Il trenta giugno arrivai alla Libreria del Portico prima delle sei.
Avevamo organizzato il trasferimento per settimane, ma vidi subito che nessun elenco sarebbe bastato a prepararmi per il rumore di una stanza quasi vuota.
Senza i libri, le pareti sembravano più alte e il bancone più piccolo.
I segni lasciati dalle mensole formavano rettangoli chiari nell’intonaco, come pagine che qualcuno aveva tolto da un album.
Amina entrò con due borse di tela e il registro degli ultimi ordini da consegnare.
Aveva colorato di rosso quelli ancora in sospeso, non per allarmarmi ma perché nessuno sparisse nel disordine del trasloco.
Pietro arrivò più tardi con un carrello e tre persone che si erano offerte di aiutare.
Una era il vicino che aveva scritto di saper riparare una porta.
Non avevo ancora imparato il suo cognome e mi vergognai abbastanza da chiederglielo finalmente.
«Sergio Bellini», rispose.
«Mia moglie dice che qui mi conoscete come quello che non comprava mai niente».
«Ti conoscevamo come quello che tornava a sedersi vicino alla finestra», dissi.
Sorrise e sollevò una cassa.
Era una scena minima, senza discorsi.
Proprio per questo mi rimase dentro.
Per tutta la mattina arrivarono clienti a ritirare ordinazioni, non a piangere sui muri.
Elena portò l’elenco dei testi per settembre.
Rosaria comprò i due libri promessi per i nipoti e ci lasciò il suo nuovo indirizzo di consegna.
Una signora chiese se, nel locale nuovo, ci sarebbe stato ancora un tavolo dove aspettare la figlia che usciva dal corso di musica.
Le risposi che sì, avremmo avuto un tavolo, anche se all’inizio sarebbe stato quello vecchio, riparato da Pietro.
A mezzogiorno andai nel retro per l’ultima volta.
Lì mamma aveva lasciato un segno a matita sul muro ogni volta che Tommaso cresceva di qualche centimetro durante le vacanze.
Guardai quei segni e mi sembrò ingiusto che il muro restasse mentre tutti gli altri oggetti dovevano andarsene.
Presi una fotografia con il telefono.
Poi abbassai la mano.
Non volevo rubare un frammento d’intonaco per dimostrare che c’ero stata.
Tommaso arrivò alle quattro, come previsto nell’accordo per la consegna.
Non indossava un completo e non era accompagnato da Eva.
Portava soltanto una cartellina con il verbale sullo stato del locale.
Controllammo insieme ciò che restava da sistemare e annotammo una piccola riparazione alla serratura.
Fu un incontro quasi professionale, e scoprii di esserne grata.
Prima di firmare, mi porse una busta.
«È una copia della fotografia di papà davanti alla prima vetrina», disse.
«L’ho trovata nei documenti del magazzino. Pensavo che potessi volerla».
La fotografia mostrava nostro padre con il grembiule arrotolato e nostra madre che rideva perché il cartello con la scritta APERTO era appeso al contrario.
Tommaso era ancora troppo piccolo per ricordare quel giorno.
Io lo ricordavo soprattutto per la torta mangiata la sera, seduti per terra.
«Grazie», dissi.
Lui guardò il bancone vuoto.
«Non pensavo che ce l’avresti fatta a trovare un altro posto».
«Nemmeno io, all’inizio».
«Quando ti ho dato quella scatola, volevo costringerti a capire che era finita. Mi sono comportato da stupido».
Non disse che era stato tutto un malinteso.
Non attribuì a Eva la responsabilità di parole che aveva pronunciato lui.
Fu un’ammissione piccola, forse incompleta, ma fu sua.
«Mi hai fatto sentire come se non avessi mai lavorato qui», risposi.
«Lo so».
«Non credo che basti saperlo per cancellarlo».
«Non te lo chiedo».
Firmammo il verbale.
Gli consegnai le chiavi, lasciando sul banco la ricevuta della riparazione concordata.
Quando uscii sotto il portico, non mi voltai subito.
Avevo immaginato quel momento per mesi come una sconfitta pubblica.
Invece era soltanto la fine reale di un contratto e di una stagione della mia vita.
Il dolore rimaneva, ma non era più l’unica cosa che sentivo.
L’estate fu più difficile di quanto avessimo previsto.
I lavori in via del Sale subirono un ritardo per una consegna sbagliata.
Un fornitore cambiò i tempi di pagamento e dovemmo ridurre ulteriormente il primo ordine.
Pietro, che si era impegnato a tenere il canone alle condizioni pattuite, non poté concederci altre settimane gratuite, e noi non gliele chiedemmo.
Con Nadia rivedemmo il flusso di cassa due volte, tagliando le spese non necessarie senza toccare gli impegni verso i lavoratori.
Amina trascorse una giornata intera a rispondere ai clienti che chiedevano perché non avessimo ancora aperto.
La sera venne da me con un elenco di diciassette ordini confermati.
«Non è una folla», disse.
«Non dobbiamo fingere che lo sia».
«Però sono diciassette persone che ci aspettano davvero».
A settembre, dopo le verifiche e gli adempimenti previsti, aprimmo Pagina Viva.
Non c’erano nastri da tagliare né un giornalista incaricato di raccontare la mia rinascita.
Elena arrivò con alcuni insegnanti, Pietro preparò sedie aggiuntive e Sergio controllò che la porta riparata si chiudesse senza forza.
