«Le consegne entrano dal retro.»
L’uomo davanti a me indicò il corridoio senza nemmeno guardare il nome sull’ordine.
Avevo ancora il casco sotto il braccio e la borsa termica in mano.
«Devo solo lasciare questo al piano ventidue.»
Lui fece un sorriso breve.
Non amichevole.
«E io ti sto dicendo che i rider non passano da qui.»
Dietro di lui c’era una sala riunioni con pareti di vetro.
Una decina di persone sedute attorno a un tavolo.
Schermi accesi.
Grafici.
Numeri.
Una presentazione chiaramente non destinata a me.
Abbassai lo sguardo sull’ordine.
Piano 22.
Sala executive.
Cliente: S. Ricci.
«Stefano Ricci?» chiesi.
L’uomo mi guardò finalmente.
«Sono io.»
Gli porsei il sacchetto.
«Allora è suo.»
Lo prese.
Per un secondo pensai che fosse finita.
Poi notò che stavo ancora guardando oltre la sua spalla.
«C’è qualche problema?»
«No.»
«Allora puoi andare.»
Avrei dovuto farlo.
Avevo altre consegne.
Una batteria quasi scarica.
E nessuna ragione per restare in un posto dove la gente mi guardava come se fossi entrato per errore.
Poi vidi il numero sullo schermo.
Mi fermai.
Una giovane analista stava indicando una tabella.
Proiezione trimestrale.
Margine operativo.
Forecast.
Una cella rossa.
Molto rossa.
La guardai meglio.
Non era il risultato a essere sbagliato.
Era un input.
Un singolo numero.
«Aspetta», dissi.
Stefano si voltò.
«Cosa?»
Indicai lo schermo.
«Quel numero è sbagliato.»
Per mezzo secondo rimase serio.
Poi rise.
«Quale numero?»
Indicai la riga.
«Quello.»
L’analista dentro la sala smise di parlare.
Alcune persone guardarono verso di noi.
Stefano fece un passo davanti alla porta.
«Vai a fare la tua consegna successiva.»
«Se usate quel coefficiente, il forecast è falsato.»
La sua espressione cambiò.
Non perché mi credesse.
Perché non gli piaceva che avessi parlato davanti ai colleghi.
«Tu sai almeno che cos’è un forecast?»
Non risposi.
Guardai ancora il monitor.
Era peggio di quanto pensassi.
La formula a valle stava amplificando l’errore.
Dentro la sala, la donna a capotavola alzò lentamente gli occhi.
Francesca De Luca.
La riconobbi subito.
Lei no.
Non ancora.
Stefano si voltò verso la guardia di sicurezza.
«Può accompagnarlo fuori?»
La guardia fece un passo.
Io indicai ancora lo schermo.
«0,74.»
L’analista si girò verso il monitor.
«Cosa?»
«Il coefficiente.»
Lei controllò.
«È 0,47.»
«Appunto.»
Stefano sospirò.
«Basta.»
Mi prese leggermente per il gomito.
Mi liberai senza violenza.
«Avete invertito due cifre.»
L’analista tornò alla tastiera.
Francesca la fermò con una mano.
«Aspetta.»
La sua voce era calma.
Adesso mi stava guardando.
Più precisamente.
Come se stesse cercando di ricordare qualcosa.
Stefano aprì la bocca.
«Francesca, è solo—»
«Fammi vedere.»
Quelle tre parole cambiarono la stanza.
Stefano si girò verso di lei.
«Sul serio?»
Francesca non rispose.
Io entrai.
La guardia rimase sulla porta.
Tutti mi fissavano.
Casco.
Giacca da rider.
Borsa termica.
Scarpe bagnate dalla pioggia.
In mezzo a un boardroom pieno di completi da migliaia di euro.
Mi avvicinai allo schermo.
L’analista, Marta, si spostò di mezzo passo.
«Quale cella?» chiese.
Indicai.
«Questa.»
«È collegata al modello principale.»
«Lo so.»
Stefano rise di nuovo.
«Certo che lo sai.»
Francesca alzò una mano.
Lui smise.
Marta cliccò sulla cella.
0,47.
«Metti 0,74», dissi.
Lei esitò.
Francesca annuì.
Marta cambiò il valore.
Per un secondo non successe niente.
Poi il dashboard si aggiornò.
Le linee rosse si mossero.
Il forecast cambiò.
Il margine tornò positivo.
La perdita prevista che occupava metà dello schermo sparì.
Nessuno parlò.
Marta si chinò verso il monitor.
«No… aspetta.»
Ricalcolò.
Una volta.
Poi ancora.
Stesso risultato.
Stefano non rideva più.
Io lasciai la mano lungo il fianco.
«La formula non era il problema. Era l’input.»
Francesca si alzò lentamente dalla sedia.
Mi guardava come se finalmente avesse messo a fuoco il volto.
Fece un passo verso di me.
«Lorenzo?»
Sentii Stefano voltarsi.
Francesca mi fissò.
«Lorenzo Bianchi?»
Nessuno nella sala sembrava capire.
Lei abbassò lo sguardo sulla mia giacca da rider.
Poi sulla borsa termica lasciata vicino alla porta.
Quando rialzò gli occhi, l’espressione era completamente cambiata.
«Perché sei vestito così?»













