La prima volta che vidi il nome della mia legatoria sul catalogo dei matrimoni di mia sorella, mia madre stava distribuendo prosecco come se avesse appena salvato il mondo.
Sul tavolo, accanto ai confetti e ai campioni di tovaglie, c’era scritto che avrei realizzato a mano gli album, gli inviti e i libri degli ospiti di ogni cerimonia organizzata a Villa delle Ortensie.
Nessuno mi aveva chiesto il permesso.
E, a giudicare dalle firme stampate in fondo al catalogo, qualcuno aveva già deciso che il mio consenso non serviva.
«È una sorpresa», disse mia madre, Lidia, quando mi vide fissare quella pagina.
«Tua sorella voleva annunciartelo nel modo giusto.»
Eravamo nella villa appena restaurata sulle colline tra Imola e Faenza.
La mia sorella minore, Camilla, aveva trascorso due anni a trasformare un edificio umido, con un tetto che perdeva, in un luogo per ricevimenti con tende color avorio e lampadari di vetro.
I nostri genitori avevano venduto un appartamento ereditato da uno zio e investito quasi tutti i risparmi nell’impresa di Camilla.
Io avevo saputo l’entità della somma solo quella mattina, ascoltando mio padre vantarsi con un assessore: settecentoventimila euro, «per dare una possibilità a chi ha coraggio».
Io, a quarantadue anni, ero evidentemente rimasta senza coraggio agli occhi di mio padre.
Gestivo una piccola legatoria a Bologna, Carta Viva, in un laboratorio dove restauravo registri, cucivo fascicoli e preparavo edizioni artigianali per biblioteche e privati.
Non avevo terrazze panoramiche né cavalli bianchi per le fotografie degli sposi.
Avevo due dipendenti, una pressa vecchia, clienti che pagavano quando potevano e un figlio di dodici anni, Tommaso, che conosceva il rumore dei miei macchinari meglio di quello di un televisore.
«Elena, non fare quella faccia», intervenne mio padre, Sergio.
«È un’occasione anche per te. Camilla porterà clienti, tu farai qualche lavoretto. Fra sorelle ci si aiuta.»
Spostai il catalogo verso di lui.
«Qui non c’è scritto “qualche lavoretto”. Ci sono pacchetti già venduti. E c’è il mio marchio.»
Mio padre abbassò la voce, quel tono basso che usava per far capire che stava per trasformare una discussione in un ordine.
«Non rovinare l’inaugurazione.»
Sull’altra facciata del catalogo c’erano fotografie di album rivestiti in lino, con iniziali ricamate e pagine tagliate a mano.
Erano fotografie del mio lavoro, prelevate dal sito di Carta Viva.
Riconobbi perfino un album realizzato per il cinquantesimo anniversario di due insegnanti pensionati.
Adesso portava, aggiunta con un programma di grafica, la scritta «Collezione Ortensie».
«Non avete neppure usato immagini vostre», dissi.
Camilla apparve alle nostre spalle, splendida in un completo chiaro che probabilmente costava più del mio affitto mensile del laboratorio.
Sorrise prima di rendersi conto della mia espressione.
«È marketing, Elena. Tutti collaborano con qualcuno.»
«Una collaborazione si propone. Non si vende prima di esistere.»
«Ho già ricevuto prenotazioni», rispose lei, e il sorriso le si incrinò appena.
«Non puoi mandarmi tutto all’aria davanti agli invitati.»
Non dissi nulla per qualche secondo.
Guardai la data stampata in basso: il catalogo era alla seconda edizione.
Non era un’idea nata la sera prima.
Qualcuno aveva stampato, corretto e ristampato quelle promesse mentre io trascorrevo le giornate a rimettere insieme pagine che altri davano per perdute.
«Quante prenotazioni?» domandai.
«Non è il momento.»
«Quante?»
Camilla cercò il volto di nostra madre, come aveva fatto a nove anni quando aveva rotto il vetro del soggiorno e lasciato che fossi io a spiegare l’incidente.
Mia madre si avvicinò.
«Tua sorella ha bisogno di sentirsi sostenuta, almeno oggi.»
Quella frase mi fece tornare in mente un’estate di venticinque anni prima.
Avevo rinunciato a un corso a Firenze perché a Camilla servivano lezioni private per gli esami.
Mia madre aveva chiamato il mio sacrificio maturità.
