensò che fosse uno sbaglio. Poi scoprimmo che era stata mia madre. Mi ricordo ancora la faccia che fece.»
Andrea mi spiegò anche che, per la sera dell’incontro, avrebbe lasciato Sofia da Elisa. Non voleva raccontarle che stava andando a un colloquio decisivo: sarebbe stato troppo peso sulle spalle di una bambina. Le aveva detto soltanto che doveva parlare con una persona della famiglia e che, qualunque cosa fosse successa, sarebbe tornato a prenderla all’ora concordata.
«Non voglio farle aspettare una risposta per tutta la sera», disse.
Ricordai Teresa alla vetrina, intenta a nascondersi pur di non farsi vedere. Erano entrambi impauriti, ma Andrea stava provando a non trasferire quella paura su sua figlia.
«Vi siete parlati da allora?»
«Ci siamo mandati due messaggi pratici. Una volta mi ha chiesto se poteva lasciare un pacco per il compleanno di Sofia. Ho detto di no. Non ero pronto. Forse non lo sono neppure adesso.»
Quella frase mi aiutò a non confondere il suo sì all’incontro con un perdono già deciso. Un colloquio poteva finire male, e sarebbe rimasto comunque una scelta legittima.
Il giovedì, verso mezzogiorno, Teresa venne a mostrarmi un foglio piegato in quattro. Aveva scritto una lunga lettera, cancellando quasi ogni seconda frase. Si vedevano parole sovrapposte e frecce che rimandavano a margini ormai pieni. Non la lessi: non era indirizzata a me.
«Pensa che dovrei portargliela?»
«Penso che dovrebbe chiedersi a che cosa le serve.»
«A non dimenticare nulla.»
«O a trovare tutte le spiegazioni giuste?»
Teresa abbassò il foglio. Poi sorrise tristemente.
«Mi conosce più di quanto credevo.»
«Non la conosco così bene. Ho soltanto visto quante volte si è fermata prima di rispondere a una domanda semplice.»
Rimase in silenzio. Quando tornò nel pomeriggio, non aveva più la lettera. Disse che avrebbe parlato e, se non fosse riuscita a farlo, avrebbe accettato anche quel fallimento. Mi colpì che non avesse preparato un regalo per Andrea né una fotografia di Sofia da mostrargli. Aveva portato soltanto un fazzoletto e il proprio coraggio, che in quel momento non sembrava molto.
Prima di chiudere, riordinai il tavolino dell’area di attesa. Tolsi un dépliant pubblicitario, sistemai tre sedie e lasciai una caraffa d’acqua. Erano gesti inutilmente precisi, ma mi davano qualcosa da fare mentre aspettavo. Marco uscì salutandomi con un’occhiata incoraggiante; Neri abbassò la serranda a metà e si ritirò nel retro per completare la contabilità.
Andrea arrivò alle diciannove e trentacinque. Non portava il casco, né la borsa del lavoro. Aveva messo una camicia pulita sotto il giubbotto e sembrava nervoso per quella cura insolita. Si sedette sulla sedia più vicina alla porta. Non gli domandai dove fosse Sofia; sapevo solo che non sarebbe venuta, ed era sufficiente.
Teresa arrivò pochi minuti dopo. Quando vide il figlio, si fermò appena oltre l’ingresso. Andrea non si alzò. Non si avvicinarono. Per un momento i loro volti sembrarono cercare il modo di riconoscersi dopo un tempo troppo lungo.
«Grazie di essere venuto», disse lei.
«Sono qui perché ho delle cose da dirti», rispose Andrea.
Teresa annuì e sedette dall’altra parte del tavolo. Aveva le mani ben ferme, poggiate una sull’altra. Io rimasi in fondo, abbastanza vicina da esserci e abbastanza lontana da non costringerli a guardare me.
Andrea osservò le due sedie vuote tra noi e poi tornò su sua madre.
«Prima di tutto», disse, «non voglio parlare della crema. Voglio parlare di quello che hai fatto quando avevo più bisogno di fidarmi di te.»













