La mattina seguente Tommaso arrivò con due uomini in cappotto scuro e una donna che prendeva appunti su un tablet.
Non mi presentò a nessuno finché uno degli uomini non mi chiese se fossi la responsabile del negozio.
«Mia sorella se ne sta occupando in questa fase», rispose Tommaso.
«Me ne occupo da ventisette anni», precisai.
«Se desiderate vedere gli impianti, posso mostrarvi le certificazioni che abbiamo a disposizione».
La donna del tablet alzò finalmente gli occhi.
Mi domandò da quando fosse aperto il locale e se gli arredi originali facessero parte della vendita.
Spiegai che alcuni mobili erano beni dell’attività, non dell’immobile, e che l’inventario andava verificato prima di considerarli disponibili.
Non minacciai nessuno.
Dissi soltanto che una trattativa seria doveva distinguere le cose che mio fratello poteva promettere da quelle che non aveva ancora comprato.
Tommaso mi aspettò nel retro.
«Hai voluto farmi fare la figura dello sprovveduto».
«Ti ho evitato di promettere degli scaffali che devi ancora chiedermi».
«Sono quattro pezzi di legno».
«Per te forse. Per me sono beni registrati che non ho intenzione di regalare».
Lui si appoggiò al frigorifero dei dipendenti, il viso contratto.
«Hai parlato con il proprietario della legatoria, vero?»
Mi sorprese soltanto il fatto che fosse arrivato a saperlo così presto.
Ferrara aveva il talento di far viaggiare le notizie molto più velocemente dei tram che non possedeva.
«Sì», risposi.
«Eva dice che stai sfruttando il nome di mamma per organizzare una campagna contro di noi».
«Non ho pubblicato il suo nome su nessuna raccolta».
«Non fare la furba. Sono le stesse persone che vengono qui da anni».
«Non sono persone che possiedi, Tommaso».
Per la prima volta il suo sguardo cambiò davvero.
Non sembrava arrabbiato; sembrava offeso dalla possibilità che io avessi parlato senza informarlo.
Quel dolore non lo rendeva innocente, ma lo rendeva più riconoscibile al bambino che conoscevo.
Da piccoli, quando giocavamo al negozio, lui prendeva sempre il registratore di cassa e lasciava a me le scatole da riempire.
Nessuno di noi aveva mai discusso quella distribuzione dei ruoli.
La sera ricevetti una telefonata da Eva.
Aveva visto il questionario condiviso sui social da alcuni genitori e mi consigliava, con voce molto controllata, di «non confondere le iniziative sociali con le rivendicazioni familiari».
Le chiesi quale frase la preoccupasse.
Non seppe indicarmene una.
«Il problema è il contesto», disse.
«Ogni tua iniziativa sarà letta come un attacco al progetto».
«Allora il progetto dovrebbe imparare a convivere con la mia esistenza», risposi.
Riattaccai e rimasi a guardare lo schermo nero del telefono.
Non ero abituata a rispondere in quel modo.
Mi sentivo contemporaneamente sollevata e scortese, come se avessi infranto una regola che nessuno aveva mai dichiarato.
Nel frattempo Nadia aveva individuato la forma giuridica più adatta e le verifiche necessarie prima di costituire la cooperativa.
Insistette su due punti che all’inizio mi infastidirono: nessuno doveva investire soldi che non poteva permettersi di perdere, e i futuri soci dovevano poter leggere un bilancio realistico, non una lettera commovente.
«La partecipazione è un impegno, non un premio per chi ti vuole bene», disse.
Organizzammo un incontro pubblico in una sala prestata da un centro culturale.
Pensavo che sarebbero arrivate dodici persone.
Ne contarono quarantuno, comprese quattro che volevano soltanto capire se la nostra attività avrebbe fatto concorrenza alla cartoleria del quartiere.
Feci una presentazione senza immagini di mamma.
Parlai del costo degli affitti, dei libri invenduti, dei tempi di pagamento dei distributori e dei compensi necessari a non rendere il lavoro gratuito per chi mi avrebbe affiancata.
