Giorgio Bianchi abbassò finalmente le mani. Il movimento fu piccolo, ma bastò a farmi capire che aveva smesso di fingere. Sua figlia gli si avvicinò senza lasciare il braccio di Federico.
«Papà, sai che cos’è?»
Lui guardò prima me e poi gli invitati, come se la risposta potesse essere scelta in base a quante persone l’avrebbero sentita.
«Non qui, Elena.»
Federico si passò una mano sulla fronte. Lo conoscevo appena: ci eravamo parlati due volte, una per la scaletta musicale e una per concordare il momento dell’ingresso. In entrambe le occasioni era stato gentile, preciso, uno di quegli uomini abituati a non ripetere una richiesta. Adesso aveva una voce che non riconoscevo.
«Abbiamo già attirato abbastanza attenzione. Davide, consegna quell’affare al responsabile della villa e torna al tuo posto.»
«Io non lo consegno a nessuno senza sapere a chi appartiene», dissi.
Avevo paura di perdere il compenso. Avevo ancora più paura che, una volta sparito il registratore, mi sarei ritrovato a spiegare l’accaduto senza avere niente da mostrare. Sotto la cassa del pianoforte era rimasto un pezzo di nastro nero. Lo indicai a Elena.
«L’ho trovato esattamente lì. Se serve, qualcuno può fotografare il punto prima che venga pulito.»
Elena si voltò verso il fotografo, che aveva ancora la macchina al collo.
«Luca, per favore. Senza avvicinarti agli ospiti.»
Luca annuì. Fu il primo ordine della giornata che non arrivò da Federico, e notai che lui serrò la mascella. Poi Elena si rivolse alla coordinatrice dell’evento, una donna dai capelli raccolti e dagli occhi già stanchi.
«Arianna, puoi accompagnare gli invitati nell’area dell’aperitivo? Dì che abbiamo bisogno di qualche minuto.»
La coordinatrice non fece domande. Chiese ai camerieri di aprire le porte sul terrazzo e, poco alla volta, la sala si svuotò. Qualcuno protestò sottovoce. Una zia cercò di avvicinarsi, ma Elena la fermò con una carezza sul braccio. Il quartetto che avrebbe suonato dopo di me rimase immobile nell’angolo. Nessuno sembrava sicuro che la musica fosse ancora permessa.
Quando restammo in cinque, compreso Luca, Federico tese di nuovo la mano.
«Adesso possiamo smettere con questa scenata?»
«Non prima che tu mi dica perché lo vuoi tanto», rispose Elena.
La domanda lo colse di sorpresa. Fu il primo momento in cui vidi una crepa tra loro. Federico lasciò cadere il braccio e indicò Giorgio.
«Perché tuo padre si comporta come se fosse una cosa sua. Perché qualcuno ha messo un microfono nel luogo in cui ci siamo sposati. Ti sembra normale?»
«Non ci siamo sposati qui», precisò lei. «La cerimonia civile è stata in municipio. Qui dovevamo soltanto festeggiare.»
Quella correzione cambiò il peso del silenzio. Non stavamo interrompendo qualcosa che si potesse semplicemente rimandare. Erano marito e moglie da poco più di due ore.
Giorgio fece un passo verso la porta laterale.
«Nel salottino. Per favore.»
Lo seguimmo in una stanza più piccola, arredata con poltrone chiare e vecchie fotografie della villa. Luca rimase fuori, dopo aver fotografato la parte inferiore del piano. Elena gli chiese di non cancellare gli scatti e di non mandarli a nessuno. Io posai il registratore su un tavolino e mi tenni abbastanza lontano da non dare l’impressione di voler partecipare a una lite di famiglia.
«Prima dobbiamo interrompere la registrazione», dissi. «Altrimenti continuiamo a registrare anche noi.»
Elena mi guardò.
«Puoi farlo senza cancellare niente?»
Le mostrai il tasto di arresto. Attesi il suo cenno, lo premetti e lasciai l’apparecchio sul tavolo. Il display indicava che la registrazione era durata diverse ore. Non avevo visto l’inizio e non sapevo quante voci contenesse.
«Chi l’ha messo lì?» chiese Elena.
Giorgio si sedette. Era un uomo robusto, elegante, con le mani segnate da piccoli tagli che il vestito su misura non riusciva a nascondere. Avevo letto sul programma che dirigeva un laboratorio di restauro nautico a Como. In quel momento sembrava molto più a suo agio con una tavola da levigare che con sua figlia davanti.
«Io.»
Federico lasciò uscire una risata senza allegria.
«Ecco. Bene. Possiamo tornare dagli ospiti.»
«Perché?» domandò Elena.
Giorgio si sfregò i palmi.
«Avevo bisogno di sentire una conversazione.»
«Quale conversazione?»
«Quella che Federico avrebbe avuto con Renato, stamattina.»
Non sapevo chi fosse Renato. Federico invece arretrò di mezzo passo. La sua espressione passò dall’irritazione alla cautela.
«Mio zio non c’entra con il nostro matrimonio.»
«Allora ascoltiamo», disse Elena.
Giorgio si alzò di scatto.
«Ti spiegherò tutto io.»
«Hai avuto tutta la mattina per farlo. Hai avuto mesi, a quanto pare. Adesso voglio sentire.»
Fu lei a premere il tasto di riproduzione. All’inizio uscì soltanto un fruscio, seguito da rumori di stoviglie e passi. La stanza del pianoforte era stata usata in mattinata per preparare i fiori. Mi venne in mente una domestica che aveva chiesto di spostare lo sgabello e un ragazzo che misurava la distanza tra l’ingresso e lo strumento.
Elena accelerò la riproduzione, poi si fermò quando riconobbe la voce del padre. Era più aspra di quella che avevo appena ascoltato.
«Io la firma di mia figlia non te la procuro, Renato.»
Seguì un rumore di bicchieri. Poi una voce maschile sconosciuta, morbida e impaziente.
«Nessuno ti ha chiesto di falsificarla. Devi soltanto farle capire che è la soluzione ragionevole.»
Federico si piegò in avanti.
«Basta. Non sappiamo nemmeno in quale contesto sia stato detto.»
«Allora lasciami ascoltare il contesto», rispose Elena.
La registrazione riprese. Questa volta sentimmo Federico.
«Gliene parlerò dopo il ricevimento. Non è il momento di rovinarle la giornata.»
La sua voce, riprodotta da quell’altoparlante minuscolo, aveva la stessa sicurezza con cui pochi minuti prima mi aveva ordinato di suonare. Ma ascoltandola lì, nella stanza chiusa, quella sicurezza suonò diversa.
Renato disse qualcosa a bassa voce. Elena tornò indietro e alzò il volume. La frase emerse tra il fruscio e il rumore di una sedia.
«Dopo oggi penserà che state costruendo una vita insieme. Sarà più facile parlarle della cessione.»
Elena fermò la riproduzione. Si voltò verso suo marito, senza alzare la voce.
«Cessione di che cosa, Federico?»
Lui fissò il registratore, poi guardò Giorgio. Non rispose subito, e per la prima volta ebbi la sensazione che il suo silenzio non dipendesse dalla rabbia. Dipendeva dal fatto che una risposta vera avrebbe avuto conseguenze.
«Dobbiamo parlare di un problema del laboratorio», disse infine.
Elena si tolse lentamente la mano dalla sua.
«Il mio laboratorio?»
Federico non pronunciò la parola sì. Non ne ebbe bisogno.













