Alle sette e dodici del mattino, il giorno in cui compii sessantacinque anni, il telefono vibrò sul comodino. Mi allungai senza nemmeno infilare gli occhiali. Era una notifica della farmacia: lo sconto sui prodotti per le articolazioni scadeva domenica.
Rimasi a fissare lo schermo. Mi chiamavo Lidia Bellini, abitavo a Torino da otto anni ed ero vedova da altrettanti. Avevo due figli, due nipotini, diversi parenti, un gruppo di ex colleghe che un tempo organizzava pranzi rumorosi. Eppure, fino alle undici, nessuno mi augurò buon compleanno.
Valeria, mia figlia, lavorava nell’allestimento di mostre. Quando telefonavo, rispondeva spesso dal supermercato o dall’automobile. Matteo, il più piccolo, faceva il manutentore e aveva due bambini che chiamavano la nonna soprattutto quando serviva qualcuno per andarli a prendere a scuola. Non erano cattivi figli. Questa era la frase che ripetevo a chiunque, perfino quando non me l’aveva chiesta.
Sul tavolo della cucina c’era una tortina alle nocciole comprata la sera prima. Avevo sistemato accanto un piattino buono e una candela, poi mi ero vergognata di quel piccolo allestimento e avevo riposto la candela nel cassetto.
A mezzogiorno Valeria mi mandò una fotografia di un pannello espositivo da approvare.
«Mamma, riesci a leggere il testo? Sul mio schermo è troppo piccolo.»
Ingrandii la foto. Sotto un’immagine sgranata di operai davanti a un lanificio compariva il nome di mio marito: Carlo Bellini, esempio di coraggio durante l’incendio del 2000.
Mi si irrigidirono le dita.
«Lo leggo. Stasera ti chiamo», scrissi.
Lei rispose con un pollice alzato. Non con una torta, un fiore o un augurio.
Quella fotografia apparteneva a un’epoca che avevo imparato a tenere chiusa. Prima del trasferimento a Torino vivevamo a Biella, dove Carlo era capoturno al Lanificio Riva e io preparavo i cartamodelli nel reparto campionario. Un incendio aveva ucciso due donne. Mio marito aveva aiutato altri sei operai a uscire. Di quei sei si parlava spesso; delle due morte, sempre meno.
Spensi il telefono. Avrei potuto passare il pomeriggio a stirare, aspettando che qualcuno si ricordasse di me. Invece aprii l’armadio e tirai fuori le scarpe rosse che non mettevo da anni. Il tacco era basso, la pelle ancora morbida. Le avevo comprate dopo il funerale di Carlo, senza trovare il coraggio di indossarle.
Mi vestii con un abito blu notte e presi il tram verso il centro. Sotto i portici ritrovai una locandina: *Balli lenti e musica dal vivo, Circolo delle Magnolie, ingresso libero*. Avevo già passato qualche serata lì, sempre seduta ad ascoltare e senza mai accettare un ballo. Quella volta entrai quasi per dispetto a me stessa.
Dentro c’erano sedie spaiate, una fisarmonica, un pianista con la giacca troppo larga e coppie che sembravano conoscersi da sempre. Ordinai un’acqua frizzante. Un uomo, seduto vicino alla porta, mi notò quando rifiutai l’invito di un signore che mi aveva già pestato un piede durante la prova di un passo.
L’uomo si avvicinò con due bicchieri.
«Il secondo è succo di mela. Non sapevo cosa bevesse.»
«Potrei essere allergica alle mele.»
«Allora mi sono giocato male la prima impressione.»
Risi. Aveva capelli castani con qualche filo grigio, una camicia chiara e il modo di stare in piedi di chi ascolta prima di parlare. Disse di chiamarsi Marco, di lavorare con le registrazioni audio e di essere a Torino per un progetto.
«Lei balla?» mi chiese.
«Da quando mio marito è morto, soltanto mentre passo l’aspirapolvere.»
«È già un inizio.»
Ballammo una canzone senza fare quasi un passo giusto. Mi sorprese il fatto che non cercasse di sembrare più spiritoso del necessario. Parlammo della città, delle vecchie canzoni alla radio, del rumore dei treni nelle stazioni vuote. Evitò le domande dirette sulla mia famiglia e io gli fui grata.
Quando dissi che compivo sessantacinque anni, non finse stupore.
«Allora merita una fetta di torta migliore di quella che servono qui.»
Uscimmo a cercare una pasticceria aperta. Finimmo in un piccolo locale dove il cameriere infilò una candelina in una crostata al limone. Espressi un desiderio senza pronunciarlo. Volevo smettere, almeno per una sera, di sentirmi soltanto la persona che gli altri chiamavano quando avevano bisogno.
Più tardi camminammo lungo il Po. Marco mi disse che il suo lavoro consisteva soprattutto nel togliere i rumori dalle voci altrui.
«Certe volte», osservò, «sono proprio i rumori a dire la verità.»
Non capii perché quella frase gli fosse costata un’esitazione.
Avevo prenotato una stanza in una piccola pensione vicino a Porta Nuova, prima ancora di conoscerlo. Era il mio regalo di compleanno: una notte lontano dall’appartamento, senza le fotografie di Carlo sulle mensole. Quando gli chiesi se voleva salire, mi guardò per qualche secondo.
«Ne è sicura, Lidia?»
«Per una volta vorrei essere io a decidere qualcosa senza doverlo spiegare.»
Non promettemmo niente. E quella notte, con la finestra socchiusa sul rumore dei taxi, mi sentii desiderata e viva. Non fu una cura per la solitudine, ma fu un’ora in cui la solitudine non comandò.
La mattina seguente mi svegliai sola. Sul comodino c’era una custodia di cartoncino, chiusa con un elastico rosso. Dentro trovai due fotografie. Nella prima una donna in grembiule sorrideva accanto a una macchina da cucire. Sul retro era scritto: *Elena Galli, 1999*. Nella seconda si vedeva una porta annerita dal fumo, ancora stretta da una catena. Sul retro: *Sopralluogo, 20 novembre 2000*.
Sotto, un biglietto nella grafia di Marco.
*Non ci siamo incontrati per caso. Elena era mia madre. Ho bisogno che tu mi dica perché quella porta era chiusa.*
Mi aggrappai al bordo del letto. Riconoscevo Elena. E, peggio ancora, riconoscevo la catena.













