Nadia non mi lasciò nemmeno togliere il cappotto.
Mi fece sedere davanti a un foglio diviso in tre colonne: denaro già disponibile, impegni firmati ma non ancora versati, spese da sostenere prima di aprire.
Avevamo confuso la seconda colonna con la prima.
Non per malafede, ma perché la speranza fa apparire certe cifre più vicine di quanto siano.
«Le quote non sono promesse di matrimonio», disse Nadia.
«Finché non entrano, non possiamo usarle per pagare niente».
Avevamo bisogno di un deposito per il nuovo locale, di lavori elettrici certificati, di un’uscita di sicurezza adeguata alle attività autorizzate e di denaro per i primi ordini.
Se avessimo prosciugato tutto all’apertura, un solo mese negativo avrebbe messo in difficoltà Amina, me e Pietro.
«Potrei vendere la macchina», proposi.
Nadia mi guardò sopra gli occhiali.
«E poi con cosa farai le consegne?»
«Potrei rinunciare per un po’ al mio compenso».
«Questa frase è il motivo per cui siamo qui a parlare», rispose.
Rimanemmo in silenzio.
Da quando mamma non c’era più, avevo costruito giornate intere attorno alla necessità di non crollare.
Ogni volta che qualcuno mi chiedeva qualcosa, rispondevo di sì prima ancora di misurare le forze.
Quel sì automatico mi aveva fatto sentire indispensabile e, nello stesso tempo, invisibile.
Nadia suggerì un incontro con la direttrice di una filiale bancaria che seguiva piccole attività locali.
Non ci promise credito.
Disse soltanto che un piano con preordini verificabili e una quota di capitale sociale effettivamente versata sarebbe stato più credibile delle nostre dichiarazioni di entusiasmo.
Andai all’appuntamento con una cartella troppo piena.
La direttrice, signora Lorenzi, lesse le prime pagine e mi chiese quale fosse la peggiore ipotesi di incasso per i primi sei mesi.
Io le raccontai dei genitori, degli insegnanti e degli anziani che venivano alle letture.
Mi lasciò finire.
«Queste persone esistono», disse.
«Ma io le ho chiesto quale sarebbe il vostro incasso».
Avrei voluto piangere per la vergogna.
Invece aprii il prospetto che Nadia mi aveva fatto preparare e le indicai le vendite già prenotate, distinte dalle stime.
La signora Lorenzi fece altre domande, molte delle quali non sapevo rispondere.
Presi appunti senza fingere competenza.
Alla fine accettò di valutare la pratica dopo la costituzione della cooperativa, il versamento delle quote e la firma dei contratti preliminari.
Quando uscii dalla banca, Tommaso mi aspettava sotto il portico opposto.
Disse di essere lì per caso, ma aveva lasciato l’auto proprio davanti all’ingresso.
«Ti stai indebitando per dimostrare che ho torto», esordì.
«Sto cercando un modo per lavorare dopo giugno».
«Riva Urbana investe più di quanto tu vedrai mai in un negozio. Non capisci quanto vale quell’immobile».
«Lo capisco. È per questo che non ti chiedo di regalarmelo».
Sembrò colpito dalla risposta.
Poi si irrigidì e mi spiegò che una parte dei soldi della vendita gli serviva per chiudere un prestito personale acceso dopo una cattiva operazione immobiliare.
Non aveva rubato nulla a nessuno, ma aveva assunto impegni che poteva sostenere soltanto vendendo bene e presto.
«Perché non me l’hai detto?» domandai.
«Perché tu mi avresti guardato come se avessi rovinato tutto».
Pensai a quante volte, da bambini, ero stata io a correggere i suoi compiti e a riportare a casa i soldi che perdeva.
Forse gli avevo fatto sentire per anni che il mio modo di essere affidabile era un giudizio sul suo.
Ma riconoscere quella ferita non significava accettare le umiliazioni che mi infliggeva adesso.
«Non è stata la tua difficoltà economica a farmi male», gli dissi.
«È il modo in cui hai pensato di risolverla senza parlare con me».
«Tu parli sempre di quello che senti. Io devo pagare».
«Anch’io pago, Tommaso. Solo che tu non consideri vere le mie fatture quando non sono abbastanza grandi da impressionarti».
Andò via senza salutare.
Quella sera fui tentata di chiamarlo e chiedergli scusa per il tono.
Non lo feci.
Potevo riconoscere la sua paura senza continuare a offrirgli un posto sicuro dal quale ferirmi.
Nei giorni successivi accadde una cosa inattesa.
Dopo l’incontro pubblico, diverse associazioni chiesero di prenotare spazi e cicli di incontri nel nuovo locale, a condizioni concordate e con compensi sostenibili per chi li avrebbe organizzati.
Una piccola scuola di lingue propose di acquistare da noi parte dei testi per i corsi, purché fossimo puntuali nelle consegne.
Erano prospettive modeste, ma Nadia le trasformò in accordi scritti e preordini, senza inventare incassi inesistenti.
La cooperativa, che scegliemmo di chiamare Pagina Viva, cominciò a prendere forma.
I primi soci versarono davvero le quote sui conti dedicati dopo la costituzione e gli adempimenti necessari.
La raccolta per i libri sospesi rimase rigorosamente separata.
Amina verificava ogni pomeriggio che nessuna fattura privata finisse per errore nella cartella sbagliata.
Un giorno Elena portò una signora anziana che non avevo mai visto.
Si chiamava Rosaria e teneva un elenco di titoli scritto a matita sul retro di una busta del supermercato.
«Non posso diventare socia», disse.
«Ma ho due nipoti a cui mando libri da anni. Se vi trasferite, continuerò a ordinarli da voi».
Mi emozionai più di quanto fosse ragionevole.
Non perché quei due libri cambiassero il bilancio, ma perché Rosaria aveva parlato del nostro trasferimento come di un fatto possibile.
Io stessa, fino a pochi giorni prima, non osavo pronunciarlo al futuro.
Nel frattempo Eva pubblicò le prime immagini del progetto Portico 21.
Su una parete virtuale appariva una fotografia di mamma accanto a tre bambini ripresi durante una lettura di molti anni prima.
La didascalia diceva che il nuovo locale avrebbe «continuato la missione sociale della famiglia Neri».
Sapevo che la fotografia era stata scattata per un album interno della libreria.
Non sapevo se chi compariva avesse acconsentito a quell’uso promozionale.
Chiamai Eva e le chiesi di sospendere la diffusione delle immagini finché non fossero state fatte le verifiche.
«Sono una parte della storia del posto», replicò.
«Sono prima di tutto persone», risposi.
Eva promise di controllare e non tolse subito il post.
Decisi allora di scrivere una richiesta formale, chiara e senza accuse che non potevo provare.
Non volevo vincere una lite sfruttando il volto di qualcuno che non l’aveva scelta.
Poco dopo la mezzanotte ricevetti un messaggio anonimo: una schermata del progetto che mostrava altre fotografie destinate alla presentazione ufficiale di giugno.
Sotto compariva una frase: «Tua madre era tutto ciò che avevate. Tuo fratello sta vendendo anche la sua voce».
Non sapevo chi mi avesse scritto né perché.
Sapevo soltanto che, se quelle immagini fossero state usate davvero, il conflitto non avrebbe più riguardato un locale commerciale.
Avrei dovuto difendere i confini che mamma aveva protetto per tutta la vita, anche se questo avesse messo Tommaso davanti a una domanda pubblica molto scomoda.
Le fotografie sarebbero state ritirate o trasformate nel simbolo di un progetto che non avevano mai scelto? Segui la Parte 6.













