Il foglio era in una cartellina verde, dentro una scatola di cartone che non aprivo dal trasloco. Lo sapevo prima ancora di spostare il primo mobile. Le cose che vogliamo dimenticare, certe volte, hanno un indirizzo preciso nella memoria. La cartellina stava sotto i vecchi cartamodelli, nel ripostiglio in cui conservavo gli aghi da macchina e le ricevute delle riparazioni.
Non la presi subito. Rimasi davanti allo scaffale e telefonai a un’ex collega, Mirella, che aveva lavorato alla Riva fino alla chiusura del reparto.
«Ti ricordi Elena Galli?»
«Come potrei non ricordarla?» rispose. «Perché me lo chiedi adesso?»
«Perché ho trovato qualcosa che non ho mai consegnato agli ispettori.»
Mirella taceva. Poi sentii una sedia strisciare sul pavimento.
«Lidia, non dirmi cos’è per telefono. Se vuoi fare sul serio, vieni qui e parliamo guardandoci in faccia.»
Presi il treno per Biella il mattino seguente. Nello scompartimento c’era una ragazza che ripassava appunti universitari e un uomo che si lamentava della puntualità dei treni. Io tenevo la cartellina sulle ginocchia, dentro una borsa con la cerniera rotta. Avevo controllato tre volte che fosse ancora lì.
Mirella abitava in un condominio vicino alla stazione. Mi accolse con il grembiule da cucina e il volto di chi non aveva voglia di ascoltare scuse.
«Prima fammi vedere», disse.
Le mostrai il foglio ingiallito. Elena aveva scritto: *Alla direzione, tramite il capoturno. Si chiede la rimozione immediata della catena dall’uscita laterale della tintoria.* Sotto c’erano undici firme. Due appartenevano alle donne morte.
Mirella poggiò un dito accanto alla propria.
«È la mia. Avevo dimenticato che avevamo firmato in così tante.»
«Elena l’aveva dato a me perché Carlo fosse costretto a leggerlo. Mi disse che, se lo avesse consegnato lei, l’avrebbero chiamata ancora piantagrane.»
«E tu?»
«Lo portai a casa. Carlo promise che avrebbe parlato col direttore il giorno dopo.»
«Il giorno dopo, Lidia, la catena era ancora lì.»
Non era una domanda. Mirella aveva lavorato di notte una settimana prima del rogo e ricordava tutto. Disse che la direzione temeva furti e che il magazziniere riceveva istruzioni di chiudere il passaggio dopo l’ultimo carico. Nessuno aveva mai saputo chi avesse ordinato la catena per iscritto.
«Però il foglio prova che qualcuno aveva avvertito», disse. «E che almeno tu sapevi.»
Sentii il peso di quella seconda frase più della prima.
Mirella tirò fuori da un cassetto una vecchia busta di cartoline. Su una c’era Elena con un cappello di paglia, seduta sul bordo di un muretto durante una gita al lago. Non sorrideva alla macchina fotografica: rideva a qualcuno rimasto fuori dall’inquadratura.
«Aveva una memoria incredibile per i compleanni», disse Mirella. «Portava sempre qualcosa, magari due biscotti avvolti nella carta.»
«Mi regalò un metro da sarta quando il mio si spezzò», ricordai. «Ce l’ho ancora.»
«Allora ricordati anche questo di lei, quando parlerai della catena.»
Passammo un’ora a controllare le undici firme. Mirella riconobbe un cognome scritto male da Elena e un collega che si era trasferito all’estero prima del rogo. Mi spiegò che la petizione era stata preparata dopo una discussione finita senza decisioni. Non era un foglio improvvisato per sfogare una rabbia passeggera, ma l’ultimo tentativo di farsi ascoltare. Mi vergognai di averlo trattato come un oggetto pericoloso, invece che come la richiesta di persone reali.
Prima di uscire le domandai perché non avesse parlato più forte dopo la tragedia.
«L’ho fatto», rispose. «Ma quando tutti ripetono la stessa versione, chi ne ricorda un’altra comincia a sentirsi solo. Ero stanca di essere quella che disturbava.»
Quelle parole non mi assolsero. Mi fecero capire quanto il mio silenzio avesse lasciato sola anche lei.
Dopo aver fotografato il documento, Mirella mi accompagnò fino alla vecchia fabbrica. Le finestre del piano alto erano state ripulite; all’ingresso c’era un cartello che annunciava la mostra *Il Filo della Memoria*. Attraverso i vetri vedemmo Valeria mentre dirigeva il montaggio di una parete di fotografie.
Entrai da sola. Mia figlia mi salutò con un abbraccio veloce, poi notò Mirella ferma fuori.
«Che succede? È per quello che mi hai detto al telefono?»
Indicai il pannello centrale. Su una fotografia grande quanto una porta, Carlo usciva dall’edificio con una coperta sulle spalle. Sotto c’era scritto che il suo coraggio aveva scongiurato una tragedia ancora più grave.
«Questo è vero», dissi. «Ma non è tutta la verità.»
Valeria mi condusse in un ufficio improvvisato tra scatoloni e rotoli di plastica.
«Mamma, papà ha ricevuto un encomio. Ci sono i giornali dell’epoca e gli atti dell’assicurazione.»
«Un encomio non racconta quello che è successo prima.»
Le mostrai la richiesta firmata dalle operaie. Valeria lesse senza parlare. Rilesse il nome di Elena, poi quello di Sara Bassi, l’altra donna morta. Infine alzò gli occhi.
«Tu avevi questo foglio?»
«Sì.»
«E non l’hai mai dato a nessuno?»
«No.»
Si appoggiò al tavolo come se le gambe non la reggessero.
«Perché?»
Provai a dirle che avevo paura di perdere il lavoro, che Carlo si era esposto per salvare degli uomini, che i figli erano piccoli e che allora i soldi mancavano. Le frasi, pur vere, suonarono come scuse. Valeria le riconobbe immediatamente.
«Io sto facendo stampare una targa su papà. E tu mi hai lasciata lavorare per mesi senza dirmi nulla.»
«Credevo che fosse finita.»
«È finita per chi, mamma?»
Non sapevo rispondere. Lei uscì dalla stanza e tornò con una donna dai capelli argentati che si presentò come Ada Neri, responsabile dell’archivio dell’associazione. Esaminò il foglio con attenzione, senza toccarlo direttamente.
«Potrebbe essere importante», disse. «Ma non possiamo esporlo sulla base di una sola testimonianza. Dobbiamo verificarne provenienza e contesto.»
Valeria intervenne prima di me.
«Intanto la targa si ferma.»
Ada annuì.
«Possiamo modificare il percorso. La memoria di un luogo di lavoro non è un premio da consegnare a un solo uomo.»
Sulla porta vidi Marco. Non sapevo da quanto fosse arrivato. Teneva una custodia di registratori e osservava la cartellina verde tra le mani di Ada.
«Non mi avevi detto che lavoravi qui», gli dissi.
«Registro le testimonianze per l’archivio. È per questo che ho avuto accesso alle fotografie dell’inchiesta.»
Valeria guardò prima lui, poi me.
«Vi conoscete?»
Avrei potuto rispondere soltanto che era il figlio di Elena. Sarebbe stato più semplice e forse mi avrebbe protetta per un’altra mezz’ora. Invece capii quanto velocemente un nuovo silenzio potesse diventare un altro inganno.
«Ci siamo incontrati a Torino», dissi. «E devo raccontarti anche come.»













