La presentazione ufficiale di Portico 21 si tenne il diciannove giugno, undici giorni prima della nostra ultima giornata in libreria.
La sala scelta da Riva Urbana era un ex magazzino restaurato, a pochi minuti a piedi dal centro.
Tavoli alti, vassoi di piccoli assaggi, fiori bianchi e un grande schermo avevano trasformato un luogo di lavoro in un posto nel quale sembrava impossibile parlare di fatica.
Arrivai con Nadia e Amina.
Non indossavo un vestito nuovo e non avevo preparato una frase capace di diventare il titolo di un giornale.
Portavo una cartella con la lettera della famiglia che aveva chiesto la rimozione delle fotografie, la corrispondenza con Eva e una scheda sintetica, già pubblica, sul progetto Pagina Viva.
Le persone ritratte nei vecchi cartoncini di mamma non erano in nessuno di quei fogli.
All’ingresso Eva ci accolse con un sorriso affaticato.
«Sono contenta che siate venute», disse.
«Anche noi», rispose Nadia.
Eva mi prese da parte.
Spiegò che aveva tolto dal video una parte delle immagini contestate, ma che la società intendeva parlare comunque dell’eredità sociale della libreria.
«Non è una questione di immagini e basta», le dissi.
«È il modo in cui state promettendo di continuare qualcosa senza averne concordato né le persone né il funzionamento».
«Il progetto comprende una donazione annuale per iniziative culturali», ribatté.
«Una donazione può essere una buona cosa. Ma non trasforma automaticamente un bar nel lavoro che faceva mamma».
Eva si strinse nelle spalle, poi guardò verso il palco.
«Tommaso ci tiene a far bella figura. Non voglio un’altra scenata fra voi».
«Non sono venuta per fare una scenata», risposi.
«Sono venuta perché ho ricevuto un invito e perché, se qualcuno parla a nome mio, voglio poter rispondere».
Ci sedemmo nella terza fila.
Riconobbi commercianti che conoscevano Tommaso appena e persone che avevo servito per anni senza sapere il loro cognome.
C’era anche Pietro, in fondo alla sala, vicino a Elena.
Mi sorrise appena, come se non volesse incoraggiarmi a diventare un’altra persona per il solo gusto di ferire mio fratello.
Tommaso salì sul palco con la naturalezza che gli avevo sempre invidiato.
Era bravo a parlare davanti alla gente.
Ricordò nostra madre con parole tenere che, per un momento, mi fecero abbassare la testa.
Parlò di nostro padre che misurava le prime mensole, dei clienti che si sedevano a leggere senza comprare nulla, delle biciclette parcheggiate davanti alla vetrina nei pomeriggi di pioggia.
Non stava inventando quei ricordi.
Era proprio questo a rendere più difficile ascoltarlo.
Poi mostrò il disegno del nuovo locale.
Disse che il vecchio modello commerciale era finito, ma che Portico 21 ne avrebbe custodito lo spirito.
Sul monitor apparve una parete dedicata ad Ada, seguita dalla scritta: «Il progetto dei libri sospesi continua».
Sotto c’era la fotografia di mamma con due bambine, una delle quali era la persona la cui famiglia aveva chiesto di non essere utilizzata nella promozione.
Amina afferrò il bracciolo della sedia.
Io rimasi ferma.
Avevo già fatto ciò che potevo in privato e ora avevo bisogno di scegliere parole che non trasformassero quella bambina in un altro simbolo.
Alla fine dell’intervento, Lucrezia Fabbri, la responsabile del progetto per Riva Urbana, aprì uno spazio per le domande.
Era una donna sulla cinquantina, con un taccuino sottile e la calma di chi deve prendere decisioni anche quando tutti preferirebbero brindare.
La prima domanda riguardò gli orari.
La seconda il numero dei posti a sedere.
La terza arrivò da Elena, che non si alzò finché Lucrezia non le diede la parola.
«Sono un’insegnante e collaboravo con Ada», disse.
«Vorrei sapere chi gestirà, in concreto, i libri sospesi che avete annunciato. Dove si presenteranno le richieste? Chi seguirà gli acquisti e la riservatezza delle famiglie?»
Tommaso prese il microfono.
«Stiamo progettando una formula moderna. Non vogliamo anticipare tutti i dettagli».
«Però avete annunciato che il programma continua», osservò Elena.
«Per questo chiedo se c’è già qualcuno incaricato».
Una pausa attraversò la sala.
Non era ostile, almeno non ancora.
Era il semplice silenzio che arriva quando una domanda pratica interrompe un discorso costruito per sembrare completo.
Eva si avvicinò al palco e spiegò che sarebbero state possibili partnership con realtà del territorio.
Lucrezia le chiese di precisare se esistessero accordi firmati.
Eva ammise che erano ancora in valutazione.
A quel punto un uomo dalla seconda fila alzò la mano.
