La mattina seguente mi aspettavo una telefonata dall’agenzia che mi procurava gli ingaggi. Immaginavo un rimprovero, forse la richiesta di restituire l’anticipo per aver interrotto il ricevimento. Invece arrivò un messaggio di Elena. Mi chiedeva di raggiungerla alle undici davanti al laboratorio, sul lato meno turistico del porto di Como. Aveva bisogno che consegnassi il registratore in presenza della sua avvocata.
Non avevo dormito molto. Dopo l’uscita degli invitati, la sera prima, avevo riposto il dispositivo in una busta consegnatami da Arianna, con la data e i nostri nomi scritti davanti a due testimoni. Non lo avevo collegato al computer, né riprodotto. Me l’ero portato a casa perché Elena me lo aveva chiesto espressamente, e durante il viaggio avevo continuato a controllare che fosse nella tasca interna della giacca.
Il laboratorio profumava di legno bagnato e vernice. C’erano un motoscafo sollevato da due supporti, tavole ordinate contro una parete e fotografie di scafi rimessi a nuovo. Elena era arrivata prima di me. Indossava jeans, un maglione scuro e scarpe da lavoro. Dell’abito da sposa non restava traccia, ma aveva ancora sul dito la fede.
«Grazie di essere venuto», disse.
Accanto a lei c’era Silvia Marchetti, un’avvocata che seguiva da anni alcuni contratti del laboratorio. Aveva già chiesto a Giorgio di raccogliere gli accordi con la società finanziatrice e a Elena di non firmare nulla finché non avessero letto insieme ogni pagina. Sul banco, tra due cataloghi di ferramenta nautica, riconobbi una cartella blu.
«Prima una cosa», precisò Silvia. «Non sappiamo se quella registrazione potrà essere utilizzata in una controversia. Non la diffondiamo, non la modifichiamo. La conserviamo così com’è e verifichiamo separatamente i fatti.»
Le consegnai la busta. Controllò la scritta, ne fotografò la chiusura e la aprì davanti a noi. Dopo aver annotato il modello del dispositivo, predispose con un tecnico una copia di lavoro, lasciando l’originale intatto. Guardando la custodia, notai che un minuscolo pulsante laterale era rimasto storto sotto una striscia di adesivo. Il tecnico lo sfiorò e sentimmo un clic identico a quello che mi aveva fermato: probabilmente la vibrazione del pianoforte e i movimenti della pedana lo facevano scattare contro la plastica. Non mi chiese di restare mentre esaminavano i file. Fu Elena a fermarmi.
«Vorrei che sentissi una cosa. Non per giudicare Federico. Per dirmi se ricordi a che ora hai cominciato a preparare il pianoforte.»
Consultai il calendario sul telefono. Ero arrivato in villa poco dopo le quattordici, avevo controllato il pedale e le condizioni dello strumento prima delle quindici. La coordinatrice poteva confermarlo dai fogli di servizio. Erano dettagli minimi, ma servivano a distinguere quello che avevo visto da quello che avevo dedotto.
Silvia avviò la copia di lavoro in corrispondenza del tratto già ascoltato. Ora, con casse migliori, sentimmo chiaramente Renato Valli.
«Con l’opzione sulle quote, se non riescono a rispettare il nuovo accordo, almeno avremo un’uscita ordinata.»
«E se Elena non vuole?» domandava Giorgio.
«Federico la convincerà. Non siamo qui per discutere del suo carattere.»
Seguiva la voce di Federico, più vicina al microfono.
«Non mettetemi nella posizione di doverle spiegare tutto durante la festa.»
Elena chiuse gli occhi. Silvia interruppe subito, aspettando che fosse lei a chiedere di continuare. Mi colpì la differenza tra quell’attesa e il modo in cui, il giorno prima, tutti avevano voluto sbrigarsi.
«Basta per adesso», disse Elena. «Vediamo le carte.»
La cartella conteneva un prospetto finanziario, alcune email stampate e una bozza d’accordo mai firmata da Elena. La prima parte riguardava un anticipo per pagare fornitori e una rata imminente del prestito. Più avanti compariva il diritto, per una società riconducibile a Renato, di acquistare una quota rilevante di Restauri Bianchi al verificarsi di determinate condizioni. Silvia lesse a voce alta soltanto ciò che era necessario.
«Questa non è una cessione già avvenuta. Ma non è neppure un semplice finanziamento. Richiede una scelta consapevole di Elena e può modificarne il controllo futuro.»
Elena osservò il foglio con una calma dolorosa.
«Federico mi aveva parlato di un sostegno economico per rinnovare il capannone. Diceva che suo zio conosceva degli investitori.»
«Hai ricevuto una bozza?»
«Mai.»
Silvia separò alcuni documenti. Le email mostravano che Federico aveva partecipato alla stesura del piano e che Giorgio aveva sollevato obiezioni su una clausola. Mancavano però gli allegati di una parte dello scambio. L’avvocata non permise a nessuno di chiamare quella lacuna una prova di colpevolezza.
Poco dopo arrivò Giorgio, con una cartellina di ricevute e un mazzo di chiavi. Non sembrava sorpreso di trovarmi lì. Sembrava soltanto più vecchio. Posò le carte sul tavolo senza difendersi.
«La prima rata che non posso coprire scade tra pochi giorni. I fornitori aspettano altri pagamenti. Non so come raccontartelo meglio.»
«Puoi raccontarmi da quando lo sai», rispose Elena.
«Da giugno. Ho sperato di recuperare con due nuovi lavori.»
«E a settembre hai chiesto a Federico di aiutarti.»
Giorgio annuì.
Elena si voltò verso la porta aperta del capannone. Un apprendista era fermo a distanza, fingendo di cercare un attrezzo. Il mondo esterno non aveva smesso di funzionare perché in una villa era stata interrotta la musica. I dipendenti sarebbero arrivati anche il giorno dopo, aspettandosi lo stipendio.
«Non voglio che nessuno qui paghi per una cosa che avete nascosto a me», disse.
Silvia le rispose senza offrirle consolazioni facili.
«Allora dobbiamo sapere quanto manca, quali impegni sono già vincolanti e quali sono soltanto proposte. Poi deciderai tu.»
Prima di uscire, guardai una fotografia appesa sopra il banco degli attrezzi. Mostrava Lucia con una decina di operai davanti a uno scafo appena verniciato. Nessuno era in posa perfetta: qualcuno rideva, un altro teneva ancora in mano un pennello. Mi colpì pensare che quelle persone avessero costruito un luogo di lavoro, non soltanto un patrimonio da difendere in una trattativa. Elena seguì il mio sguardo, ma non commentò.
Prima di uscire, Elena mi accompagnò alla porta. Mi chiese di scrivere una breve ricostruzione del ritrovamento, senza interpretazioni, e di inviarla all’avvocata insieme ai riferimenti delle fotografie di Luca. Accettai. Era una cosa concreta che potevo fare.
Mentre avviavo l’auto vidi Federico entrare a piedi nel cortile. Portava ancora il cappotto elegante del giorno prima. Elena lo aspettava accanto alla cartella blu, che aveva chiuso davanti a sé. Non lo salutò con un bacio e non gli offrì una sedia.
«Ho letto quello che avresti voluto farmi firmare», gli disse.
Federico guardò attraverso il portone verso il motoscafo in restauro, poi tornò a fissarla.
«Non hai letto quello che sarebbe successo se non avessi trovato quei soldi.»
Lei non distolse lo sguardo.
«Allora dimmelo senza decidere per me.»













