La lettera di Alberto arrivò per posta all’inizio di febbraio. Non aveva intestazione, soltanto il nostro indirizzo scritto con la grafia che conoscevo dalle etichette sui sacchi di legna. Avrei potuto consegnarla senza aprirla. Invece mi sedetti davanti alla finestra, dove un tempo Sofia studiava le tabelline, e lessi ogni riga.
Alberto scriveva di aver voluto bene ad Andrea come a un fratello. Raccontava di aver partecipato alle ricerche giorno e notte e di non aver mai smesso di sentirsi responsabile. Poi compariva una frase diversa da tutte le altre: «Quel pomeriggio ho creduto che mandare i soccorritori al ponte fosse la scelta più rapida. Non ho capito che Andrea poteva essere al mulino». Non era un’ammissione completa. Era però la prima volta che riconosceva di aver avuto un ruolo nella decisione.
Portai la lettera a Teresa. La consegnò agli inquirenti e mi consigliò di non rispondere. Mi spiegò che ciò che Alberto aveva inteso, ciò che sapeva e ciò che aveva dichiarato doveva essere verificato con le comunicazioni e i documenti, non deciso durante una discussione fra noi.
«Ma ha vissuto nella nostra casa», dissi. «Ha visto Elia crescere. Mi ha aiutata a pagare la caldaia quando non arrivavo a fine mese.»
«Questo rende più doloroso quello che stai scoprendo. Non cambia il valore delle prove.»
Elia reagì alla lettera con una rabbia che non gli avevo mai visto. Uscì di casa e camminò per due ore. Quando tornò, aveva le scarpe bagnate e una sola domanda.
«Come faccio a sapere se ogni cosa che ha fatto per noi era vera?»
«Non puoi saperlo tutto insieme.»
«Mi ha insegnato a cambiare una gomma. Mi ha portato al mio primo colloquio. Mi ha detto che papà sarebbe stato fiero di me.»
«Forse lo pensava davvero. E forse, nello stesso tempo, ti nascondeva qualcosa di terribile.»
Elia appoggiò la fronte contro la parete. Non potevo evitargli quella ferita. Potevo soltanto impedirgli di credere che, per avere amato Alberto, fosse stato sciocco. Aveva quindici anni quando suo padre era scomparso. Un ragazzo solo non deve chiedere il certificato di innocenza agli adulti che lo aiutano.
Pochi giorni dopo, Teresa ricevette una relazione preliminare sulle disposizioni di traffico. La strada alta era stata chiusa per consentire il passaggio di mezzi pesanti diretti al cantiere di Idroval. La squadra incaricata aveva predisposto una deviazione provvisoria verso la strada inferiore, ma non aveva verificato l’effettiva interdizione del tratto vicino al mulino. Due uffici diversi avevano lavorato come se ciascuno avesse ricevuto dall’altro una conferma mai arrivata.
La relazione non attribuiva ancora tutte le responsabilità. Mostrava però un fatto preciso: la deviazione non era stata inventata da Andrea, né era la conseguenza di una sua scelta avventata. Qualcuno l’aveva organizzata e aveva lasciato un varco proprio dove il traffico non doveva entrare.
Andai davanti alla casa di Alberto, senza bussare. Volevo vedere se riuscivo a pensare a lui senza confondere l’uomo della lettera con quello che aveva mangiato alla nostra tavola. Rimasi pochi minuti dall’altra parte della strada. Quando lo vidi aprire le imposte, tornai alla macchina. Avevo promesso a Elia che non avrei cercato uno scontro che potesse danneggiare l’indagine.
Il bisogno di affrontarlo non sparì. Lo trasformai in domande scritte. Perché la chiusura della strada alta non venne coordinata con quella del ponte? Chi aveva controllato la segnaletica? Quando Andrea chiese aiuto, perché il mulino diventò «probabilmente ponte»? Teresa le allegò alle mie osservazioni come persona offesa. Per la prima volta quelle domande non rimasero chiuse nella nostra cucina.
Intanto Elia rifiutò l’offerta di lavoro nella ditta di Alberto. Non fece una scenata. Gli scrisse che aveva deciso di proseguire il tirocinio in un laboratorio di riparazioni a Trento, trovato attraverso un ex insegnante. Fu una scelta scomoda: avrebbe viaggiato ogni mattina e guadagnato meno per qualche mese. Ma era sua, e lo vedevo respirare meglio dopo averla presa.
Un pomeriggio mi portò una piccola riproduzione in legno della radio di Andrea. L’aveva costruita con ritagli di rovere del vecchio banco.
«Non voglio tenere sul comodino la registrazione», disse. «Voglio ricordare che papà sapeva aggiustare le cose. Anche quelle degli altri.»
Lo appoggiammo accanto a una fotografia delle due sorelle mentre costruivano una capanna con le coperte. La casa iniziò lentamente a contenere di nuovo ricordi diversi dalla scomparsa.
A marzo fummo informati che gli esperti stavano confrontando le comunicazioni radio con i dati della paratoia e il tracciato delle squadre di ricerca. Alberto era stato sentito con l’assistenza del proprio legale. Dalle informazioni che potevano esserci comunicate risultava che aveva dato indicazioni per concentrare i primi soccorsi nella zona del ponte, pur essendo a conoscenza della chiusura pericolosa della strada inferiore.
Quella sera Elia mi chiese se lo avrei mai perdonato.
«Non lo so», risposi. «Non voglio decidere oggi, quando non conosco ancora tutto.»
«E se dicesse che ha avuto paura?»
«Avere paura spiega molte cose. Non cancella ciò che si fa mentre si ha paura.»
Una settimana più tardi Teresa ci mandò la data di un sopralluogo disposto vicino alle rovine del mulino. Gli investigatori volevano ricostruire il tragitto dalla strada alla struttura e verificare le aree in cui le prime squadre non erano arrivate. Non avevo più soltanto un nome da sospettare. Avevo un luogo, finalmente, dove cercare Andrea e le bambine con una ragione precisa.
Non chiesi di partecipare al sopralluogo. Teresa mi disse che avrei potuto assistere soltanto alle attività consentite dagli inquirenti, e forse avrei dovuto aspettare. Feci una lista delle cose che sapevamo, per non lasciarmi trascinare dalle immagini della mia testa: la strada deviata, la piena, la radio, le parole «lato monte». Non scrissi «si sarebbero salvati», perché nessuno poteva assicurarmelo.
La sera Elia entrò in camera mia con una vecchia fotografia della festa della musica dell’anno prima della tragedia. Io ero al centro, con Sofia sulle ginocchia; Noemi stringeva una fetta di torta e Andrea rideva perché qualcuno gli aveva spruzzato acqua sulla camicia.
«Non eri là quel sabato perché lavoravi», disse Elia. «Non perché non volevi stare con loro.»
Rimasi in silenzio. Non avevo mai saputo che conoscesse quel pensiero, quello che mi accompagnava da sette anni: se avessi chiesto il turno libero, forse avrei cambiato tutto. Lui mi poggiò la fotografia sulle ginocchia e uscì senza pretendere una risposta. Fu allora che compresi quanta parte del mio dolore gli avevo lasciato indovinare da solo.













