«I sacchi vuoti vanno piegati, non buttati uno sopra l’altro.»
Riconobbi la voce di mio padre prima ancora di entrare nel deposito. Era la stessa voce con cui, da bambina, mi aveva insegnato a distinguere l’olio buono da quello che sapeva di muffa: paziente quando parlava dei suoi ulivi, severa quando si rivolgeva alle persone.
Elia era inginocchiato sul pavimento di cemento. Aveva otto anni, i jeans sporchi di polvere e le mani impegnate a schiacciare i sacchi di juta usati per la festa dell’olio nuovo. Fuori, nel cortile del frantoio, i suoi cugini correvano tra le tavolate con due aquiloni appena ricevuti in regalo. Sentivo Nina gridare che il suo era più veloce di quello di Riccardo.
All’arrivo, poche ore prima, avevo trovato sul tavolo cinque segnaposto fatti con rametti d’ulivo: quelli dei miei genitori, quello di Lorenzo e quelli dei suoi figli. Valentina aveva dovuto chiedere due sedie in più per noi. Mia madre aveva riso e detto che con tanta gente era facile dimenticare qualcuno. Avevo deciso di non dare peso a quella disattenzione. Elia, invece, aveva osservato attentamente i cartoncini, poi aveva scritto il proprio nome sul retro di uno scontrino. Lo aveva sistemato accanto al mio piatto con una cura che mi era sembrata un gioco. Ora capivo che stava cercando, in silenzio, di rendere visibile un posto che nessuno gli aveva preparato.
«Elia, vieni qui.»
Alzò la testa. Per un istante sembrò chiedersi se avesse il permesso di muoversi.
«Ho quasi finito, mamma.»
Quella risposta mi fece più male delle macchie sulle sue ginocchia.
Mi chiamo Adele Marchetti. Abito a Perugia, riparo libri antichi in un piccolo laboratorio vicino all’università e sono la madre di Elia da quando, due anni prima, era entrato nella mia vita con uno zaino troppo grande e il terrore di occupare spazio. L’adozione era diventata definitiva l’anno precedente. Per me non c’era niente da discutere. Per i miei genitori, evidentemente, sì.
«Perché sta lavorando qui dentro?» chiesi.
Mio padre, Giorgio, posò sul banco un paio di guanti da potatura.
«Abbiamo bisogno di una mano. Ai bambini fa bene rendersi utili.»
«Nina e Riccardo stanno giocando.»
«Sono venuti per la festa.»
Guardai Elia.
«Anche lui.»
Mia madre comparve sulla soglia con un vassoio di crostini. Marisa portava ancora il grembiule di lino ricamato che indossava a ogni inaugurazione del frantoio. Non mi salutò. Controllò soltanto quanti sacchi mancassero.
«Adele, non cominciare davanti agli ospiti.»
«Allora dimmi perché mio figlio è l’unico bambino chiuso in un deposito.»
«Tuo figlio deve imparare che certe cose non gli spettano automaticamente.»
Il rumore della centrifuga, nella stanza accanto, riempì il silenzio che seguì. Poi mio padre aggiunse, senza abbassare gli occhi:
«Non confondere il bene che gli vuoi con la storia della nostra famiglia.»
Elia smise di piegare i sacchi. Si mise in piedi lentamente, cercando di pulirsi i palmi sui pantaloni.
«Posso andare a vedere gli aquiloni?» domandò.
«Vieni con me», risposi.
Mia madre fece un passo avanti.
«Prima dovrebbe sistemare quello che ha lasciato.»
«No. Adesso viene con me.»
Mi avvicinai, gli presi la mano e sentii quanto fosse fredda. Mentre attraversavamo il deposito, notai che teneva l’altra mano chiusa intorno al piccolo ciondolo di ottone che portava sempre al collo. Sopra era incisa una rondine con un’ala più corta dell’altra. Era appartenuto a Irene Serra, la sua madre di nascita, morta quando lui aveva quattro anni. Elia lo toccava soprattutto quando qualcuno gli faceva paura.
Davanti al vecchio torchio di legno si fermò di colpo.
«Mamma, guarda.»
Sul lato di una cassa accatastata dietro il macchinario c’era una rondine incisa, identica a quella del ciondolo. Stessa ala incompleta. Stessi due puntini sotto la coda. Mi chinai per controllare. Non era il marchio dei Marchetti, che raffigurava un ramo d’ulivo dentro un cerchio.
«Dove l’hai vista?» gli chiesi.
«Era sul quaderno di Irene. Quello con le ricette e i disegni. Me lo faceva copiare.»
Avevamo sfogliato quel quaderno decine di volte insieme. Ero convinta che la rondine fosse soltanto un gioco tra una madre e suo figlio.
Dietro di noi, qualcosa cadde. Mia madre aveva appoggiato il vassoio con troppa forza sul banco. Un crostino finì a terra.
«Quella cassa non si tocca», disse.
Mi voltai.
«Perché?»
«È vecchia. Ha i chiodi arrugginiti.»
Ma i chiodi erano nuovi, lucidi, e sul bordo si vedeva il segno chiaro lasciato da un’etichetta strappata da poco. Dal cassetto semichiuso del banco spuntava invece una cartellina color avorio. Riuscii a leggere un nome scritto a mano sul dorso: IRENE SERRA. Sotto, in lettere più piccole, c’erano due parole: CONTI SOSPESI.
Mio padre se ne accorse prima che potessi avvicinarmi. Chiuse il cassetto con un colpo secco.
«Adele, porta il bambino fuori.»
«Come conoscevate Irene?»
Marisa si aggrappò al bordo del banco. Aveva la faccia di chi aveva riconosciuto un pericolo molti anni prima e non si aspettava di rivederlo.
Elia strinse il suo ciondolo tra le dita, cercando inutilmente di nasconderlo.
«Nonna», disse piano, «perché hai detto a nonno che non dovevo vedere la rondine?»
Quella volta nessuno riuscì a rimproverarlo. E io capii che mio figlio non era stato mandato nel deposito per imparare a lavorare. Qualcuno aveva voluto tenerlo lontano da una storia che riguardava sua madre.













