Fatima volle incontrarmi in un bar vicino alla stazione di Imola, a metà strada tra la villa e Bologna.
Arrivò con una borsa da lavoro e le occhiaie di chi dorme poco da settimane.
Mi disse subito che non voleva registrazioni nascoste e che avrebbe parlato anche con Marta, purché nessuno promettesse di poterle risolvere tutti i problemi.
Aveva lavorato per Camilla otto mesi come coordinatrice dei ricevimenti.
Preparava i calendari, teneva i contatti con i fornitori e accompagnava le coppie durante i sopralluoghi.
Amava quel lavoro.
Le piaceva soprattutto il momento in cui due famiglie con abitudini diverse smettevano di discutere dei posti a tavola e cominciavano a immaginare una festa comune.
«All’inizio credevo che Carta Viva fosse davvero vostra socia», raccontò.
«Ne parlavano tutti come di un accordo importante. C’era il logo nelle mail, nei preventivi e nei cartellini dei campioni.»
«Quando hai capito che qualcosa non tornava?»
«Quando ho chiesto chi avrei dovuto chiamare per le bozze degli inviti. Camilla mi ha detto di aspettare. Tua madre ha risposto che non era necessario disturbarti finché non fossero arrivate le ultime conferme.»
Fatima aprì un quaderno a quadretti.
Per ogni matrimonio aveva appuntato le attività promesse, le scadenze e le note delle coppie.
Accanto alla colonna della cartoleria, per settimane, compariva sempre la stessa parola: «rinviare».
«Non sei andata dai clienti a dirlo?» chiesi.
«Ci ho provato. Camilla mi ha accusata di creare panico. Poi ha cominciato a pagarmi in ritardo e a correggere da sola i miei fogli di consegna.»
Mi mostrò la mail con cui si era dimessa.
Era ferma e professionale; chiedeva gli stipendi dovuti e la restituzione di un piccolo anticipo versato per materiali acquistati di tasca propria.
La risposta di Camilla sosteneva che il ritardo dipendesse da «ostacoli creati da fornitori poco collaborativi».
Non nominava Carta Viva, ma ormai il significato era evidente.
Fatima mi consegnò copie di alcune mail e mi autorizzò a farle visionare all’avvocata.
La più importante risaliva a febbraio.
Camilla aveva scritto alla madre nostra: «La stampatrice chiede il file definitivo. Puoi inviare tu quello con il nome di Elena? Se la chiamiamo adesso, blocca tutto».
La risposta era breve: «Me ne occupo io. Tuo padre sa».
Rilesi quelle sette parole diverse volte.
Non dimostravano chi avesse imitato la mia firma.
Dimostravano, però, che Camilla e mia madre sapevano di vendere una collaborazione che non mi avevano comunicato.
E che mio padre non poteva più presentarsi come un osservatore ignaro.
Fatima mi fermò prima che lasciassi il tavolo.
«Non credere che tutti quelli che sono rimasti alla villa siano complici. C’è gente che pulisce le camere e cucina da mattina a sera. Ha bisogno di quello stipendio.»
Le promisi che non avrei dimenticato quelle persone.
Non perché potessi salvarle tutte, ma perché non volevo che il dolore inflitto a me diventasse una scusa per non vedere gli altri.
Con Marta decidemmo di contattare la tipografia che aveva prodotto i cataloghi, una piccola azienda di Castel San Pietro chiamata Stampa Berti.
Non chiedemmo di entrare nei loro sistemi né di portarci via dati riservati.
L’avvocata inviò una richiesta circostanziata, indicando le copie già in nostro possesso e la necessità di conservare le comunicazioni relative all’uso del marchio.
Il titolare, Paolo Berti, rispose due giorni dopo.
Era seccato perché alcuni clienti della villa avevano cominciato a chiamarlo, pensando che fosse lui il responsabile degli album mai consegnati.
Accettò un incontro con i propri consulenti e ci mostrò soltanto i documenti che poteva condividere.
Sul suo computer apparvero tre versioni del catalogo.
