Il volontario che custodiva i vecchi registri radio si chiamava Bruno Zanetti. Aveva settantadue anni, gli occhiali sempre appoggiati sulla punta del naso e un garage pieno di scatole etichettate a mano. Teresa lo aveva individuato fra i responsabili delle comunicazioni durante l’alluvione del 2019. Fu sentito dagli investigatori prima che io potessi parlargli.
Per settimane non sapemmo nulla. Poi Teresa ci spiegò che erano stati acquisiti il registro cartaceo dei collegamenti e alcune registrazioni conservate nell’archivio dell’associazione. Non erano state recuperate da un telefono dimenticato: facevano parte della documentazione della rete radio di emergenza, catalogata per data e frequenza. Durante le prime ricerche, concentrate sulle chiamate telefoniche, nessuno aveva collegato il canale del vecchio mulino ad Andrea.
«C’è una voce che dobbiamo farvi ascoltare», disse Teresa. «Prima però devo dirvi che l’audio è incompleto e che gli esperti stanno verificando la corrispondenza con gli orari del registro.»
Volevo che Elia aspettasse fuori. Lui si sedette accanto a me e mi prese la mano. Fu lui, con calma, a chiedermi se fossi pronta. Gli risposi che non lo sarei mai stata, ma che volevo ascoltare.
La registrazione iniziò con un fruscio, poi si sentì un uomo pronunciare il proprio identificativo di volontario. Era Andrea. Lo riconobbi non tanto dal timbro, quanto dal modo in cui articolava le parole quando aveva paura di non essere capito.
«Qui Conti. Sono al vecchio mulino, lato monte. Ho due bambine con me. La strada è stata investita dall’acqua. Abbiamo bisogno di una squadra, subito.»
Seguì una voce sconosciuta che chiedeva di ripetere la posizione. Andrea lo fece. Nell’ultimo tratto si udì Noemi chiamarlo «papà» e poi uno schianto, forse una porta mossa dal vento. La comunicazione si interruppe. Sul registro, a fianco della frequenza, era indicata l’ora: 17.07.
Io avevo passato sette anni a immaginare l’ultimo istante di Andrea. Adesso sapevo che per un po’ era stato vivo, che aveva tenuto le bambine con sé, che aveva chiesto soccorso. Non era un miracolo. Non cancellava ciò che era successo. Ma rendeva intollerabile la storia del guidatore imprudente che avevamo dovuto ascoltare.
«Hanno risposto?» chiese Elia con una voce che non gli conoscevo.
Teresa mostrò la pagina successiva. Il messaggio risultava ricevuto. Bruno aveva annotato «mulino lato monte, tre persone», poi una correzione tracciata con una penna di colore diverso: «Posizione non confermata, probabilmente ponte». Le squadre erano state indirizzate più a valle, dove era arrivata la segnalazione del furgone trascinato dalla piena.
«Chi ha fatto correggere il registro?» domandai.
«Gli inquirenti stanno ricostruendo la catena delle comunicazioni. Bruno ha indicato una persona che gli telefonò dopo il primo messaggio. Finché non sarà verificato, non voglio attribuire a nessuno una responsabilità che non è ancora accertata.»
Uscii dallo studio e attraversai la strada senza vedere le macchine. Elia mi raggiunse davanti alla fermata dell’autobus. Si sedette sul muretto e nascose il viso nelle mani. Per la prima volta da anni non cercai di consolarlo con una frase. Rimasi lì, abbastanza vicina da non lasciarlo solo.
Quella sera tirammo fuori l’album delle bambine. Elia indicò una fotografia di Sofia con un casco da bicicletta troppo grande e ricordò che Andrea le aveva fatto provare una trasmissione alla radio durante una festa di paese.
«Lo avrebbe saputo fare anche lei», disse. «Se papà non avesse potuto parlare, Sofia avrebbe chiamato qualcuno.»
«Non sappiamo che cosa sia successo dopo il messaggio.»
«Lo so. Ma almeno non erano già scomparsi quando è arrivata l’acqua.»
L’indomani incontrammo Vera insieme a Teresa. Le era stato chiesto un parere tecnico sull’organizzazione degli allarmi, non una valutazione definitiva delle cause. Confermò che la sirena a valle del bacino risultava guasta dalla sua segnalazione e che non aveva ricevuto prova di un collaudo riuscito prima del 26 ottobre. La società avrebbe dovuto adottare avvisi alternativi e impedire l’accesso al tratto esposto.
Dalle prime acquisizioni degli orari di servizio risultava inoltre una manovra manuale sulla paratoia numero tre nel pomeriggio della scomparsa. Il comando era stato inserito poco prima dell’aumento registrato dai sensori a valle. Spettava ai periti stabilire quanta acqua avesse contribuito alla piena e quali decisioni fossero state prese in sala di controllo.
«Se l’avessero tenuta chiusa, sarebbero tornati?» domandai.
Vera non mi diede la risposta che desideravo.
«Non posso sapere che cosa sarebbe successo su quella strada. Posso dire che gli avvertimenti erano chiari e che le procedure esistevano proprio per evitare di trovarci a fare questa domanda.»
Prima di andare via, Teresa mi informò che Bruno aveva consegnato agli investigatori anche una pagina della propria agenda personale. Il 27 ottobre 2019 aveva scritto: «Alberto dice che il messaggio veniva dal ponte. Ma l’uomo ha ripetuto mulino due volte». Il nome di Alberto non era più soltanto in fondo a una segnalazione tecnica. Era entrato nella ricostruzione dei minuti in cui mio marito era ancora vivo.
Chiesi a Teresa di non diffondere la registrazione. In paese c’era già chi domandava di ascoltarla, come se la voce di Andrea fosse diventata una prova da far girare nei gruppi di messaggi. Avevo bisogno che servisse a ricostruire i fatti, non a soddisfare la curiosità di persone che non avevano mai conosciuto le mie figlie.
Elia fu d’accordo. La sera andò in soffitta a cercare una scatola di piccoli oggetti che avevamo tenuto fuori dall’album. Ne tirò fuori una medaglia di cartone che Noemi gli aveva dato quando aveva vinto una partita a carte contro di lei. Sul retro c’era scritto, con lettere storte: «Al fratello che non si arrende mai».
«Non voglio che la loro ultima ora diventi l’unica cosa che la gente ricorda», disse.
«Nemmeno io.»
Restammo seduti a parlare delle loro risate, dei litigetti in macchina, dei biscotti che Sofia nascondeva nella tasca del giubbotto. Era difficile, dopo aver ascoltato quell’audio, ricordare che le bambine avevano vissuto migliaia di ore normali. Mi imposi di ricominciare da quelle, ogni volta che potevo.
Il mattino seguente Teresa ci chiamò per avvertirci che Alberto era stato convocato dagli investigatori. Non dovevamo cercarlo, né discutere con lui delle dichiarazioni di Bruno. Riattaccai, guardai il numero che conoscevo a memoria e lo cancellai dai contatti preferiti. Non era una sentenza. Era soltanto il primo confine che riuscivo finalmente a tracciare.