La prima vendita fu un atlante per una ragazzina che cominciava la scuola media.
Il secondo cliente chiese un libro che non avevamo e accettò di ordinarlo.
A mezzogiorno mi resi conto di non aver pensato a Tommaso per quasi tre ore.
Mi sembrò un tradimento verso il dolore che avevo portato tanto a lungo.
Poi capii che ricordare un’offesa non obbligava a viverci dentro ogni giorno.
Nei mesi successivi ci furono giornate buone e pomeriggi nei quali entrare in negozio sembrava servire soltanto a consumare riscaldamento.
Un corso venne cancellato perché mancavano iscritti.
Una classe prenotò venticinque copie di un romanzo contemporaneo e poi cambiò programma, costringendoci a trattare con il distributore.
Non tutte le persone che avevano aderito alla cooperativa compravano libri con regolarità.
Dovemmo dirlo apertamente, durante un’assemblea, e correggere il piano per l’anno successivo.
Per la prima volta non affrontai quei problemi come se fossero prove del mio valore personale.
Erano problemi dell’attività, da risolvere con gli altri secondo responsabilità definite.
Io avevo un compenso modesto ma scritto in bilancio, giorni di riposo che cercavo di rispettare e la possibilità di dire «non possiamo permettercelo» senza sentirmi una cattiva persona.
Il programma dei libri sospesi riprese in forma più piccola, con criteri chiari, registri separati e richieste gestite attraverso collaborazioni concordate.
Non tirammo fuori i cartoncini di mamma per farli leggere ai soci.
Li conservai a casa, nella scatola con il grembiule, come si conservano lettere private e non come si custodisce un archivio da esibire.
Portico 21 aprì qualche mese dopo la data inizialmente prevista.
Il progetto era diventato più sobrio e non pubblicizzava più la continuazione automatica dei libri sospesi.
Passai davanti alle sue vetrine una sera e vidi alcune persone bere un caffè ai tavolini.
Non ebbi il desiderio di entrare a discutere con nessuno.
Quel luogo era cambiato e la mia vita non aveva bisogno che fallisse per avere un senso.
A novembre Tommaso venne in via del Sale.
Rimase vicino all’ingresso, come fanno le persone che non sono sicure di essere benvenute.
Amina gli indicò il banco senza nessuna ostilità.
Lui si avvicinò e mi chiese se poteva comprare alcuni libri per una raccolta scolastica organizzata dalla sua azienda.
«Possiamo preparare un preventivo come per chiunque altro», risposi.
Annuì.
Dopo un momento aggiunse che aveva parlato con Eva delle fotografie e che avevano capito quanto fosse stato sbagliato considerare la storia di mamma un elemento decorativo da utilizzare senza domande.
Non so quanto di quella comprensione fosse arrivato prima o dopo la serata di giugno.
Scelsi di non chiedergli una confessione più bella di quella che era capace di offrire.
«Vorrei passare a vedere una lettura, un giorno», disse.
«Gli incontri sono aperti. Basta rispettare le persone che ci vengono».
Fu il limite più gentile e più fermo che fossi riuscita a mettere fra noi.
Non diventammo all’improvviso inseparabili.
Continuammo a sentirci per necessità familiari, qualche volta con affetto, altre con la cautela di chi sta imparando una lingua dimenticata.
Non gli chiesi di riconoscere pubblicamente ogni merito che non mi aveva dato.
Mi interessava di più che imparasse, almeno da quel momento, a non decidere quali parti della mia vita contassero.
Una sera d’inverno, dopo aver chiuso Pagina Viva, trovai Amina seduta al vecchio tavolo riparato da Pietro.
Stava leggendo una lettera arrivata senza mittente, scritta a mano da una signora che frequentava la libreria del Portico quando nostra madre era ancora viva.
La donna ringraziava per aver trovato uno spazio in cui poteva sedersi senza essere costretta a comprare qualcosa.
Amina me la porse senza aggiungere parole.
Mi sedetti accanto a lei.
Fuori, le biciclette attraversavano la strada bagnata e dentro sentivo il rumore discreto del riscaldamento.
Non avevamo salvato il vecchio negozio.
Avevamo costruito con fatica qualcosa che non sarebbe dipeso dalla bontà o dalla debolezza di una sola persona.
Prima di andare via riposi la lettera in un cassetto destinato alla corrispondenza, non nella scatola di mamma.
Era importante che quel posto avesse una memoria propria, fatta anche di giorni ancora da vivere.
Poi spensi la luce del retro, aspettai che Amina prendesse il cappotto e chiusi la porta senza fretta.
[ FINE.]
Ricordo ancora il peso della scatola che mio fratello mi mise fra le braccia davanti a persone che conoscevano soltanto una parte della nostra famiglia. Dentro c’erano un grembiule consumato, una tazza sbeccata e il fermacarte verde di mia madre. Per molto tempo avevo creduto che essere indispensabile significasse non chiedere mai niente per me. Mi vergognavo perfino di pronunciare la parola stipendio, come se dare un prezzo al mio lavoro lo rendesse meno sincero. Quel pomeriggio, sotto il portico, non sapevo dove avrei trovato il coraggio di ricominciare. Sapevo soltanto che non volevo più confondere il silenzio degli altri con il valore della mia voce.