La prima conteneva la scritta «Carta Viva — partnership in definizione».
La seconda eliminava quelle tre parole.
La terza aggiungeva sotto il logo una formula più impegnativa: «produzione garantita direttamente dal laboratorio».
«Chi ha chiesto queste modifiche?» domandò Marta.
Paolo indicò una serie di mail stampate.
La prima richiesta proveniva dall’indirizzo aziendale di Camilla.
Le correzioni successive erano state inviate dall’account personale di mia madre.
La terza mail conteneva una frase che conoscevo bene.
«Non serve sentire Elena per queste cose. È abituata a farsi carico delle urgenze della famiglia.»
Non sentii rabbia nell’immediato.
Mi colpì soprattutto la normalità della frase.
Mia madre non aveva scritto che avrebbe convinto sua figlia o che aveva ottenuto il permesso.
Aveva descritto la mia disponibilità come una proprietà di cui lei poteva disporre.
La sera andai nel ripostiglio del laboratorio, dove conservavo i resti delle vecchie collezioni.
Aprii scatole impolverate, cercando gli ultimi esemplari della carta intestata con l’indirizzo precedente.
Ada rimase oltre l’orario e mi aiutò senza parlare troppo.
Alla fine trovammo un quaderno di campioni con una copertina arancione.
Dentro c’era una prova di intestazione recante un errore: «CARTA VVA», senza la seconda I.
Avevamo scartato quella variante in fase di impaginazione.
Un piccolo trattino azzurro nell’angolo serviva al tipografo per verificare il taglio.
«Questo è uguale alle schede degli sposi», osservò Ada.
Annuii.
Non era la prova definitiva della falsificazione, ma restringeva la provenienza del materiale.
Chi aveva preparato gli allegati non aveva scaricato soltanto immagini dal nostro sito.
Aveva ottenuto un modello che esisteva nella vecchia scatola delle bozze.
Tornata a casa, telefonai a mia madre.
Non feci domande sulla firma.
Le chiesi dove avesse portato la scatola del dinosauro con la cravatta.
«Quale scatola?» rispose immediatamente.
Le descrissi il disegno di Tommaso.
Seguì un silenzio, poi mia madre disse che forse era finita nel garage della villa, insieme agli addobbi dell’inaugurazione.
«Perché hai portato delle prove della mia legatoria a Camilla?»
«Non ricordo. Era roba vecchia.»
«Mamma, in quelle bozze c’era il mio nome.»
Lei sospirò.
«Non puoi continuare a parlare come se l’intera famiglia fosse contro di te.»
Avrei voluto risponderle che non sapevo più come chiamare ciò che stavano facendo.
Invece dissi soltanto che ogni comunicazione successiva avrebbe dovuto passare dagli avvocati.
La mattina seguente ricevetti una telefonata dal responsabile amministrativo di una biblioteca con cui lavoravo da anni.
Mi comunicò che una nuova commessa di restauro, già quasi approvata, sarebbe stata sospesa fino a chiarimento delle notizie circolate sul mio laboratorio.
Non mi accusava di nulla.
Proprio per questo la sua prudenza faceva ancora più male.
Appena riagganciai, Ada mi porse il telefono.
Camilla aveva pubblicato un lungo messaggio sulla pagina della villa.
Senza fare il mio nome completo, sosteneva che un «fornitore familiare» avesse abbandonato improvvisamente gli sposi dopo mesi di lavoro concordato.
Sotto il post, diverse persone avevano già riconosciuto Carta Viva.
Rimasi con lo schermo in mano, consapevole che la questione stava uscendo dai documenti ed entrando nella vita di mio figlio, dei miei dipendenti e delle persone che non mi conoscevano.
Poi vidi l’ultimo commento, scritto da mio padre dal proprio profilo pubblico.
«Con certe persone la generosità è sempre un errore.»
Per vedere che cosa accadde quando la versione della mia famiglia cominciò a circolare anche fuori dalla villa, continua con la Parte 5.













