Il fascicolo non venne riaperto il giorno dopo, come avevo immaginato nelle ore peggiori. Passarono quaranta giorni prima che Teresa ricevesse notizia dell’avvio di nuove verifiche. Nel frattempo continuai a lavorare alla casa di riposo. Aiutavo persone anziane a infilare i maglioni, controllavo i farmaci insieme agli infermieri, imparavo di nuovo a distinguere ciò che era urgente da ciò che dovevo sopportare.
Una mattina la signora Adele, che aveva novant’anni e una memoria incerta, mi chiese perché fissassi sempre il cellulare.
«Aspetto una telefonata importante.»
«Allora mangi, intanto. Anche le telefonate importanti arrivano quando uno ha fame.»
Mi porse metà del suo biscotto. Non capiva niente della mia storia, eppure quel gesto mi fece bene più di tanti discorsi.
Vera Orsini tornò a chiamarmi dopo aver saputo della memoria presentata in procura. Disse di aver recuperato i propri appunti tecnici, quelli su cui segnava le letture degli strumenti durante i turni. Ci incontrammo nell’ufficio di Teresa, perché questa volta ogni documento doveva essere consegnato nel modo corretto.
«Non sono i registri ufficiali dell’impianto», precisò Vera. «Sono note di lavoro, utili per verificare se i numeri riportati dopo corrispondono a ciò che vedevamo.»
Sul quaderno c’era lo schema della paratoia numero tre e, alla pagina del 24 ottobre, una nota: «Allarme sonoro non affidabile. Disabilitare comandi automatici non presidiati. Transito inferiore da interdire». Andrea aveva controllato l’alimentazione della sirena insieme a lei. Il guasto non impediva di muovere la paratoia, ma poteva lasciare senza avviso chiunque si trovasse a valle.
«Qualcuno avrebbe potuto aprirla manualmente?» chiese Teresa.
«Sì. Il sistema prevedeva un intervento dalla sala di controllo. In emergenza era possibile far defluire l’acqua per alleggerire il bacino. Ma bisognava prima accertarsi che non ci fossero persone nell’area esposta e attivare gli avvisi.»
Vera spiegò che in quei giorni la società stava eseguendo lavori sull’argine di un piccolo bacino di regolazione. Una pioggia intensa avrebbe potuto creare problemi, ma la stazione disponeva di misuratori che registravano livelli, portate e manovre. Erano quelli i dati decisivi, non i ricordi di chi aveva visto il torrente gonfiarsi.
Teresa presentò una richiesta affinché gli inquirenti acquisissero gli archivi di Idroval. Io, nel frattempo, consultai i dati pubblici dell’agenzia ambientale della provincia. Lo feci con l’aiuto di Elia, perché i grafici mi sembravano un linguaggio inventato per tenere fuori persone come me.
La stazione di misura a monte segnalava un aumento moderato delle precipitazioni. Quella più vicina al Ponte della Sega registrava invece un innalzamento improvviso del livello poco prima delle diciassette. Non provava da solo che qualcuno avesse aperto una paratoia: un affluente o un ostacolo naturale avrebbero potuto contribuire alla piena. Ma forniva agli esperti un intervallo preciso da controllare.
«Le quattro e cinquanta», disse Elia, indicando il grafico. «È lì che cambia tutto.»
Io pensai a Noemi, che a quell’ora avrebbe dovuto chiedere se mancava molto alla festa. Quando era stanca contava le curve e si inventava premi per chi indovinava l’ultima. Immaginarla ferma in una macchina che non capiva dove andare mi tolse il respiro. Spensi lo schermo.
Dopo pranzo ricevemmo una visita di Alberto. Non portò mele né legna. Aveva visto l’auto di Teresa davanti al municipio e voleva sapere se stessimo cercando di accusare qualcuno.
«Stiamo cercando di sapere dove sono morti», risposi.
«Non puoi essere certa neppure che siano morti, Silvia. Lo sai bene.»
Feci un passo indietro. Per sette anni mi aveva ripetuto di accettare la loro morte; adesso usava l’assenza dei corpi per mettere in dubbio il mio diritto a una spiegazione.
«Non usare le mie figlie in questo modo.»
Alberto si passò una mano sulla fronte. Sembrava stanco. Disse che alla stazione idrica erano stati tutti sotto pressione, che c’era un cantiere costoso e che, se avessero fermato il traffico senza autorizzazione, si sarebbe creato un caos enorme.
«Tu sapevi che il ponte era da chiudere?» gli chiesi.
«Io mi occupavo dei cartelli sulla strada alta. Non delle paratoie.»
«Ma sapevi della segnalazione.»
Non rispose. Guardò Elia, come se spettasse a lui interrompere la conversazione. Mio figlio rimase al mio fianco. Fu un gesto minuscolo, eppure compresi quanto gli fosse costato.
Dopo che Alberto se ne fu andato, Elia mi disse che gli aveva offerto un posto fisso nella propria ditta due settimane prima. Non aveva ancora accettato e adesso non sapeva più che cosa fare. Aveva bisogno di guadagnare; non voleva però che il lavoro diventasse un favore da ripagare con il silenzio.
«Puoi scegliere un lavoro senza scegliere la versione dei fatti di chi te lo offre», dissi.
«E se poi scopro che mi ha voluto bene davvero?»
«Le due cose possono stare insieme. È questo che fa male.»
A fine novembre Teresa ci avvisò che la procura aveva disposto l’acquisizione dei registri della stazione e l’ascolto di alcuni testimoni già individuati. Non era una conclusione: era l’inizio di un esame tecnico. Pochi giorni dopo Teresa ci convocò: durante l’inventario degli oggetti che avevamo consegnato insieme al primo documento, era emerso un secondo quaderno nella cassetta degli attrezzi.
Era un piccolo quaderno delle frequenze radio usate dai volontari. Accanto a una di esse Andrea aveva scritto: «Se l’allarme non va, chiamare canale 6. Ripetitore del mulino». Teresa sottolineò quelle parole. Fino a quel momento tutti avevano cercato una chiamata al telefono. Nessuno aveva chiesto se Andrea, davanti all’acqua, avesse usato la radio che teneva sempre in macchina.
L’idea mi riportò a un pomeriggio di molti anni prima. Andrea teneva le radio sul ripiano alto della cucina per non farle toccare ai bambini. Sofia era convinta che, se avesse premuto il pulsante giusto, avrebbe potuto parlare con gli astronauti. Lui non le aveva mai riso in faccia. Le aveva insegnato a dire il proprio nome, il luogo in cui si trovava e quello di cui aveva bisogno.
Era il genere di cosa che faceva Andrea: insegnava come chiedere aiuto prima ancora che servisse.
Andai in garage, dove avevamo conservato una radio portatile identica alla sua. Aveva una batteria scarica e un’antenna consumata. La misi sul banco e rimasi a guardarla senza accenderla. Per anni avevo immaginato mio marito nell’acqua, incapace di fare qualcosa. Adesso dovevo affrontare una possibilità peggiore: che avesse fatto esattamente quello che gli aveva insegnato il suo mestiere, e che qualcuno non avesse ascoltato.













