Nei mesi dopo l’inaugurazione non ci fu un improvviso lieto fine. Nessuno arrestò un colpevole rimasto nascosto per ventisei anni. La consulente legale esaminò con attenzione le carte e spiegò alle famiglie quali verifiche potevano ancora essere chieste e quali limiti poneva il tempo trascorso. L’archivio registrò la nuova documentazione, lasciando aperte e chiaramente indicate le questioni che le prove non risolvevano.
Ricevetti anche lettere poco gentili. Alcuni mi accusavano di aver macchiato la memoria di Carlo; altri volevano che raccontassi dettagli che non conoscevo. Imparai a rispondere soltanto quando potevo aggiungere un fatto. Il resto del tempo spensi il telefono e tornai alle cose concrete: fare la spesa, curare le piante sul balcone, aggiustare una camicia, andare a trovare chi desiderava davvero parlarmi.
Valeria venne un sabato con una scatola di documenti e due paste alla crema. Non portò il computer e non mi chiese un favore. Ci sedemmo al tavolo della cucina, dove era rimasto il segno rotondo di una vecchia candela.
«Ho trovato le tue lettere a papà dei primi anni di matrimonio», disse. «Erano insieme alle foto per la mostra. Volevo restituirtele.»
«Le hai lette?»
«Solo la prima riga di una. Parlavi di una casa con finestre grandi. Non sapevo che avessi desiderato tanto una casa così.»
«C’erano molte cose che desideravo prima di imparare a non dirle.»
Valeria si tolse il cappotto e lo appoggiò sulla sedia. Mi raccontò che il suo studio aveva perso una parte del compenso per le modifiche tardive. L’associazione le aveva però affidato un piccolo progetto di raccolta delle testimonianze. Era stanca, preoccupata per i soldi e soddisfatta del risultato, tutte e tre le cose insieme.
«Sono stata arrabbiata con te», disse. «Non perché hai raccontato la verità. Perché per tutta la vita mi hai chiesto di credere a una versione che tu stessa sapevi incompleta.»
«Lo capisco.»
«E per il tuo compleanno…»
«Quello è un problema diverso. Non voglio che tu mi telefoni per senso di colpa. Vorrei soltanto sapere che ti fa piacere sentirmi, qualche volta.»
Rimase a guardare il piattino. Poi spostò una delle paste verso di me.
«Possiamo cominciare dal caffè del sabato. Non prometto tutti i sabati, ma non voglio aspettare una ricorrenza per venire.»
Fu un’offerta modesta e per questo le credetti.
Con Matteo andò più lentamente. Per un po’ mi parlò quasi soltanto dei bambini. Poi una domenica portò una scatola di fotografie di Carlo e mi chiese di scrivere sul retro date e luoghi. Passammo un pomeriggio a ricordare gite in montagna, pranzi bruciati e il suo modo goffo di insegnare a pattinare ai figli. Quando arrivammo a una foto scattata pochi mesi dopo l’incendio, Matteo la tenne in mano a lungo.
«Non so ancora come pensare a lui», ammise.
«Nemmeno io lo so sempre.»
«Allora possiamo non deciderlo oggi?»
«Possiamo.»
Quell’accordo fu più importante di una riconciliazione pronunciata troppo presto. Avevamo smesso di chiedere a una persona morta di essere soltanto buona o soltanto cattiva per poter continuare a volerle bene.
A gennaio l’associazione Trame di Memoria avviò un laboratorio di storia orale. Ada mi propose di partecipare come volontaria per catalogare i cartamodelli e aiutare le ex operaie a riconoscere le fotografie. Accettai, a condizione che non mi venisse affidato il compito di raccontare al posto di chi aveva subito perdite diverse dalle mie. Lavoravo due mattine alla settimana. Imparai i nomi di giovani archivisti, e a pranzo qualche volta restavamo insieme al bar della piazza.
Marco venne un giorno con le registrazioni autorizzate delle testimonianze. Mi consegnò una copia della voce di Elena, restaurata senza togliere il rumore del vecchio microfono. Non avevamo più parlato della nostra notte al circolo.
«Ho pensato che potessi volerla ascoltare», disse. «Non come prova. Solo come voce.»
«Grazie.»
Restammo accanto a una finestra che dava sul cortile. Lui mi disse che stava preparando un progetto indipendente sulle lotte per la sicurezza nelle fabbriche e che avrebbe usato soltanto testimonianze ottenute con consenso esplicito.
«Ho imparato qualcosa da come ti ho cercata», aggiunse. «Una storia non mi autorizza a entrare nella vita di qualcuno come voglio.»
«Mi auguro che tu non lo dimentichi.»
«Non lo dimenticherò.»
Non ci baciammo. Non ci promettemmo di ritrovarci. Quello che era successo tra noi non diventò, per forza, una storia d’amore. Rimase una scelta di cui conservavo sia un ricordo dolce sia una ferita. Mi ci volle tempo per accettare che le due cose potessero stare insieme senza annullarsi.
In primavera andai a trovare Nadia Bassi. Non portai fiori, perché mi aveva detto che non le piacevano. Portai una copia delle fotografie appena catalogate, nelle quali Sara rideva accanto alle colleghe durante una pausa. Nadia le sfogliò lentamente. Mi ringraziò per averle recuperate, non per il ritardo con cui avevo parlato.
Prima di salutarci mi chiese di aiutarla a scrivere correttamente una didascalia. Sua sorella, disse, non era soltanto una vittima. Era una donna capace di riconoscere dalla finestra il fischio del treno che riportava a casa suo marito. Scrivemmo anche questo, perché la sicurezza mancata non fosse l’unica cosa che il mondo ricordava di lei.
Il nove ottobre successivo, quando compii sessantasei anni, non aspettai che il telefono squillasse. La mattina prenotai un tavolo per quattro al ristorante vicino al Po e invitai Valeria, Matteo e Mirella. Valeria arrivò con una pianta di gerani, Matteo con due disegni dei bambini e Mirella con una risata che fece voltare mezzo locale. Non tutto, tra noi, era semplice. Ma eravamo lì perché avevamo deciso di esserci.
Misi le scarpe rosse, ormai un poco consumate, e ordinai una torta al limone. Quando il cameriere accese la candela, non pensai di meritare finalmente la felicità per aver detto la verità. La verità non era una moneta con cui comprare amore o assoluzione. Era il modo in cui avevo smesso di lasciare che la paura prendesse decisioni al posto mio.
Soffiai sulla candela dopo aver guardato le persone sedute con me. Stavolta il desiderio non riguardava chi avrebbe potuto ricordarsi della mia esistenza. Riguardava la vita che avevo ancora il coraggio di vivere.
FINE.













