Elena non chiese immediatamente altre spiegazioni. Si avvicinò alla finestra del salottino, dove si vedevano gli invitati sparsi sul terrazzo. Alcuni avevano già ricominciato a bere. Una bambina rincorreva un cugino tra i tavolini, ignara del fatto che la festa fosse sospesa. Davanti a quel paesaggio ordinato, Elena sembrava cercare un punto da cui riprendere il controllo della giornata.
«Questa mattina mi hai detto che il laboratorio aveva ottenuto una proroga dalla banca», disse a suo padre.
«Ti ho detto che stavamo trattando.»
«Mi hai detto che non c’erano scadenze urgenti.»
Giorgio chinò la testa. Federico provò ad avvicinarsi a lei, ma Elena si spostò prima che potesse toccarla.
«Per favore, spiegatemi di che cosa state parlando. Uno alla volta.»
Giorgio prese fiato. La sua società, Restauri Bianchi, riparava e restaurava imbarcazioni in legno da quasi quarant’anni. Elena ne possedeva la maggioranza delle quote, lasciatele dalla madre Lucia. Il padre continuava a dirigere la parte operativa: fornitori, preventivi, stipendi. Elena seguiva i progetti, incontrava gli armatori e insegnava il mestiere a due giovani apprendisti. L’azienda era il loro modo, spesso faticoso, di restare una famiglia dopo la morte di Lucia.
«L’anno scorso», cominciò Giorgio, «abbiamo accettato il restauro del Riva di un cliente svizzero. Lui ha cambiato idea a lavori iniziati. Ci siamo ritrovati con materiali pagati e mesi di lavoro scoperti.»
«Lo so. Abbiamo discusso per settimane di quella commessa.»
«Non sai cosa ho fatto dopo.»
Si fermò. Non serviva guardarlo per capire quanto gli costasse quella frase.
«Ho ottenuto un prestito privato. Duecentottantamila euro. Da una società collegata a Renato Valli.»
Elena si voltò. Io conoscevo quel cognome soltanto perché compariva sul cartoncino del tavolo d’onore. Renato era lo zio di Federico, un uomo sui sessant’anni con gli occhiali dalla montatura sottile. Lo avevo visto salutare gli ospiti con la disinvoltura di chi considera naturale essere ascoltato.
«Mi avevi detto che avresti cercato un finanziamento ordinario», disse Elena.
«Le banche volevano garanzie che non potevo offrire in tempo.»
«E quindi hai firmato senza dirmelo?»
«Non ho ceduto le tue quote. Il prestito l’ho sottoscritto io come amministratore, entro i poteri che avevo. Ma ho impegnato risorse dell’azienda e assunto garanzie personali. Le rate sono diventate troppo pesanti.»
Federico intervenne con il tono di chi pensava di poter rimettere in ordine una presentazione interrotta.
«Mio zio ha offerto una via d’uscita. Nuova liquidità, fornitori pagati, nessun licenziamento. È questo che stavamo cercando di organizzare.»
«E in cambio?»
Federico non rispose. Giorgio si portò una mano al collo.
«Un’opzione per acquistare una parte delle tue quote. Con condizioni che non mi piacciono.»
Elena rimase immobile.
«Una parte delle mie quote. Non delle tue.»
«Avremmo discusso insieme i dettagli», disse Federico.
«Dopo il ricevimento.»
Lui aprì la bocca, poi la richiuse. Si sentivano i bicchieri dall’altra parte della porta. Mi vergognai della mia presenza. Presi il registratore per offrirlo a Elena, ma lei mi chiese di lasciarlo sul tavolo.
«Davide, puoi restare ancora qualche minuto? Sei l’unico qui che non lavora per la nostra famiglia.»
Lo disse con una semplicità che mi impedì di inventare una scusa. Mi sedetti vicino alla porta, tenendo le mani sulle ginocchia, come prima di un esame.
«Papà, perché hai nascosto un registratore sotto il piano?»
Giorgio spiegò che la mattina, poco dopo le dieci, aveva sentito Federico accordarsi al telefono con Renato per incontrarlo nella sala della musica, prima dell’arrivo degli ospiti. La sera precedente aveva visto sul tavolo dello studio una cartella blu, aperta sulla pagina dedicata all’opzione sulle quote. Renato gliene aveva parlato come di un semplice passaggio amministrativo. Giorgio aveva letto abbastanza per capire che semplice non era.
«Se sospettavi una cosa del genere, perché non sei venuto da me?» domandò Elena.
«Perché avrei dovuto cominciare dal prestito. E sapevo che mi avresti chiesto come avevo potuto metterci in questa situazione.»
«Te lo sto chiedendo adesso.»
L’uomo annuì, accettando il colpo. Poi raccontò di aver nascosto il dispositivo quella mattina mentre gli addetti preparavano i fiori. Pensava di recuperarlo a mezzogiorno. Un cambio nella disposizione dei tavoli aveva però lasciato il pianoforte al centro della sala, sorvegliato da tecnici e camerieri fino all’ingresso degli sposi.
«Ho cercato di avvicinarmi», disse. «Poi ho visto Davide sedersi. Non sapevo più come toglierlo senza farmi notare.»
«Avresti potuto chiedergli di fermarsi», osservò Elena.
Giorgio mi guardò, finalmente.
«Lo so.»
Federico indicò l’apparecchio.
«Non puoi usare una registrazione fatta di nascosto per decidere che io volevo derubarti.»
«Non ho detto che volevi derubarmi», rispose Elena. «Ho chiesto che cosa avresti voluto farmi firmare.»
Si avvicinò al tavolo e cercò nel telefono il numero di qualcuno. Le dita le tremavano, ma quando parlò fu chiara.
«Arianna? Ti chiedo di sospendere il ricevimento. Il personale può servire ciò che è già pronto, ma non fare annunci, discorsi o taglio della torta. Tra poco uscirò io.»
Dall’altra parte arrivò una domanda che non potei sentire.
«No, non è un problema di salute. È una decisione mia.»
Federico scosse la testa.
«Non puoi umiliarci così davanti a tutti.»
«Hai fatto progetti sulle mie quote senza dirmelo. E ti preoccupi dell’imbarazzo?»
Era una frase che avrebbe potuto urlare. Elena invece la pronunciò quasi piano. Si sfilò dal polso il piccolo bracciale regalatole da Federico quella mattina e lo posò accanto al registratore, non come una sentenza definitiva, ma come un oggetto diventato improvvisamente troppo pesante.
Quando aprì la porta, Giorgio cercò di seguirla. Lei lo fermò.
«Non venire con me. Per una volta voglio parlare senza che qualcuno prepari le parole al posto mio.»
La vidi attraversare la sala, ancora in abito da sposa, fino alle porte del terrazzo. Federico rimase alle mie spalle. Giorgio fissava il pavimento. Sentimmo la voce di Elena raggiungere gli invitati senza microfono: li ringraziava per essere venuti, si scusava per l’interruzione e chiedeva loro di lasciarle il resto della giornata.
Non raccontò niente del registratore. Non accusò nessuno. Ma quando tornò a prendere la borsa, passò davanti a suo marito senza sfiorarlo.
«Domani voglio vedere ogni documento», gli disse. «E non voglio trovarne nemmeno uno già firmato per me.»
Federico abbassò gli occhi. Aveva capito che la festa poteva essere interrotta. La domanda era che cosa fosse rimasto del matrimonio.













