La prima persona a credermi senza chiedermi di calmarmi fu un’avvocata che non conoscevo. Teresa Longhi aveva uno studio a Trento e si occupava anche di responsabilità legate ai servizi pubblici. Quando le portai i documenti, non mi disse che avevo scoperto un complotto. Prese una matita, tracciò tre colonne su un foglio e scrisse: «Ciò che sappiamo», «Ciò che sospettiamo», «Ciò che dobbiamo dimostrare».
«La sua segnalazione è autentica», spiegò. «La deviazione sulla strada alta esiste. Il collegamento tra queste due cose e la scomparsa della sua famiglia, invece, deve essere verificato.»
«E se fosse passato troppo tempo?»
«Non prometto un risultato giudiziario. Prometto di aiutarla a capire quali atti esistono e a presentare gli elementi nuovi a chi può valutare la riapertura delle indagini.»
Era la prima promessa onesta che ascoltavo da anni. Non pretendeva di restituirmi niente.
Teresa esaminò la copia del fascicolo che avevo ricevuto dopo l’archiviazione. La ricostruzione del percorso di Andrea si basava soprattutto sul punto in cui era stato trovato il furgone e sulle fotografie delle transenne davanti al ponte, scattate dai soccorritori. Nessuno aveva documentato che quelle transenne fossero già presenti quando lui sarebbe arrivato. La distinzione, che a me era sfuggita per sette anni, occupava una sola riga nella nota dell’avvocata.
Tornai sul posto con Elia una domenica mattina. Non c’era la piena, non c’erano sirene, soltanto acqua bassa fra le pietre. La provinciale alta correva lungo il fianco della montagna; la strada inferiore scendeva verso l’ex cartiera e il vecchio mulino. Da un punto della curva si vedeva il tetto arrugginito dell’edificio, mezzo nascosto dagli alberi.
Elia parcheggiò prima dell’incrocio. Scendemmo e percorremmo a piedi pochi metri della strada bassa. L’asfalto aveva crepe larghe e ciuffi d’erba ai margini. Sul muro del mulino qualcuno aveva scritto il nome di una squadra di calcio. Provai a immaginare Andrea che guidava lì con Sofia e Noemi, forse cercando un posto dove invertire la marcia. Non riuscivo a pensare al resto.
«Non dobbiamo scendere fino al torrente», dissi.
«Non te l’ho chiesto.»
Elia parlò bruscamente, poi si scusò. Tornammo alla macchina senza discutere. Quel luogo faceva di noi due persone diverse: io volevo ripararlo con delle risposte, lui voleva distruggerlo con le mani.
Fra le carte del fascicolo Teresa aveva individuato il nome di un testimone: Rachid Benali, autista di un piccolo pullman turistico. Nel 2019 aveva riferito di aver visto un cartello di deviazione all’imbocco della provinciale alta. La sua dichiarazione era stata considerata poco utile perché non aveva visto il furgone di Andrea e non conosceva l’ora dell’incidente.
Teresa riuscì a contattarlo attraverso la cooperativa per cui aveva lavorato. Viveva ancora in provincia e accettò di incontrarci. Portò un’agenda con la copertina verde: annotava ogni servizio, il percorso e le soste, per rendicontare i chilometri.
«Il ventisei ottobre avevo un gruppo diretto a un museo», raccontò. «Alle sedici e venticinque arrivai a quell’incrocio. C’era una barriera mobile con la scritta LAVORI. Un uomo col giubbotto giallo indicava alle macchine di scendere verso il mulino.»
«Perché lei non è sceso?» domandò Teresa.
«Il pullman era troppo largo. Mi fermai e chiamai il responsabile del gruppo. Facemmo un giro di quasi venti chilometri.»
«Ha visto un furgone bianco?» chiesi.
Rachid scosse il capo.
«Non posso dirglielo. Passavano automobili, ma io ero occupato a manovrare. Ricordo una donna che protestava perché la deviazione non era segnalata prima della curva.»
Non cercò di rendere la sua testimonianza più importante di quanto fosse. Per questo gli credetti. Ci mostrò l’annotazione: «SP alta interrotta, deviazione mulino, ore 16.25». Teresa gli chiese se fosse disposto a confermare davanti agli inquirenti ciò che aveva raccontato. Rispose di sì.
Quando Elia lo ringraziò, Rachid esitò prima di stringergli la mano.
«Mi dispiace per le sue sorelle. Ho pensato spesso a quella strada. Non sapevo che ci fosse una famiglia scomparsa là sotto finché non lessi il giornale.»
La sera stessa Elia mi confessò che aveva raccontato della nostra ricerca ad Alberto. Eravamo seduti in officina, fra gli attrezzi che aveva appena pulito.
«Mi ha insegnato a usare il tornio», disse. «Per me è stato quasi uno zio. Non riuscivo a pensare che lo stessimo accusando senza lasciarlo parlare.»
«Non ti chiedo di smettere di volergli bene», risposi. «Ti chiedo di non raccontargli cose che potrebbero far sparire altre prove.»
«Pensi davvero che ne sia capace?»
«Una settimana fa avrei risposto di no.»
Gli lasciai il tempo di stare male. Avevamo perso già troppe persone per trasformare la verità in una gara a chi era più fedele.
Tre settimane dopo l’ufficio comunale completò l’accesso agli atti sulla viabilità. Fra gli allegati c’era il diario di intervento della squadra che aveva raggiunto il Ponte della Sega dopo l’allarme. Una registrazione riportava: «Ore 17.26, posizionamento barriere di interdizione all’accesso est». Il furgone era stato segnalato in acqua circa mezz’ora prima.
Chiamai Teresa e lessi quella riga lentamente. Poi mi sedetti perché le gambe non mi reggevano. Andrea non aveva oltrepassato delle transenne già installate al ponte: quelle fotografate nel fascicolo erano state messe dopo. La versione con cui avevamo convissuto per sette anni aveva un buco grande abbastanza da farci passare tutta la nostra vita.
Elia arrivò mentre ero ancora al telefono. Gli indicai la riga nel diario e vidi il suo sguardo cambiare: non era sollievo, perché nessuno di noi aveva motivo di sentirsi sollevato. Era la rabbia quieta di chi scopre che una persona amata è stata accusata ingiustamente e non ha avuto la possibilità di replicare.
«Papà non avrebbe mai attraversato una strada chiusa», disse.
«Non sappiamo ancora dove sia passato. Ma sappiamo che questa spiegazione non basta più.»
Teresa mi ricordò che il diario provava l’ora della posa delle barriere, non chi avesse disposto la deviazione o aperto una paratoia. Preparò una memoria integrativa, allegando la segnalazione tecnica, la testimonianza di Rachid e il diario di intervento. Doveva essere esaminata dalla procura, che avrebbe deciso quali verifiche disporre.
Quella notte feci un sogno diverso dai soliti. Non vidi il furgone nel fiume. Vidi Andrea fermo a un bivio, con una mano sul volante e le due bambine che aspettavano una risposta. Al risveglio compresi che la domanda più dolorosa non era più perché avesse scelto il ponte. Era chi gli avesse impedito di scegliere un’altra strada.













