La mattina della cerimonia Elia si presentò in cucina con tre piccoli mazzi di fiori. Aveva scelto margherite per Andrea, perché diceva sempre di non capire niente di giardinaggio; tulipani gialli per Sofia, che a scuola li disegnava in ogni margine dei quaderni; e fiori bianchi per Noemi, perché le piacevano le cose che profumavano di pulito.
«Non sapevo cosa prendere», disse.
«Hai preso quello che avrebbero scelto loro.»
La chiesa era quasi vuota. C’erano mia sorella, alcuni amici, i vicini che avevano portato pasti caldi nei primi mesi e le persone che avevano cercato Andrea e le bambine, anche quando sembrava impossibile trovarli. Non invitammo giornalisti. Non volevamo che l’ultimo saluto diventasse un riassunto della vicenda giudiziaria.
Durante la funzione Elia lesse un episodio dell’infanzia. Raccontò di quando Sofia aveva convinto Noemi che il temporale fosse un gruppo di giganti che spostavano i mobili in soffitta. Andrea, invece di correggerla, aveva preso una vecchia pentola e aveva fatto il rumore del tuono dietro la porta. Le bambine avevano riso così tanto da finire sedute per terra.
Non nominò il ponte, la paratoia, le comunicazioni radio. Parlò di loro. Mi accorsi che era la prima volta, dopo moltissimo tempo, che potevamo farlo davanti ad altre persone senza dover spiegare come fossero scomparse.
Al cimitero scegliemmo una lapide semplice con tre nomi e una data. Non incidemmo la parola «incidente». Non perché negassimo ciò che era accaduto, ma perché quelle persone erano state molto più del giorno in cui le avevamo perse.
Il procedimento proseguì. Ci furono perizie, udienze, rinvii e lunghe giornate in cui tornavo dal tribunale senza aver imparato nulla di nuovo. La società idrica dovette rispondere delle procedure di scarico e delle segnalazioni rimaste senza adeguata gestione. Vennero esaminate le responsabilità della squadra che aveva predisposto la deviazione e di chi aveva modificato l’indicazione destinata ai soccorritori. L’apertura della paratoia non era stata una manovra pensata per fare male alla mia famiglia; era stata una decisione presa per proteggere il cantiere e il bacino senza assicurarsi che la zona sottostante fosse sgombra. Il risultato era stato terribile.
In una delle udienze Alberto mi guardò dall’altra parte dell’aula. Per un momento rividi l’uomo che portava il pane a Elia quando io lavoravo di notte. Poi ricordai la sua firma e quella correzione sul registro radio. Entrambe le immagini erano vere. Dovevo smettere di cercare quale delle due cancellasse l’altra.
Prima che si arrivasse alla prima sentenza, Alberto chiese tramite i legali di parlarmi. Teresa mi domandò se volessi farlo. Elia non volle partecipare. Disse che non era pronto e che forse non lo sarebbe mai stato. Rispettai la sua decisione.
Incontrai Alberto in una stanza neutra, con Teresa presente. Aveva perso peso e teneva le mani sulle ginocchia, come un uomo in attesa di essere interrogato.
«Non ti chiedo di perdonarmi», disse. «Volevo dirti che, quando ho capito che Andrea poteva essere al mulino, ho avuto paura che scoprissero la deviazione. Ho detto che dovevano cercare al ponte. Mi sono raccontato che era la scelta più logica. Non lo era.»
«Hai ascoltato mio figlio parlare delle sorelle per sette anni.»
«Lo so.»
«Gli hai detto che suo padre aveva sbagliato strada.»
Alberto si coprì gli occhi. Non gli chiesi se si sentisse in colpa. Era evidente. Ma il suo rimorso non apparteneva a me, non era qualcosa che avessi il dovere di consolare.
«Quello che hai fatto per noi dopo è stato reale», gli dissi. «E anche quello che ci hai nascosto. Non posso permettere che tu continui a occupare il posto di una persona di famiglia. Lascia che Elia decida da solo se vorrà mai parlarti.»
Uscii senza abbracciarlo. Non mi sentii vittoriosa. Mi sentii adulta in un modo che avrei preferito non imparare.
Due anni dopo il ritrovamento, il tribunale pronunciò una sentenza di primo grado che riconobbe responsabilità nelle omissioni di sicurezza e nella gestione delle comunicazioni di soccorso. Le difese annunciarono ricorso; sapevamo che il percorso giudiziario non era ancora terminato. Non descrissi quel giorno come giustizia fatta una volta per tutte. Per noi era importante che la versione dell’uomo spericolato che aveva ignorato le barriere fosse stata smentita da documenti, testimonianze e verifiche tecniche.
Nel frattempo lungo la strada inferiore vennero realizzati nuovi dispositivi di chiusura e avviso. Partecipai a un incontro pubblico sulla sicurezza, non per raccontare gli ultimi minuti di Andrea, ma per chiedere che le segnalazioni tecniche avessero un responsabile, una risposta e una verifica. Elia mi accompagnò. Non parlò al microfono, però alla fine rimase a discutere con alcuni volontari su come mantenere efficienti le radio d’emergenza.
Nell’estate successiva riprese a suonare il pianoforte. All’inizio soltanto la sera, quando pensava che fossi già a letto. Poi mi chiese se ricordassi una canzone che Noemi ripeteva sempre sbagliando le parole. La ricordammo insieme, ridendo e piangendo nello stesso momento. Non avrei mai creduto che quei due gesti potessero convivere senza tradirsi.
A ottobre andammo al cimitero con tre fiori nuovi e una caramella alla menta. La posai accanto al vaso per qualche minuto, poi la ripresi: sapevo che Noemi mi avrebbe sgridata per aver sprecato una caramella buona. Elia sorrise.
Per anni avevo pensato che andare avanti significasse accettare una storia che non capivo, o smettere di fare domande per non disturbare gli altri. Adesso sapevo che non era così. Avevo potuto cercare la verità senza rinunciare a ricordare le cose belle; avevo potuto amare l’uomo che ci aveva aiutati e riconoscere il danno che ci aveva fatto, senza dovergli concedere un posto nella nostra vita.
Da allora, quando torno dal lavoro, apro spesso la porta del garage. Elia ha sistemato il banco di Andrea, ma ha lasciato al suo posto il vecchio cacciavite con il manico giallo. A volte entra un vicino per farsi riparare una lampada; altre volte restiamo lì a bere un tè. Non è un museo, e non è una stanza da cui scappare. È uno spazio che abbiamo ricominciato a usare.
Soprattutto avevo smesso di immaginare Andrea e le bambine sospesi per sempre su una strada. Erano vissuti con noi, avevano riempito stanze, imparato canzoni, lasciato briciole sul divano. Nessuna indagine avrebbe restituito quegli anni. Ma ora potevamo pronunciare i loro nomi senza doverli inseguire nel buio, e tornare a casa sapendo che anche la nostra vita meritava di continuare.
FINE.