Non mi aveva mai chiesto se fossi stata felice di farlo.
«Sono venuta a festeggiare la sua villa», risposi.
«Non a regalarle il mio lavoro e la reputazione dei miei dipendenti.»
Tommaso, che fino a quel momento era rimasto vicino alla fontana a osservare i pesci, si avvicinò con il bicchiere di aranciata in mano.
Notò subito il catalogo e la tensione.
«Mamma, possiamo andare?» chiese.
Lo guardai e capii che non avrei litigato un minuto di più in quel giardino.
Presi una copia del catalogo, la infilai nella borsa e salutai senza abbracciare nessuno.
Mio padre mi seguì fino al parcheggio.
«Sei sempre stata così», disse.
«Appena Camilla raggiunge qualcosa di importante, devi riportare tutto a te.»
«Papà, non voglio nulla di suo. Voglio che tolga il mio nome dai suoi contratti.»
Per un istante lo vidi cercare una risposta che non avesse il suono di una minaccia.
Non la trovò.
«Parleremo lunedì. E questa volta ascolterai.»
Nel tragitto verso Bologna Tommaso rimase silenzioso.
Di solito mi raccontava ogni dettaglio delle sue giornate, anche quelli che avrei preferito non conoscere, come la quantità di gesso che riusciva a nascondere negli zaini dei compagni.
Quella sera fissava i campi oltre il finestrino.
«La zia ha fatto una cosa brutta?» chiese infine.
«Ha promesso qualcosa che non era suo promettere.»
«Anche se è tua sorella?»
«Soprattutto quando è mia sorella. Dovrebbe saperlo meglio degli altri.»
Lunedì mattina trovai mia madre davanti alla legatoria prima dell’apertura.
Aveva con sé una scatola di paste, il sorriso stanco che sfoggiava quando voleva apparire ragionevole e una lista di trentuno cerimonie.
La appoggiò sulla mia scrivania come si deposita una spesa già pagata.
«Questi sono gli eventi confermati fino a giugno», spiegò.
«Dovresti preparare gli album secondo i modelli del catalogo. Camilla ti darà i colori e i nomi.»
Scorsi la lista.
Diciassette coppie avevano acquistato il pacchetto completo, altre quattordici soltanto inviti e album.
C’erano consegne ravvicinate, quantità impossibili per una struttura delle nostre dimensioni e note a margine come «oro vero», «pelle naturale» e «urgenza garantita».
«Quanto hanno pagato per questi servizi?» domandai.
«Non guardare soltanto ai soldi.»
«È una domanda precisa.»
«I soldi sono entrati nella gestione generale della villa. Quando Camilla si sarà stabilizzata, sistemerete i conti.»
Le restituii la lista.
«No. Domani scriverò a Camilla per chiederle di interrompere la vendita e informare i clienti che non ho firmato alcun accordo.»
Mia madre smise di sorridere.
«Tu non capisci quanto siamo esposti.»
«Esposti a cosa?»
Lei si voltò verso la vetrina, controllando che i passanti non potessero sentirla.
«Ci sono scadenze. E persone che aspettano.»
Prima che potessi domandare altro, il telefono della legatoria squillò.
Rispose Ada, la mia collaboratrice più anziana, e mi passò la cornetta con uno sguardo interrogativo.
Una giovane donna si presentò come Sofia Monti.
Disse che si sposava a maggio a Villa delle Ortensie e che voleva confermare il testo da imprimere sul proprio album.
«Non conosco il suo ordine», le spiegai.
«Non risulta alcun contratto con Carta Viva.»
Dall’altra parte ci fu una pausa spaventata.
Poi Sofia pronunciò una frase che fece diventare grigia la faccia di mia madre.
«Ma signora Roversi, io ho qui il contratto firmato da lei. E ho già pagato l’intero importo quattro mesi fa.»
Quella sera, quando Sofia mi inviò la scansione, riconobbi una firma che sembrava la mia e un indirizzo del laboratorio che avevo abbandonato due anni prima.
Non sapevo ancora chi avesse costruito quel documento.
Sapevo però che non stavamo più parlando di un catalogo stampato senza permesso.
Per scoprire perché qualcuno aveva firmato al mio posto e quanti clienti erano stati coinvolti, continua con la Parte 2.













