«Perché sei vestito così?»
La domanda di Francesca rimase sospesa nella sala più a lungo di quanto avrebbe dovuto.
Guardai la giacca impermeabile, ancora lucida di pioggia sulle spalle. Sul petto c’era il logo dell’app con cui lavoravo da quasi un anno. Non provai vergogna. Quella parte era passata da tempo. Quello che mi infastidiva era il modo in cui tutti aspettavano la risposta, come se tra il Lorenzo che Francesca ricordava e quello davanti a loro dovesse esserci per forza una tragedia.
«Perché consegno cibo», dissi.
Stefano lasciò uscire un piccolo sbuffo, quasi fosse la conferma di qualcosa.
Francesca invece non distolse lo sguardo.
«Lo vedo. Ti ho chiesto perché.»
Mi chinai a raccogliere la borsa termica.
«E io ti ho risposto.»
«Lorenzo.»
C’era una familiarità nella sua voce che non sentivo da tre anni. Una volta bastava quel tono a farmi fermare davanti a una lavagna piena di formule, a rispiegare un passaggio finché non eravamo entrambi convinti. Adesso non le dovevo più niente.
«Ho altre consegne.»
Marta guardò lo schermo e poi me.
«Aspetti un secondo. Come faceva a sapere che il coefficiente corretto era 0,74?»
Mi fermai con la mano sulla tracolla.
«Perché quella variabile non è nuova. Misura la capacità effettiva della rete dopo la correzione stagionale. Il valore di base è 0,74 da quando avete aperto il polo di Verona.»
Marta aggrottò la fronte.
«Il modello è stato rifatto due anni fa.»
«L’interfaccia, forse.»
Indicai una piccola sigla nell’angolo del dashboard.
«Il motore sotto è ancora Atlas.»
Lei impallidì leggermente.
Francesca mi osservò con attenzione.
Stefano si appoggiò al tavolo.
«Atlas è proprietà della società.»
«Non ho detto il contrario.»
«E tu non lavori più qui.»
«Anche questo è vero.»
Francesca fece un passo verso il monitor. «Atlas lo hai costruito tu.»
«Con una squadra.»
«La struttura di previsione l’hai progettata tu.»
«Tre anni fa.»
«Prima di andartene.»
Quella frase fece abbassare gli occhi a due persone anziane sedute vicino alla finestra. Almeno loro ricordavano.
Stefano no, o fingeva bene.
«Non vedo che rilevanza abbia», disse. «Abbiamo corretto un refuso. Ringraziamo il signor Bianchi e torniamo alla riunione.»
«Non era un refuso qualsiasi», risposi.
La stanza si immobilizzò di nuovo.
Stefano serrò la mascella.
Francesca si voltò verso di me. «Che cosa intendi?»
Posai la borsa a terra.
«Un input del genere non viene digitato in quella schermata. Viene importato dal foglio assunzioni. Se qui c’è 0,47, vuol dire che qualcuno l’ha inserito a monte oppure ha caricato una versione sbagliata.»
Marta aprì una finestra laterale.
«Il foglio è quello di stamattina.»
«Chi l’ha approvato?»
Lei esitò.
Stefano intervenne. «Io.»
Francesca lo guardò.
Lui sollevò entrambe le mani. «È un foglio di lavoro. I numeri passano da finance, operations e strategy. Non trasformiamo una cifra invertita in un complotto.»
«Non ho parlato di complotto», dissi. «Ho detto che il sistema ha fatto esattamente quello che gli avete chiesto.»
Marta scorse le righe.
«C’è una cosa strana.»
Stefano le lanciò un’occhiata.
Lei continuò lo stesso.
«Il valore è stato modificato alle 7:12. Prima era 0,74.»
Francesca si avvicinò. «Da chi?»
«L’utente è SRicci.»
Nessuno disse niente.
Stefano guardò il monitor come se lo vedesse per la prima volta.
«Il mio account è usato dall’assistente per alcuni caricamenti.»
«Con le tue credenziali?» chiese Francesca.
«Non facciamo processi in sala riunioni.»
«Non sto facendo un processo. Sto facendo una domanda.»
Lui si passò una mano sulla cravatta.
«Verifico io.»
Presi di nuovo la borsa.
«Fatelo. E controllate anche il parametro di saturazione nel foglio precedente.»
