Il giorno della riunione in laboratorio pioveva. Elena aveva chiesto a Silvia di consegnarmi una copia della dichiarazione da firmare e, visto che abitavo a pochi chilometri, passai di persona prima di pranzo. Non sapevo che sarei arrivato proprio mentre i dipendenti uscivano dall’officina per riunirsi intorno al banco dei progetti. Elena mi fece cenno di aspettare nell’ufficio, separato dal capannone da una parete di vetro.
C’erano persone con le mani sporche di stucco, due ragazzi ancora con gli occhiali protettivi sulla testa, una donna che teneva in mano un blocco pieno di misure. Vidi Nadia, riconoscibile dal modo in cui sistemava le carte in pile perfette. Giorgio era in fondo alla stanza, in piedi. Stavolta non aveva la posizione di chi presiede una riunione. Era un uomo che aspettava di sentirsi dire che aveva deluso qualcuno.
Elena spiegò ai colleghi che l’azienda aveva debiti più urgenti del previsto. Non parlò di colpe davanti a loro, né del registratore. Disse che erano state avviate verifiche sui contratti e che non avrebbe accettato una proposta di finanziamento che mettesse a rischio il controllo del laboratorio senza una valutazione indipendente. Prometteva aggiornamenti, non miracoli.
«Potete farci domande», aggiunse. «Se non conosco la risposta, ve lo dirò.»
Un uomo dai capelli grigi, che scoprii chiamarsi Pietro, alzò la mano. Era lì da quando Lucia era ancora viva.
«Gli stipendi del mese prossimo?»
Nadia rispose dopo aver consultato il foglio davanti a sé.
«La disponibilità c’è per il prossimo pagamento. Su quello successivo lavoriamo, ma oggi non posso garantire una cifra che non abbiamo.»
Il silenzio che seguì mi ricordò quello della villa. Era meno teatrale e molto più serio. Nessuno stava aspettando la musica. Stavano pensando a un mutuo, a dei figli, a una bolletta.
Poi parlò una giovane apprendista, Chiara.
«Se avete bisogno che finiamo prima la barca di Bellagio, possiamo riorganizzare i turni. Però diteci quali lavori hanno davvero un anticipo confermato.»
Elena annuì. Non accettò subito l’offerta di lavorare di più; chiese prima a Nadia di mostrare le commesse coperte da contratti e di verificare il rispetto degli orari. Fu un dettaglio, ma mi fece capire che non voleva comprare fiducia promettendo sacrifici altrui.
Quando la riunione finì, Giorgio rimase a raccogliere sedie. Pietro gli si avvicinò e gli disse qualcosa che non potei sentire. Giorgio annuì due volte, senza tentare di abbracciarlo. Elena mi raggiunse nell’ufficio e firmammo la ricostruzione del mio intervento al piano. Avevo indicato gli orari come approssimativi dove non potevo essere preciso. Silvia apprezzò più quelle incertezze di qualsiasi frase solenne.
«Ho riascoltato una parte della registrazione», mi disse Elena mentre riponeva i fogli. «C’è un passaggio che non avevamo sentito bene.»
Non lo riprodusse. Me ne riferì il contenuto, distinguendo i frammenti comprensibili da quelli coperti dai rumori. Renato insisteva perché Federico presentasse l’accordo a Elena come un gesto per la loro nuova famiglia. Federico rispondeva che non voleva metterla con le spalle al muro. Renato gli aveva detto che, se fosse stato davvero convinto, avrebbe smesso di fare domande.
«Quindi Federico aveva dei dubbi», osservai.
«Li aveva. E ha deciso di tenerli per sé.»
Elena estrasse dalla tasca un vecchio metro pieghevole con le iniziali di Lucia incise nel legno. Non era un cimelio esposto in una teca: serviva ancora, portava una macchia di vernice blu e aveva un’estremità leggermente consumata. Lo posò sul tavolo.
«Mia madre mi ripeteva che non bisogna promettere a un cliente una riparazione prima di avere tolto la vernice e visto il legno. Mio padre diceva sempre che era troppo prudente. Da piccola pensavo che avessero ragione entrambi.»
Fuori, attraverso il vetro, Giorgio passava una mano sullo scafo del motoscafo. Elena lo guardò a lungo.
«Adesso capisco che lui aveva paura di perdere il laboratorio. E, per non affrontare la paura, ha nascosto il marcio sotto una mano di lucido.»
Silvia tornò con una notizia meno drammatica di quanto avevano temuto, ma neppure rassicurante. Dalla documentazione risultava che l’opzione sulle quote fosse ancora una proposta. Il prestito originario, invece, era già vincolante e conteneva rimedi a favore del creditore in caso di mancato pagamento. Non consentiva però a Renato di diventare automaticamente proprietario delle quote di Elena solo perché la famiglia era in difficoltà.
«Non può prendersi l’azienda domattina con una telefonata», spiegò. «Questo non significa che possiamo ignorare il debito.»
Elena fece una domanda pratica.
«Che cosa possiamo offrire, allora?»
La risposta richiedeva numeri. Nadia aveva calcolato quanto avrebbero recuperato completando alcune commesse già anticipate, quanto avrebbero potuto ottenere vendendo attrezzature non essenziali e quanto restava per pagare fornitori e rate. Non bastava per saldare tutto. Sarebbe servita una dilazione credibile, accompagnata da riduzioni dei costi e dalla rinuncia a un ampliamento del capannone che Elena desiderava da anni.
Giorgio entrò mentre Silvia illustrava il quadro. Ascoltò senza interrompere, poi si rivolse a sua figlia.
«Se venderemo qualcosa, venderemo prima la mia barca.»
Elena lo fissò. La barca era un vecchio runabout restaurato da Giorgio e Lucia quando erano giovani. Lui la teneva in una rimessa e la usava pochissimo.
«Non devi decidere oggi», disse Elena.
«Lo so. È la prima volta che me lo dici invece di sentirtelo dire da me.»
Non sorrise nessuno. Ma nella stanza cambiò qualcosa: Giorgio non stava più offrendo una spiegazione, stava offrendo un sacrificio che riguardava lui.
Quando uscii, trovai Pietro sotto la tettoia. Stava fumando senza accendere la sigaretta. Mi riconobbe come il pianista della villa; il racconto era arrivato a tutti, inevitabilmente.
«Ha davvero fermato cento persone per un rumore?» mi chiese.
«Centocinquanta», risposi. «E non sapevo che cosa fosse.»
Pietro guardò verso Elena, che stava discutendo con Nadia di un preventivo.
«Qui di rumori strani ne sentivamo da mesi. Solo che noi li chiamavamo ritardi.»
Mi salutò con un cenno e tornò al lavoro. Ripensai a quella frase durante il tragitto verso casa. Il registratore aveva attirato l’attenzione di una sala intera. Ma il segnale più importante, capii, era stato ignorato molto prima che io mi sedessi al pianoforte.













