Quando entrai sul palco, la prima cosa che vidi non fu Andrea.
Fu la porta laterale.
Era assurdo, ma il mio sguardo la trovò immediatamente. Sette anni prima avevo lasciato un’altra sala passando da una porta simile, con il violino ancora in mano e la sensazione che tutto il pubblico sapesse esattamente chi ero diventato in quei trenta secondi.
Quella sera la porta era a pochi metri.
Avrei potuto raggiungerla.
Il pensiero mi calmò.
Non perché volessi andarmene, ma perché finalmente capii che restare aveva valore solo se era una scelta.
Mi sedetti insieme agli altri musicisti.
Il programma cominciò senza annunci su di me. Nessuno raccontò la storia del lavapiatti. Nessuno spiegò che ero tornato a suonare dopo sette anni.
Ero semplicemente il secondo violino in un ensemble di dodici persone.
Era esattamente ciò di cui avevo bisogno.
Il primo brano andò bene.
Nel secondo sbagliai un attacco.
Un errore piccolo, quasi invisibile al pubblico, ma io lo sentii con la precisione crudele con cui un musicista sente le proprie imperfezioni.
Per un istante il vecchio me tornò.
La mente corse avanti.
Hai sbagliato.
Adesso ne farai un altro.
Si accorgeranno che non appartieni qui.
Poi il violoncello entrò con la sua linea e non ebbi il tempo di continuare quella conversazione.
Dovevo ascoltare.
Respirai.
Rientrai nella frase successiva.
La musica continuò.
Fu tutto.
Nessuna catastrofe.
Nessuna fuga.
Alla fine del concerto il pubblico si alzò. Non tutto, ma abbastanza da riempire la sala di un applauso caldo e disordinato.
Guardai Andrea.
Lui non applaudiva più forte degli altri.
Mi fece soltanto un cenno.
Quello bastò.
Dietro le quinte Giulia arrivò per prima.
«Allora», disse, «devo ancora chiamarti Marco della cucina?»
«Se vuoi che risponda, sì.»
Mi abbracciò prima che potessi impedirglielo.
«Sei stato bravo.»
«Ho sbagliato un attacco.»
«Non me ne sono accorta.»
«Questo non aiuta.»
«Perfetto. Allora sei stato terribile.»
Risi.
Era la prima volta che ridevo dopo aver suonato davanti a un pubblico senza sentire subito il bisogno di analizzare ogni secondo.
La professoressa Conti ci raggiunse con alcuni fogli in mano.
«Lamberti.»
Mi voltai.
«Da lunedì iniziamo un nuovo ciclo di prove. Non è più il laboratorio introduttivo. È un ensemble stabile per la stagione della fondazione. Tre prove a settimana, sei concerti, compenso per esecuzione.»
La guardai.
«Mi sta offrendo un posto?»
«Le sto chiedendo se vuole fare la selezione interna domani mattina. Non si monti la testa.»
Giulia soffocò una risata.
«Domani lavoro fino a tardi», dissi.
La professoressa Conti sollevò un sopracciglio.
«Allora dorma poco.»
Mi porse il foglio.
Non era un contratto.
Non era una promessa.
Era un’altra porta.
Questa volta non mi faceva paura.
«Ci sarò.»
Quando la professoressa si allontanò, vidi Enrico vicino all’uscita laterale.
Per qualche minuto rimase dove si trovava, parlando con due membri della fondazione. Poi venne verso di me.
Aveva una custodia di violino in mano.
La riconobbi.
«Non si preoccupi», dissi. «Non lo tocco.»
Enrico abbassò lo sguardo sulla custodia.
«Me la sono meritata.»
Giulia fece per allontanarsi, ma Enrico la fermò.
«Può restare.»
Poi mi guardò.
«L’ho portato dal liutaio.»
«Bene.»
«La corda era bassa.»
«Lo sapevo.»
Per la prima volta sorrise senza ironia.
Durò poco.
«Quella sera ti ho parlato come se il fatto che lavorassi in cucina mi autorizzasse a trattarti da inferiore.»
Non dissi niente.
«Non c’entrava il violino», continuò. «Avevi ragione anche su quello.»
Giulia incrociò le braccia.
Enrico sembrava molto meno sicuro di sé con un’apologia vera che con un insulto.
«Mi dispiace, Marco.»
