Smisi di suonare nel momento peggiore possibile.
Gli sposi avevano appena attraversato la porta della sala.
Centocinquanta invitati erano in piedi.
Elena sorrideva.
Federico le teneva la mano.
E io sollevai le dita dal pianoforte.
Il silenzio arrivò quasi immediatamente.
Federico fece altri due passi prima di rendersi conto che la musica era sparita.
Si voltò verso di me.
«Perché ti sei fermato?»
Non risposi.
Avevo sentito di nuovo quel rumore.
Click.
Piccolo.
Regolare.
Non proveniva dai tasti.
Abbassai gli occhi verso il pianoforte.
«Davide.»
Questa volta Federico pronunciò il mio nome abbastanza forte perché metà della sala lo sentisse.
«Continua.»
Avrei voluto farlo.
Davvero.
Ero stato assunto soltanto per suonare.
Niente drammi.
Niente improvvisazioni.
Niente problemi.
Quella villa sul Lago di Como aveva ospitato matrimoni molto più importanti di quello, e io sapevo bene come funzionava.
Quando gli sposi entravano, la musica non si fermava.
Mai.
Ma quel piccolo click era comparso già qualche minuto prima.
La prima volta avevo pensato fosse una parte dello sgabello.
La seconda, il pedale.
La terza volta avevo capito che veniva da sotto lo strumento.
Federico fece un passo verso di me.
«C’è un problema?»
«Un secondo.»
«No. Riprendi a suonare.»
Elena gli toccò il braccio.
«Federico.»
Lui non la guardò.
«Abbiamo centocinquanta persone che aspettano.»
Lo sapevo.
Le sentivo.
Il rumore delle sedie.
Qualche bicchiere appoggiato troppo lentamente.
Persino il fotografo aveva abbassato la macchina fotografica.
Poi sentii ancora il click.
Questa volta ero sicuro.
Mi alzai.
Federico spalancò leggermente le braccia.
«Ma che stai facendo?»
Non risposi.
Mi chinai accanto al pianoforte.
Da quella posizione vidi qualcosa fissato sotto la parte inferiore della cassa.
Nero.
Rettangolare.
Troppo piccolo per essere parte dello strumento.
Allungai una mano.
Era attaccato con del nastro adesivo nero.
«Davide.»
Federico era ormai a pochi metri da me.
«Se c’è un problema tecnico lo risolvi dopo.»
«Non è tecnico.»
Afferravo il dispositivo con due dita.
Il nastro resistette.
Tirai più forte.
Si staccò con un rumore secco.
Mi rialzai.
Avevo in mano un piccolo registratore digitale.
La spia rossa era accesa.
Sul display scorrevano i secondi.
Stava registrando.
Federico lo vide.
Il suo viso cambiò.
«Cos’è quello?»
Guardai il dispositivo.
«Non è mio.»
Elena si avvicinò.
«Era sotto il pianoforte?»
Annuii.
Le conversazioni nella sala si erano spente quasi del tutto.
Qualcuno dietro di loro chiese cosa stesse succedendo.
Io girai il registratore.
Nessun nome.
Nessun adesivo.
Solo un piccolo microfono e il timer.
Federico tese la mano.
«Dammelo.»
Non glielo diedi.
«Aspetta.»
«Davide, dammelo.»
«È acceso.»
«L’ho visto.»
«No.»
Sollevai il dispositivo.
«Sta registrando adesso.»
Elena smise di sorridere.
Per un secondo nessuno disse niente.
Poi guardai istintivamente la sala.
Non so esattamente cosa stessi cercando.
Forse qualcuno che si alzasse.
Qualcuno che evitasse lo sguardo.
Qualcuno che sembrasse troppo interessato.
La maggior parte degli invitati appariva soltanto confusa.
Una donna anziana sussurrò qualcosa al marito.
Due camerieri si erano fermati vicino alla parete.
Il fotografo osservava Federico.
Poi vidi Giorgio Bianchi.
Il padre della sposa.
Era in prima fila.
Fino a pochi secondi prima stava applaudendo insieme a tutti gli altri.
Ora aveva entrambe le mani ferme.
Una sospesa sopra l’altra.
Il sorriso era sparito.
Lo guardai.
Lui guardò il registratore nella mia mano.
Non Elena.
Non Federico.
Il registratore.
«Signor Bianchi?»
Elena si voltò verso suo padre.
Giorgio non rispose.
Federico seguì il mio sguardo.
«Giorgio?»
Ancora niente.
Il timer sul registratore continuava a scorrere.
Un secondo.
Due.
Tre.
E io capii che avevo appena interrotto un matrimonio per qualcosa che nessuno in quella sala avrebbe più potuto ignorare.
Ma ciò che mi preoccupava davvero non era il dispositivo.
Era il modo in cui il padre della sposa lo stava guardando.
Come se sapesse esattamente cosa fosse.













