Mio fratello annunciò la fine della libreria di nostra madre davanti a trentasette persone e mi consegnò una scatola di cartone come se fossi una dipendente licenziata.
La posò sul banco dove, da bambina, avevo imparato a fare i resti con le monete da cento lire.
Poi sorrise verso il fotografo del giornale locale e disse: «Giulia è affezionata al passato, ma qualcuno deve pur occuparsi del futuro».
Non era il futuro a farmi paura.
Era la facilità con cui Tommaso aveva appena cancellato trent’anni della mia vita senza abbassare la voce.
La Libreria del Portico si trovava sotto un lungo porticato di Ferrara, fra una bottega di riparazioni e un negozio di stoffe.
In febbraio, la luce entrava obliqua dalle vetrine e mostrava ogni graffio del parquet.
Nostra madre Ada diceva che le librerie migliori erano quelle in cui si vedeva che qualcuno aveva vissuto.
Quel pomeriggio, invece, mio fratello aveva fatto coprire gli scaffali con teli bianchi.
Su un cavalletto campeggiava il progetto di un locale elegante, con tavolini di ottone, bottiglie illuminate e il nome PORTICO 21 scritto in lettere dorate.
La società che voleva prenderlo in gestione aveva invitato architetti, fornitori, due giornalisti e alcuni commercianti del quartiere.
Io avevo ricevuto l’invito da Amina, la ragazza che lavorava con me, non da mio fratello.
«È soltanto una presentazione preliminare», mi aveva assicurato Tommaso al telefono.
«Non fare la tragica».
Ma sul pannello c’era già la data prevista per l’inizio dei lavori: primo luglio.
Sul contratto che avevo in ufficio, il nostro ultimo giorno di attività era il trenta giugno.
L’avvocata che avevo consultato mi aveva spiegato con pazienza che Tommaso era proprietario dei muri e che l’accordo con cui avevamo regolato l’uso del locale sarebbe scaduto davvero.
La sua decisione poteva essere crudele senza essere illegale.
Questa distinzione mi feriva più di quanto volessi ammettere.
Avevo quarantacinque anni e, fino a quel momento, non avevo mai lavorato in un posto diverso dalla libreria.
Avevo rinunciato a un impiego in una casa editrice a Bologna quando nostro padre si era ammalato.
Poi erano arrivati gli anni della malattia di mamma, le cure, le sostituzioni, le notti in cui chiudevo i conti al tavolo della cucina.
Tommaso, più giovane di tre anni, aveva fatto carriera nelle vendite immobiliari a Milano.
Ogni Natale diceva che prima o poi sarebbe tornato a sistemare le cose.
Era tornato solo dopo il funerale.
Eva, la sua compagna, mi raggiunse mentre cercavo Amina fra gli ospiti.
Indossava un completo color crema e portava sotto il braccio cartelle lucide con il nuovo marchio.
Non era una donna scortese per natura; sapeva semplicemente presentare ogni decisione come se fosse già stata approvata da tutti.
«Abbiamo pensato a un angolo commemorativo per Ada», disse.
«Una fotografia, magari una sua frase su una parete».
«Un angolo?» ripetei.
«Per non perdere la memoria del luogo».
Guardai gli scaffali coperti e il banco sul quale mia madre teneva sempre un bicchiere d’acqua per chi aveva bisogno di sedersi.
La memoria, per Eva, misurava probabilmente un metro e mezzo di parete.
Quando Tommaso mi chiamò davanti agli ospiti, pensai che volesse parlare delle mie cose ancora da ritirare.
Prese la scatola da dietro il banco, la sollevò all’altezza del petto e la spinse verso di me.
«Abbiamo messo qui gli oggetti personali di Giulia», annunciò.
«Così cominciamo a voltare pagina anche materialmente».
Qualcuno rise per educazione.
Un uomo abbassò gli occhi.
Vidi Amina immobile accanto allo scaffale di narrativa, con le labbra strette fino a diventare bianche.
«Non avevi bisogno di farlo davanti a tutti», dissi a mio fratello.
Lui inclinò il capo verso il fotografo, che non aveva smesso di scattare.
«Non trasformare tutto in una questione personale. Il locale non guadagna abbastanza e tu lo sai».
Era vero che non guadagnavamo abbastanza.
Era vero anche che negli ultimi cinque anni avevamo pagato fornitori, affitto e due stipendi senza saltare una sola mensilità.
Non avevo mai confuso il pareggio con il successo, ma neppure la dignità con un bilancio spettacolare.
«Questa non è soltanto una libreria», provai a dire.
«Appunto», rispose lui.
«È diventata una specie di salotto dove regalate tempo che nessuno paga».
Nell’ultima fila una maestra, Elena Mori, si alzò come per intervenire.
Le feci un piccolo cenno di aspettare.
Non volevo che mia madre diventasse l’argomento di una lite organizzata sotto i suoi scaffali.
Presi la scatola.
Era più pesante di quanto immaginassi.
All’interno c’erano il mio vecchio grembiule, una tazza sbeccata e il fermacarte di vetro verde che mamma usava per non far volare le ricevute quando aprivamo le porte in primavera.
Sotto, però, c’era un quaderno grigio che non riconobbi.
«Di questo ti sei ricordato?» chiesi.
Tommaso guardò dentro senza interesse.
«Le carte che non mi servono sono tue. Evitiamo di riempire il magazzino».
Nessuno applaudì quando uscì.
Sentii solo il rumore metallico delle serrande della bottega accanto, che il proprietario stava abbassando per il pomeriggio.
Fu quel rumore a farmi capire quanto fossi stanca.
Da mesi avevo difeso una porta, pensando che difendere una porta fosse lo stesso che difendere una promessa.
Amina mi raggiunse in strada.
Aveva ventotto anni, capelli raccolti in una treccia e la capacità rara di non riempire ogni silenzio con una frase consolatoria.
«Non devi rispondergli oggi», disse.
«Non voglio rispondergli affatto».
«Allora vieni domattina prima dell’apertura. Devo mostrarti una cosa che tua madre mi aveva chiesto di tenere separata dai conti».
Mi voltai verso di lei.
«Quali conti?»
Amina posò un dito sul quaderno grigio che spuntava dalla scatola.
«Quelli delle persone», rispose.
«Tua madre diceva che erano gli unici che non si potevano chiudere a fine mese».
Passai la notte sul divano con la scatola ai piedi, incapace di decidere se aprire quel quaderno o rispettare il tempo che mia madre aveva aspettato per mostrarmelo.
All’alba capii che la domanda non era che cosa mi avesse lasciato.
Era perché Amina, che conosceva ogni nostra spesa, fosse così sicura che non avevamo ancora perso tutto.
Per scoprire che cosa custodiva il quaderno grigio e perché Amina aveva aspettato tanto, continua con la Parte 2.