Marta si voltò di scatto. «Perché?»
«Perché se questo errore ha spostato il margine di quasi quattro punti, non è il primo posto in cui guarderei. È il secondo.»
Francesca mi bloccò prima che arrivassi alla porta.
«Come fai a sapere cosa c’è nel foglio precedente?»
«Non lo so.»
«Hai appena detto—»
«Ho detto dove guarderei. Atlas reagisce troppo a certi input perché era stato progettato per segnalare anomalie operative, non per nasconderle dentro una media.»
Mi accorsi di avere usato il passato come se stessi parlando di una persona.
Forse anche Francesca se ne accorse.
«Lorenzo, aspetta.»
«No.»
«Cinque minuti.»
«Ho già perso venti euro di consegne.»
Stefano rise senza allegria. «Ti paghiamo noi i venti euro.»
Lo guardai.
«Non è quello il punto.»
Francesca prese il telefono dal tavolo, scrisse qualcosa e lo posò di nuovo.
«Ho appena chiesto alla reception di non trattenerti e di registrare il parcheggio del tuo scooter come ospite. Non voglio impedirti di lavorare.»
«Molto generoso.»
Lei incassò il colpo.
«Voglio solo capire.»
«Tre anni fa volevi capire anche allora.»
Un silenzio diverso attraversò la sala.
Questa volta non riguardava il forecast.
Francesca abbassò gli occhi per un istante.
Stefano si irrigidì.
Tre anni prima, una previsione sbagliata aveva accompagnato l’acquisizione di un piccolo operatore logistico. Il consiglio aveva perso milioni, due dirigenti erano stati rimossi e il nome finito sulla relazione interna era stato il mio. Responsabile del modello. Responsabile della validazione. Responsabile dell’errore.
Avevo contestato la ricostruzione per settimane.
Poi mia madre aveva avuto un ictus.
Tra ospedali, avvocati e un’azienda che aveva già deciso di credere alla versione più semplice, avevo firmato l’accordo di uscita.
Non avevo confessato colpe.
Ma nel mondo delle società finanziate dagli stessi fondi, non serviva una confessione. Bastava che nessuno volesse assumere il rischio di assumerti.
Francesca conosceva tutto questo.
O almeno conosceva la parte che aveva scelto di conoscere.
«Non voglio riaprire quella storia qui», disse.
«Nemmeno io.»
Marta, che nel frattempo aveva aperto il file precedente, fece un rumore quasi impercettibile.
«Francesca.»
La CEO si voltò.
Marta indicò una riga.
«Il parametro di saturazione è stato cambiato ieri sera.»
Francesca si avvicinò.
«Da quanto a quanto?»
«Da 0,81 a 0,68.»
Stefano fece un passo verso il portatile.
«Quello può essere un aggiornamento di operations.»
Marta scosse la testa.
«No. Il commento di operations dice 0,81.»
Francesca non guardò più lo schermo.
Guardò Stefano.
Io presi il casco.
«Adesso sapete dove iniziare.»
Arrivai alla porta.
«Lorenzo.»
Mi voltai.
Francesca aveva il volto teso, ma la voce era ferma.
«Domani mattina. Un’ora. Ti pago come consulente, non come favore.»
«Non mi interessa tornare qui.»
«Non ti sto chiedendo di tornare.»
Indicò il dashboard.
«Ti sto chiedendo di dirmi se stiamo guardando un errore o qualcosa che avremmo dovuto vedere molto prima.»
Guardai Stefano. Per la prima volta da quando ero entrato, non sembrava infastidito.
Sembrava preoccupato.
«Mandami l’accesso ai log», dissi.
Francesca annuì.
«Tutti?»
«Tutti.»
Stefano aprì la bocca.
Francesca non gli lasciò il tempo.
«Tutti.»
Rimisi il casco sotto il braccio e uscii dalla sala.
Solo nell’ascensore controllai il telefono.
Cinque consegne perse.
Tre notifiche dell’app.
E, prima ancora che le porte si chiudessero, una nuova email.
Mittente: Francesca De Luca.
Oggetto: Accesso temporaneo Atlas.
La aprii.
In fondo al messaggio c’era una frase che non mi aspettavo.
Se avevamo sbagliato allora, voglio saperlo adesso.