Era il padre di una delle bambine ritratte nella fotografia.
Non pronunciò il nome della figlia.
«Posso chiedere perché avete usato un’immagine per la quale avevamo già chiesto una verifica?» disse.
«Non voglio che si parli di mia figlia per vendere un aperitivo».
Vidi mio fratello impallidire.
Eva si voltò verso lo schermo come se sperasse che l’immagine fosse già sparita.
Lucrezia domandò che la proiezione venisse interrotta e che la segnalazione fosse registrata.
Non ci furono urla.
Per qualche secondo si sentì soltanto il ventilatore del proiettore.
Tommaso mi individuò fra il pubblico.
«Giulia», disse nel microfono, «se hai organizzato tutto questo per screditarmi, potevi almeno parlarmi direttamente».
Mi alzai.
Sentii il cuore battermi in gola e il pavimento durissimo sotto le suole.
«Ti ho parlato», risposi.
«Ti ho chiesto chi avrebbe seguito le famiglie e chi aveva verificato quelle immagini. Te l’ho chiesto dieci giorni fa, nel retro della libreria».
Qualcuno si voltò verso di me.
Non avevo intenzione di pronunciare un discorso lungo, ma non volevo neppure lasciar credere che la domanda fosse una vendetta organizzata.
«Questo immobile è tuo», dissi a Tommaso.
«Hai il diritto di venderlo alle condizioni che valgono per tutti. Io non ti sto chiedendo di cambiare idea. Ma la vita delle persone che venivano da mamma, e il lavoro di chi le aiutava, non fanno parte dei muri».
Tommaso abbassò il microfono, poi lo rialzò.
«Vuoi fare passare me per quello senza cuore, mentre tu raccogli soldi con il suo nome».
«Non ho raccolto denaro con il nome di mamma. Pagina Viva è una cooperativa nuova, con soci, quote versate, accordi verificabili e responsabilità dichiarate. Non è la Libreria del Portico e non finge di esserlo».
Lucrezia mi chiese se fossi disponibile a inviare una scheda sul progetto, perché il quartiere aveva espresso interesse per mantenere un servizio librario.
«Sì», risposi.
«È già pubblica, e Nadia può trasmetterla domani. Ma non chiedo che questa sera diventi la presentazione di Pagina Viva».
Quella risposta sorprese persino Amina.
Sarebbe stato facile elencare gli ottantasette soci, le quote versate, il nuovo contratto e l’aiuto concreto che ci era arrivato.
Sarebbe stato forse il modo più veloce per umiliare Tommaso davanti alle stesse persone che mi avevano vista ricevere una scatola di cartone.
Ma non volevo che la nostra cooperativa nascesse come il negativo di mio fratello.
Volevo che esistesse per ciò che aveva promesso di fare.
Lucrezia dichiarò che Riva Urbana avrebbe rivisto ogni riferimento al programma solidale e verificato l’uso dei materiali fotografici prima di proseguire la comunicazione.
Il progetto commerciale, precisò, sarebbe stato valutato separatamente.
Nessuno annunciò l’annullamento della vendita.
Non ci fu una vittoria rumorosa e perfetta.
Ci fu qualcosa di più raro: una promessa pubblicitaria venne fermata prima di diventare un fatto che nessuno si assumeva la responsabilità di mantenere.
Quando la serata terminò, vidi Eva discutere con un consulente davanti allo schermo ormai nero.
Tommaso rimase solo a un tavolo, con il bicchiere intatto.
Mi avvicinai per prendere la giacca che avevo lasciato sulla sedia accanto e lui disse a bassa voce: «Hai ottenuto quello che volevi».
«No», risposi.
«Quello che voglio è aprire a settembre e pagare in tempo Amina. Stasera volevo soltanto che non venisse promesso a nome di altri ciò che non avete organizzato».
«Pensi che io non abbia mai fatto niente per mamma?»
La domanda mi colse impreparata.
Aveva i nostri occhi stanchi, gli stessi di quando tornavamo dall’ospedale e nessuno sapeva che cosa dire.
«So che hai pagato i debiti che allora non riuscivamo a pagare», dissi.
«Non l’ho dimenticato. Ma tu hai dimenticato che, mentre pagavi da lontano, io ero qui ogni giorno».
Non trovò una risposta.
Per una volta non provai a dargliene una al suo posto.
Uscimmo dalla sala a distanza di pochi minuti, fratello e sorella, entrambi con un’idea meno comoda della nostra famiglia.
Dieci giorni dopo avrei dovuto chiudere la libreria del Portico, consegnare le chiavi e portare via l’ultimo scatolone.
Solo allora avrei saputo se ero capace di lasciare un luogo senza sentirmi abbandonata da tutto ciò che conteneva.
Per seguire l’ultima giornata al Portico e la prima vera prova di Pagina Viva, prosegui con la Parte 8.













