Rilessi il biglietto cinque volte, come se le parole potessero cambiare a forza di guardarle. Elena Galli era morta a quarantatré anni, nella notte in cui un incendio aveva attraversato il reparto tintoria del Lanificio Riva. Aveva un figlio quasi maggiorenne. Non ricordavo di averlo mai visto. Adesso sapevo che si chiamava Marco.
Mi sedetti sul bordo del letto e cercai di ricostruire la sera precedente. Lui che mi porgeva un bicchiere. Lui che ascoltava i miei racconti sulla musica. Lui che mi domandava se ero sicura. Ogni gesto sembrava avere un secondo significato. Non era stata soltanto una notte improvvisa: qualcuno aveva scelto il posto in cui incontrarmi e probabilmente conosceva il mio nome prima di presentarsi.
Sul biglietto c’era un numero. Chiamai.
«Lidia?»
«Sei il figlio di Elena?»
Dall’altra parte ci fu un respiro lungo.
«Sì.»
«Da quanto tempo mi seguivi?»
«Non ti seguivo. Sapevo che andavi qualche volta al circolo. Ti avevo visto in una fotografia pubblicata da una tua ex collega. Ieri sono venuto per parlarti.»
«E invece sei venuto a letto con me.»
«Non era previsto.»
La sua risposta mi fece arrabbiare più di una bugia. Una cosa non prevista non diventava automaticamente innocente.
«Non chiamarmi più. E non usare quella notte come se fosse il prezzo di una testimonianza.»
Riattaccai. Poi presi la seconda fotografia. Sul retro comparivano una data, 20 novembre 2000, e il numero del negativo. La porta era stata fotografata durante il sopralluogo di due giorni dopo l’incendio. Il particolare mi tranquillizzò per un istante: almeno quell’immagine non era un indizio inventato.
Uscii dalla pensione senza fare colazione. Sotto la pensilina della stazione osservai pendolari correre dietro a un autobus e mi chiesi come facessero le persone a vivere normalmente mentre il passato tornava a bussare.
Nel novembre del 2000 lavoravo nel campionario. Elena cuciva nel reparto confezione. Aveva mani veloci e una voce che arrivava fino all’altro capo della sala. Due settimane prima dell’incendio si era lamentata della porta laterale della tintoria, bloccata da una catena per impedire che sparissero rotoli di stoffa.
«Se scoppia qualcosa, da dove usciamo?» aveva chiesto davanti a tutti.
Carlo le aveva promesso che avrebbe fatto controllare la situazione. Io ero lì. Avevo visto la catena e sentito la promessa. Ma nelle settimane successive ci furono consegne urgenti, un guasto alle macchine e le solite discussioni su chi avesse il diritto di fermare la produzione.
Dopo il rogo, un ispettore mi chiese che cosa ricordassi dell’uscita. Risposi che non avevo notato ostacoli nei giorni precedenti. La frase finì in un verbale. Quando la lessi, non protestai.
Non avevo messo io quella catena. Mi ero raccontata questo per ventisei anni, come se bastasse a stabilire la misura della mia responsabilità.
Prima di prendere il treno per Torino tornai a piedi nel quartiere dove una volta abitavamo. Il nostro appartamento era stato ridipinto di giallo, e il negozio di alimentari all’angolo era diventato un centro per riparazioni telefoniche. Guardai le finestre della cucina pensando alle mattine in cui preparavo le merende ai bambini mentre Carlo si allacciava gli scarponi da lavoro. Ricordavo soprattutto le sue mani sulle loro teste prima di uscire. Era difficile tenere nella stessa memoria quell’uomo affettuoso e quello che aveva ignorato le proteste di Elena. Per anni avevo risolto il problema scegliendo ogni volta soltanto il primo.
Alla stazione comprai un quaderno. Sul primo foglio tracciai tre colonne: *ciò che ho visto*, *ciò che mi hanno detto*, *ciò che suppongo*. Nella prima scrissi la catena, il viso contrariato di Elena e la richiesta ricevuta in reparto. Nella seconda annotai le rassicurazioni di Carlo. Nella terza lasciai uno spazio vuoto, enorme. Non sapevo chi avesse ordinato la chiusura e non dovevo inventarlo neppure per sentirmi meno responsabile. Quel piccolo esercizio mi fece capire quanto, fino a quel momento, avessi confuso il non sapere tutto con il diritto di non dire niente.
Arrivata a casa, trovai quattro chiamate perse di Valeria. Le telefonai prima di perdere il coraggio.
«Finalmente! Ho bisogno della tua approvazione per il testo su papà. Il museo vuole mandare le targhe in stampa lunedì.»
«Quale museo?»
«La mostra sul Lanificio Riva a Biella, te ne parlo da mesi. L’associazione Trame di Memoria riapre una parte dell’edificio al pubblico. La Fondazione Riva paga l’allestimento e noi curiamo i materiali.»
Guardai la fotografia di Elena sul tavolo.
«Sulla targa si parla anche delle donne morte?»
«Ci sarà un pannello dedicato alle vittime. Però la sezione principale racconta i soccorsi e il contributo di papà.»
«Prima di stampare, voglio vedere tutti i documenti.»
Valeria sospirò.
«Mamma, ieri non mi hai risposto. Oggi, invece, vuoi rifare il lavoro di un anno?»
«Ieri era il mio compleanno.»
Seguì un silenzio talmente improvviso che sentii il rumore del suo indicatore di direzione.
«Oh, mamma. Scusami. Mi è proprio sfuggito.»
Avrei voluto dire che non era successo soltanto quest’anno. Invece risposi che non importava, e subito mi odiai per quella vecchia abitudine.
«Importa», disse lei piano. «Lo so che importa. Ti richiamo stasera.»
Prima di chiudere aggiunse che la mostra sarebbe stata inaugurata il primo novembre, tra poco più di tre settimane. La data mi colpì: avrebbero raccontato ancora una volta la storia di Carlo senza sapere che una parte era rimasta chiusa in casa nostra.
Passai il pomeriggio a cercare sul computer notizie dell’incendio. Trovai articoli sbiaditi, fotografie dei funerali, parole come *fatalità*, *corto circuito*, *gesto eroico*. Sotto una fotografia di mio marito qualcuno aveva scritto: «Un uomo che non ha esitato». Era vero, almeno in parte. Carlo era tornato nel fumo e aveva portato fuori due colleghi. Ma aveva anche saputo di quella porta prima che il fumo arrivasse.
Alle diciassette ricevetti un messaggio da Marco: *Non ti chiederò niente sulla notte. Ho sbagliato a cercarti in quel modo. Se vorrai parlare di mia madre, sarò domani nell’archivio dell’associazione, a Biella.*
Stavo per cancellarlo quando notai un allegato. Era la scansione di una pagina di quaderno: un elenco di firme sotto la richiesta di rimuovere la catena. In alto compariva il mio nome, scritto da Elena come destinataria.
Ricordai immediatamente il foglio originale. Non era andato perduto nell’incendio, come tutti avevano creduto.
Lo avevo nascosto io.













