La mia agenzia mi telefonò il lunedì mattina. La responsabile, Serena, aveva ricevuto una lamentela dalla famiglia dello sposo. Non mi accusò di avere inventato niente; mi disse soltanto che, quando si lavora agli eventi, ogni minuto di silenzio diventa un problema da fatturare. Le spiegai dove avevo trovato il registratore e che l’avevo consegnato a chi di dovere. Alla fine rimase in silenzio anche lei.
«La prossima volta chiama prima la coordinatrice», disse.
«La prossima volta spero di non trovare niente sotto il pianoforte.»
Non rise. Mi confermò che il compenso per l’ingaggio sarebbe stato pagato, ma aggiunse che per un po’ preferiva non mandarmi a matrimoni organizzati da quell’agenzia. Non era una tragedia. Per me, però, significava perdere una parte importante del lavoro nei mesi successivi. Rimasi con il telefono in mano, chiedendomi se avessi fatto la cosa giusta per il motivo sbagliato.
Fu Elena a richiamarmi nel pomeriggio. Mi disse che aveva ricevuto la mia ricostruzione e che Silvia voleva chiarire due dettagli sull’orario. Poi, quasi con sorpresa, mi chiese come stessi. Le raccontai della telefonata di Serena. Non si scusò al posto di Federico. Disse che avrebbe pagato personalmente ogni somma ancora dovuta per la mia prestazione e che, se qualcuno le avesse chiesto una testimonianza, avrebbe confermato come erano andate le cose.
«Non è questo il punto», risposi. «Vorrei soltanto sapere che non ho scambiato un rumore per un’emergenza.»
Elena sospirò.
«Se non ti fossi fermato, probabilmente avrei firmato senza leggere abbastanza. Non so quando, ma era quello che si aspettavano.»
Mi raccontò della conversazione avuta con Federico dopo la mia partenza dal laboratorio. Non riportò ogni parola; ricordava soprattutto le risposte alle tre domande che gli aveva fatto. Da quanto tempo sapeva del prestito? Da settembre. Aveva letto la clausola sull’opzione? Sì. Aveva intenzione di mostrarle l’intera bozza prima di chiedere la firma? Diceva di sì, ma solo dopo la festa e dopo averle presentato la proposta come un progetto per il loro futuro.
«Mi ha detto che voleva proteggermi da una preoccupazione inutile», spiegò. «Come se la tranquillità fosse una cosa che qualcuno può regalarti nascondendo il conto.»
Federico, secondo lei, non aveva preso un compenso personale per l’operazione. Non aveva trasferito quote, né falsificato documenti. Sosteneva di avere cercato una soluzione per evitare la chiusura del laboratorio, convinto che Renato potesse finanziare ciò che le banche non volevano più sostenere. Quando Elena gli aveva chiesto perché l’accordo fosse così favorevole allo zio, aveva ammesso di non aver discusso abbastanza quei termini.
«Lo credevo capace di aiutarti», le aveva detto. «E pensavo che, una volta sposati, avresti capito che non dovevi affrontare tutto da sola.»
Elena non aveva gridato. Gli aveva chiesto di tornare nel suo appartamento, almeno per il momento. La casa in cui avevano previsto di vivere insieme restava vuota, con gli scatoloni di lei ancora vicino alla porta. La fede era sempre al suo dito; non sapeva ancora che farsene.
Ci incontrammo due giorni più tardi davanti a un bar vicino alla stazione. Dovevo firmare una dichiarazione sull’ora approssimativa del ritrovamento e verificarla con Silvia. Elena arrivò a piedi. Aveva occhiaie profonde e una cartellina piena di copie. La città era rumorosa, piena di persone che compravano biglietti e correvano verso i treni. Sembrava l’unico posto in cui una tragedia privata potesse diventare una conversazione normale.
«Ho scoperto un’altra cosa», disse dopo aver ordinato il caffè. «Renato aveva parlato con mio padre prima ancora che Federico sapesse del prestito.»
Giorgio aveva incontrato Renato a una fiera nautica mesi prima. Erano stati loro due a concordare il finanziamento iniziale. Quando il debito era diventato difficile da sostenere, Renato aveva coinvolto il nipote, sapendo che Federico ed Elena stavano per sposarsi. Il progetto di acquisire una partecipazione non era dunque nato per caso poche settimane prima delle nozze. Era una possibilità che Renato aveva coltivato mentre l’azienda si indeboliva.
«Mio padre dice che non immaginava sarebbe arrivato fino alle mie quote», continuò Elena. «Io non so più che cosa credere.»
Le chiesi che cosa intendesse fare. Guardò la schiuma ormai scomparsa dal caffè.
«Per cominciare, non firmerò quell’accordo. Ma non posso fingere che il debito non esista. Ci sono undici persone in laboratorio, se contiamo gli apprendisti. Il loro lavoro non è un dettaglio della mia vita sentimentale.»
Mi raccontò che Nadia, l’impiegata amministrativa che lavorava con loro da diciassette anni, aveva iniziato a ricostruire ogni uscita di cassa. I numeri erano peggiori delle spiegazioni ricevute, ma meno misteriosi: commesse pagate tardi, due macchinari costosi, anticipi ricevuti e consumati per coprire spese vecchie. Non era sparito denaro. Era stata nascosta la gravità di una crisi.
A quel punto il telefono di Elena vibrò. Sullo schermo comparve il nome di Renato Valli. Lei esitò, poi rispose mettendo il vivavoce soltanto dopo avermi chiesto se preferissi allontanarmi. Restai. Volevo capire perché il nome di quell’uomo avesse cambiato il volto di Giorgio davanti al registratore.
«Signora Bianchi, ci sono obblighi da rispettare», disse Renato senza salutare. «Il prestito iniziale non è una favola che sparisce se non vi piace la soluzione proposta.»
«Lo so. Sto verificando le scadenze con la mia avvocata.»
«Federico dice che avete avuto un malinteso. Sarebbe spiacevole mettere a rischio undici posti di lavoro per una questione familiare.»
Elena si irrigidì. Io fissai il tavolo per non farle sentire il peso del mio sguardo.
«Non utilizzi i miei dipendenti per convincermi a cederle una parte dell’azienda.»
«Io le sto facendo una proposta», rispose lui. «Le offerte non restano aperte per sempre.»
«Nemmeno la mia pazienza.»
Chiuse la chiamata. Aveva le mani fredde, e lo capii da come le serrò intorno alla tazza. Poi riprese la cartellina e si alzò. Non sembrava aver trovato una soluzione; sembrava aver deciso che avrebbe cercato senza più chiedere il permesso.
«Domani riunisco il personale», disse. «Prima che queste cose arrivino da qualcun altro.»
La osservai andare verso il parcheggio. Da quando l’avevo conosciuta, tutti avevano cercato di proteggerla da qualcosa: la vergogna, il debito, un matrimonio rovinato. Nessuno, fino a quel momento, aveva pensato di chiederle quale prezzo fosse disposta a pagare per la verità.