Non aggiunse spiegazioni.
Non parlò degli ospiti.
Non disse che era nervoso o che aveva bevuto.
Questo rese le parole più difficili da respingere.
«Grazie», dissi. «Accetto le scuse.»
Il suo viso si rilassò appena.
«Vorrei chiederti una cosa.»
Indicò la custodia.
«No.»
Enrico si fermò.
«Non sai cosa volevo chiedere.»
«Se voglio suonarlo.»
«Esatto.»
«No.»
Giulia mi guardò di lato.
Enrico sembrò quasi divertito.
«Perché?»
«Perché non devo più dimostrare niente a quel violino.»
Ci pensò un attimo.
Poi annuì.
«Giusto.»
Ci stringemmo la mano.
Non diventammo amici.
Non ce n’era bisogno.
Fuori dal conservatorio, Andrea mi aspettava sui gradini.
«Hai rifiutato un violino da ottantamila euro.»
«Ho rifiutato di suonarlo. Non me lo stava regalando.»
«Peccato.»
Mi sedetti accanto a lui.
Per qualche minuto guardammo le persone uscire.
«La Conti ti ha parlato?»
«Domani faccio la selezione.»
«Bene.»
«Non dire che lo sapevi.»
«Non lo sapevo.»
«Stai migliorando.»
Andrea sorrise.
Poi indicò la mia custodia.
«Quello del conservatorio dovrai restituirlo alla fine del programma.»
«Lo so.»
«Hai pensato a cosa farai dopo?»
Quella domanda, settimane prima, mi avrebbe messo in allarme.
Adesso no.
«A casa ho il violino di mio padre.»
Andrea girò lentamente la testa verso di me.
«Pensavo fosse stato venduto.»
«Quasi.»
«Com’è messo?»
«Non lo so davvero. Non lo apro da anni.»
«Allora portalo da un liutaio.»
Annuii.
Non gli dissi che avevo già preso appuntamento per il giorno successivo.
La mattina dopo, prima della selezione, tornai a casa e tirai fuori la custodia nera dall’armadio.
Questa volta non mi fermai alla maniglia.
La aprii.
L’odore di legno e resina mi riportò indietro con una forza che non mi aspettavo.
Il violino di mio padre era lì, avvolto nel panno scuro. Aveva bisogno di essere pulito, controllato, probabilmente regolato. Non era uno strumento da ottantamila euro. Mio padre l’aveva comprato usato quando aveva poco più di vent’anni e lo aveva tenuto per tutta la vita.
Lo presi con entrambe le mani.
Per molto tempo avevo confuso quel violino con tutto ciò che avevo perso.
Papà.
Il conservatorio.
La versione di me che pensavo di dover essere.
Ora riuscivo a vedere anche un’altra cosa.
Uno strumento non conserva un fallimento.
Aspetta soltanto che qualcuno torni a usarlo.
Due settimane dopo, il liutaio me lo riconsegnò.
La sera, dopo il turno al ristorante, rimasi qualche minuto nella sala ormai vuota. Giulia stava chiudendo la cassa. Le sedie erano già state sistemate.
Aprii la custodia.
«È quello?» chiese.
Annuii.
«Suoni qualcosa?»
Per istinto stavo per dirle di no.
Poi pensai a quante volte quella parola mi aveva protetto e a quante altre mi aveva tenuto fermo.
Portai il violino alla spalla.
Non suonai la cadenza di mio padre.
Cominciai con quattro note diverse.
La prima era incerta.
La seconda più piena.
La terza trovò il suo posto.
Alla quarta non si fermò nessuno, perché nella sala non c’era nessuno da impressionare.
Continuai comunque.
Per anni avevo creduto che tornare alla musica significasse tornare a essere il ragazzo che ero prima di perdere mio padre. Avevo capito tardi che non era possibile e, soprattutto, che non era necessario. Non dovevo recuperare una vita interrotta né cancellare gli anni passati a lavorare lontano dai palchi. Quegli anni erano miei quanto le ore di studio, quanto gli errori, quanto la paura. Avevo soltanto smesso di lasciare che il momento peggiore decidesse il resto.
Giulia spense l’ultima luce della sala, lasciando accesa soltanto quella sopra di me.
Io continuai a suonare.
FINE.













