Arrivai in libreria alle sette e dieci, quando la città sembrava trattenere il respiro prima del passaggio delle biciclette dirette al lavoro.
Amina aveva preparato due caffè nel retro e liberato il tavolo sul quale, negli ultimi mesi, avevamo accumulato scatoloni di resi.
Sul tavolo c’erano quarantotto cartoncini color crema, fermati da un elastico ormai secco.
«Non sono debiti», mi disse subito.
«Almeno, non nel senso in cui li intenderebbe Tommaso».
Su ogni cartoncino era scritto un nome, qualche volta soltanto un’iniziale, e sotto un titolo di libro o l’indicazione di un quaderno, di un dizionario, di un paio di occhiali da lettura.
Accanto, in una grafia che conoscevo meglio della mia, mamma aveva annotato date, promesse, piccoli cambiamenti.
«La signora Lidia può leggere da sola adesso».
«Karim ha trovato il coraggio di partecipare alla recita».
«A Elena non chiedere come va a scuola finché non sarà lei a parlarne».
Non capivo.
Avevo visto mamma preparare sacchetti per alcune famiglie, ma ero convinta che fossero iniziative sporadiche legate alle raccolte del quartiere.
La sua discrezione era stata così efficace da escludere perfino me.
«Quando veniva qualcuno che non voleva essere visto chiedere aiuto, tua madre prendeva un libro dallo scaffale e lo segnava qui», spiegò Amina.
«A volte pagava un cliente che aveva lasciato dei soldi in più. A volte era lei a rinunciare a qualcosa».
«Perché non me l’ha detto?»
Amina si morse il labbro.
«Lo sapevi in un altro modo. Sei tu che portavi le buste fuori dall’orario di apertura, quando lei non riusciva più a camminare».
Ricordai una quantità di sere in cui mamma mi aveva chiesto di passare da un indirizzo, consegnare qualcosa e non aspettare ringraziamenti.
Avevo pensato fosse orgoglio, un’abitudine di donna nata in un tempo in cui i bisogni dovevano restare dietro le tende.
Invece stavo guardando una mappa di relazioni che non aveva mai chiesto di essere celebrata.
«Non possiamo usare questi nomi», dissi.
«Non volevo farlo. Volevo solo che tu vedessi quanti sono i modi in cui questa libreria è esistita».
Un cartoncino portava il nome di nostro padre, morto dodici anni prima.
Sotto, mamma aveva scritto: «Paolo credeva che io salvassi la bottega. Non sapeva che era la bottega a salvare me».
Per un momento non riuscii più a guardare la scrittura.
Nostro padre aveva aperto la libreria con un prestito e tre scaffali ricavati da un vecchio armadio.
Era stato un uomo gentile e disordinato, generoso con tutti tranne che con la contabilità.
Quando si era ammalato, Tommaso aveva aiutato a pagare parte dei debiti garantiti sulla casa e, qualche anno dopo, aveva comprato regolarmente l’immobile del Portico.
Nessuno glielo aveva regalato.
Io non avevo contestato quella vendita, perché senza quei soldi avremmo rischiato di perdere anche il negozio.
La proprietà dei muri, dunque, era sua da anni.
La gestione della libreria, con i suoi contratti, le fatture e il magazzino, era passata a me attraverso un accordo separato con mamma.
Non esisteva alcuna pagina segreta che potesse capovolgere quei fatti.
Lo sapevo, e proprio per questo avevo bisogno di smettere di cercare una scorciatoia.
Amina aprì il cassetto inferiore e ne estrasse una cartella di plastica.
Dentro c’erano le ricevute delle piccole donazioni registrate, anno per anno, con una precisione che avrebbe reso felice qualsiasi commercialista.
Accanto alle offerte era annotata la destinazione, mai il nome della persona aiutata.
«Mamma ha tenuto distinti i soldi della libreria da quelli raccolti per i libri sospesi», osservai.
«Ti sorprende?»
«Mi sorprende che io abbia passato così tanto tempo a cercare di pagare le fatture da non essermi chiesta perché continuasse a ordinare certe cose».
Amina infilò una busta fra le pagine del quaderno.
Era indirizzata a me, ma conteneva soltanto una frase: «Non fare di ciò che abbiamo dato una ragione per pretendere qualcosa dagli altri».
Nessuna rivelazione, nessun testamento, nessuna istruzione su come vincere contro Tommaso.
Mia madre mi conosceva abbastanza da temere che, ferita, potessi trasformare la gratitudine in un credito.
Alle nove arrivò Elena Mori, la maestra che il giorno prima si era alzata fra gli ospiti.
Portava una busta con le autorizzazioni per la consegna dei libri ordinati dalla scuola.
Quando seppe dei cartoncini non chiese di leggerli.
«Ada aveva una regola», ricordò.
«Mai esporre un bambino per dimostrare di aver fatto del bene».
Le domandai se conoscesse uno spazio nel quale avremmo potuto continuare a organizzare gli incontri, anche senza una libreria.
Elena mi guardò a lungo.
«Perché soltanto gli incontri?»
«Perché gli scaffali costano. Il personale costa. Io ho quarantacinque anni e diecimila euro sul conto dopo aver pagato i fornitori. Non posso fingere che basti la nostalgia».
«È la prima volta che ti sento parlare di numeri tuoi», disse.
«Di solito parli soltanto dei numeri che devi agli altri».
Quella frase mi infastidì, forse perché era vera.
Avevo imparato a esistere in funzione delle scadenze: il giorno del pagamento dell’affitto, la data per rendere i titoli invenduti, il turno di mamma in ospedale, la visita del tecnico alla caldaia.
La domanda «Che cosa vuoi tu?» era rimasta senza risposta così a lungo che mi sembrava sconveniente perfino sentirla.
A pranzo arrivò Tommaso.
Guardò i cartoncini che stavo rimettendo nella scatola e fece una smorfia.
«Non dirmi che adesso organizzerai una manifestazione con tutta la beneficenza di mamma».
«Non organizzo niente usando la sua vita contro di te».
«Brava. Allora capisci perché dobbiamo essere adulti. Riva Urbana vuole dare un anticipo e io ho un mutuo da sistemare».
Era la prima volta che pronunciava la parola mutuo con quella fretta.
Mi chiesi quanto costasse davvero il progetto che mostrava con tanta sicurezza.
«Hai bisogno che me ne vada entro giugno», dissi.
«Esattamente».
«E se trovassi un altro posto?»
Lui lasciò uscire una risata corta.
«Giulia, le persone vengono qui perché è la libreria di mamma. Tolto il Portico, non resta niente da vendere».
Rimasi zitta, perché non avevo ancora il diritto di smentirlo.
Non avevo un progetto, una sede, un socio, né la sicurezza di poter pagare uno stipendio dopo l’estate.
Avevo soltanto un quaderno che mi impediva di vergognarmi del lavoro fatto.
Quando Tommaso se ne andò, Elena tornò con una fotografia sul telefono.
Ritraeva una vecchia legatoria in via del Sale: porta a vetri, una lunga parete di mattoni, un locale sul retro.
Sopra l’immagine aveva scritto un numero di telefono.
«Il proprietario cerca un affittuario da otto mesi», mi spiegò.
«Non so se è quello che serve a te. Ma so che nessuno dovrebbe decidere al tuo posto dove finisce la storia di Ada».
Guardai la fotografia e pensai alle parole di mio fratello.
Forse le persone venivano per i muri, come diceva lui.
O forse era finalmente arrivato il momento di scoprirlo, con il rischio molto concreto di avere torto.
Per sapere che cosa trovai dietro la porta della vecchia legatoria, leggi la Parte 3.