A metà incontro un uomo con un giubbotto da lavoro alzò la mano.
«Se divento socio, allora devo per forza comprare i libri da voi?»
«No. Un socio non compra un obbligo di obbedienza», risposi.
«Contribuisce a un’attività che può anche non riuscire. Per questo vorrei che decideste conoscendo il rischio».
Un’altra donna domandò se le famiglie che ricevevano libri sospesi avrebbero dovuto rendersi riconoscibili.
«Assolutamente no», intervenne Elena.
«Non saranno mai materiale pubblicitario».
Guardai Amina seduta in fondo alla sala.
Mi fece un cenno breve, quasi invisibile.
Era la prima volta che la vedevo approvare una decisione mia senza accompagnarla con un elenco di cose da sistemare.
Alla fine non raccogliemmo denaro.
Consegnammo una bozza di statuto, un prospetto dei costi e un indirizzo al quale mandare osservazioni.
Volevo che tutti avessero almeno una notte per cambiare idea.
Forse ero troppo prudente.
Ma avevo visto quanto male facevano le decisioni prese da chi era convinto che gli altri avrebbero semplicemente seguito.
Tre giorni dopo, Pietro mi chiamò.
Aveva ricevuto un’offerta per il suo locale da un piccolo laboratorio artigianale.
Non poteva tenerlo fermo indefinitamente per me.
Mi disse che avrebbe aspettato fino alla fine del mese, poi avrebbe scelto la proposta più solida.
Lo ringraziai, anche se per tutto il resto del giorno ebbi la sensazione di camminare con una scadenza stampata sulla fronte.
Amina mi trovò mentre cercavo di ridurre per la terza volta il preventivo delle scaffalature.
«Hai tolto la mia retribuzione da settembre», osservò.
«Non l’ho tolta. L’ho spostata di due mesi».
«Se è così, io non posso esserci. Ho un affitto e una madre a cui mando qualcosa ogni mese».
Mi vergognai.
Avevo dato per scontato che avrebbe capito perché avevo bisogno di lei, senza chiedermi che cosa avrebbe dovuto sacrificare per restare.
Era lo stesso errore che rimproveravo a Tommaso, soltanto vestito con parole più gentili.
«Hai ragione», ammisi.
«Rimettiamo il tuo stipendio al suo posto e vediamo se il progetto sta in piedi. Se non sta in piedi, dobbiamo saperlo».
Quella sera cancellammo tre attività che ci piacevano e che non avevano copertura economica.
Rinunciammo a comprare un banco nuovo, decidendo di riparare quello disponibile nella legatoria.
Tagliammo le spese per l’inaugurazione e riducemmo il catalogo iniziale.
Non toccammo il compenso di Amina.
Alla fine del mese arrivarono le prime adesioni firmate, più numerose di quanto mi fossi concessa di sperare, ma ancora insufficienti per dare a Pietro una risposta definitiva.
Fra le buste ce n’era una che conteneva soltanto una fotografia del banco del Portico e una breve lettera di un vecchio vicino.
Scriveva: «Non ero mai entrato perché pensavo di non avere soldi per i libri. Ada mi ha invitato a sedermi. Ora non so se potrò acquistare una quota, ma so riparare una porta».
Conservai la lettera nella scatola di cartone che Tommaso mi aveva consegnato.
Non era un capitale e non sostituiva il versamento di un socio.
Era una promessa concreta di lavoro, e quel giorno compresi che avremmo dovuto imparare a riconoscere il valore di ogni aiuto senza confondere le forme che poteva assumere.
Poi Nadia mi convocò d’urgenza.
Aveva esaminato le adesioni e c’era un problema che nessuna somma di buona volontà poteva risolvere: una parte del denaro promesso non era immediatamente disponibile, mentre il proprietario della legatoria aveva bisogno di garanzie vere.
Come avremmo trovato una garanzia senza mettere a rischio le persone che volevamo aiutare? Scoprilo nella Parte 5.













