Il proprietario della vecchia legatoria si chiamava Pietro Bassi e aveva le mani di chi, anche a riposo, sembra trattenere un oggetto fragile.
Mi aprì la porta un mercoledì mattina, con una sciarpa avvolta attorno al collo nonostante il riscaldamento acceso.
Il locale odorava di cartone asciutto, polvere e colla.
Non era bello nel senso che Eva avrebbe attribuito alla parola, ma aveva spazio per venti persone sedute e due grandi finestre verso il cortile.
«Il tetto è a posto», disse Pietro prima ancora di presentarsi.
«L’impianto elettrico è da rivedere. E non abbasserò il canone perché vi piacciono i libri».
Mi venne da sorridere.
«Nemmeno io vorrei pagarla con la passione», risposi.
Camminammo fra i vecchi tavoli da taglio.
Pietro raccontò che sua moglie era morta tre anni prima e che aveva smesso di rilegare perché non riusciva più a sostenere il peso delle casse.
I figli vivevano fuori regione.
Affittare il negozio non gli avrebbe restituito le mani di un tempo, ma gli avrebbe permesso di pagare le cure senza vendere la casa.
Quando gli spiegai la situazione, non mostrò compassione.
Mi chiese il fatturato medio degli ultimi tre anni, le spese fisse, il costo del personale e quale quota degli ordini provenisse dalle scuole.
Alla quarta domanda capii di essere andata lì con il cuore pieno e il quaderno dei numeri vuoto.
«Mi servono due settimane», dissi.
«Per cosa?»
«Per capire se posso permettermi questo posto senza raccontarle una bugia».
«Allora ci rivediamo fra due settimane».
Tornai in libreria e trovai Amina seduta sul pavimento fra scatole di saggistica.
Aveva separato i libri che i distributori avrebbero ritirato da quelli già pagati e quindi trasferibili.
Senza chiedermelo, aveva cominciato a fare la sola cosa utile che io continuavo a rimandare: distinguere i desideri dalla merce.
«Non posso chiederti di seguirmi al buio», le dissi.
Amina sollevò lo sguardo.
«Non ti ho chiesto una promessa. Fammi vedere un piano».
Quella sera chiamai Nadia Ferretti, la commercialista che da anni mi rimproverava la mia abitudine di presentarmi con ricevute dentro buste della spesa.
Mi accolse nel suo studio con una calcolatrice, tre penne e uno sguardo che non lasciava spazio al romanticismo.
«Se vuoi aprire un’altra libreria come questa, con gli stessi margini e le stesse rinunce, ti dirò di non farlo», esordì.
«E se volessi costruire qualcosa di diverso?»
«Allora dobbiamo prima decidere che cosa significa diverso».
Passammo quattro ore sui registri.
Il negozio del Portico vendeva bene i libri scolastici e i titoli ordinati, perdeva denaro in presentazioni che non generavano vendite e assorbiva il mio lavoro non pagato come se fosse una risorsa inesauribile.
Nadia tracciò una linea sotto l’ultima colonna.
«Non puoi più finanziare la tua bontà con la tua stanchezza», disse.
Fu una frase terribile da sentire.
Pensai alle sere in cui avevo detto ad Amina di andare a casa mentre io riordinavo fino a mezzanotte.
Pensai a mia madre, che mi chiamava ostinata ma accettava il mio silenzio come una prova d’amore.
Mi chiesi se avessi davvero protetto tutti o se avessi soltanto insegnato agli altri a non domandarsi quanto mi costasse.
Nadia propose una cooperativa con soci del quartiere, quote definite e gestione trasparente.
Non una raccolta di offerte per tenermi a galla, ma un’attività vera, con servizi concordati, responsabilità comuni e conti separati per le iniziative solidali.
Dovevamo verificare statuto, sostenibilità, contratti e possibilità di credito.
Nessun passo era automatico.
«E se nessuno volesse diventare socio?» chiesi.
«Avrai una risposta onesta prima di indebitarti», replicò.
Il venerdì successivo invitai Elena, Amina e Pietro a un tavolo nel retrobottega.
Portai una proposta di due pagine e il coraggio insufficiente di chi si aspetta che gli altri si mettano a ridere.
La prima pagina descriveva un negozio con un catalogo più piccolo, ordini scolastici, incontri a pagamento per chi poteva permetterseli e una quota precisa riservata ai libri sospesi.
La seconda elencava tutto ciò che poteva andare storto.
Pietro lesse in silenzio.
«Questa stanza non ospita una libreria grande», disse.
«Non voglio una libreria grande».
«E non ti permetterò di continuare qui se smetti di pagare».
«Nemmeno io».
Elena batté un dito sulla parola *partecipazione*.
«Non chiedere alle famiglie di salvare Ada», suggerì.
«Chiedi se hanno bisogno di questo servizio. Sono due cose diverse».
Fu così che nacque il primo questionario anonimo.
Nessun nome dei bambini, nessuna fotografia, nessuna storia personale.
Domandavamo soltanto quali libri e attività sarebbero stati utili, quanto spesso le persone avrebbero ordinato attraverso di noi e se avrebbero sottoscritto una quota sociale conoscendo i rischi.
Distribuimmo il questionario tramite la scuola, con le dovute autorizzazioni, e sul banco della libreria.
Non chiesi a Tommaso il permesso di parlare del futuro della mia attività.
Era una sensazione nuova e, sulle prime, quasi colpevole.
I primi risultati furono deludenti.
Molte persone ci auguravano buona fortuna, ma non volevano versare denaro.
Alcuni scrissero che avrebbero continuato a comprare libri online.
Una donna ci ricordò che la nostalgia non pagava le bollette.
Non avevo alcun motivo per accusarla di cinismo.
La sera del settimo giorno, però, Elena entrò con ventisei risposte nuove.
Un piccolo gruppo di genitori proponeva di prenotare insieme libri e materiali didattici ogni mese.
Un’associazione di lettori cercava una sala accessibile due pomeriggi a settimana.
Un insegnante di italiano per adulti offriva un ciclo di incontri, purché il costo non fosse scaricato su chi partecipava.
Per la prima volta vedevo richieste concrete al posto di promesse di affetto.
Nadia avrebbe potuto trasformarle in numeri e condizioni.
Pietro avrebbe potuto dire se lo spazio bastava.
Amina avrebbe potuto scegliere, senza dovermi essere riconoscente, se il lavoro che immaginavamo aveva senso anche per lei.
Poi mi chiamò il fornitore più importante.
Aveva letto un articolo sul progetto di Tommaso e voleva sapere se avremmo saldato le fatture prima di chiudere.
Gli risposi che erano coperte, e lo erano, ma quando riattaccai sentii tremare le mani.
La distanza fra un progetto e una vita reale stava tutta in quelle telefonate.
La settimana dopo tornai in via del Sale con il prospetto compilato da Nadia.
Pietro lo sfogliò lentamente e mi disse che era disposto a firmare una proposta di affitto condizionata alla disponibilità dei fondi.
Mi consegnò la penna, ma prima che potessi prenderla il telefono vibrò.
Era un messaggio di Tommaso: «Domani passo con un acquirente. Cerca di non mettere in giro la voce che aprirai altrove. Potresti complicare una trattativa molto importante».
Non era una richiesta.
Era la prima prova che mio fratello cominciava a considerare pericoloso perfino un progetto che non aveva ancora aperto.
E io dovevo decidere se continuare a proteggerlo dal disagio delle mie scelte.
Che cosa accadde quando smisi di chiedere il permesso a Tommaso? Continua con la Parte 4.













