L’audizione durò meno di venti minuti.
A me sembrò un’ora.
Nella sala c’erano tre persone: la professoressa Conti, un violoncellista che conoscevo solo di fama e Andrea, seduto in fondo con un taccuino chiuso sulle ginocchia.
Quella presenza mi infastidì.
«Pensavo non facessi parte della commissione», dissi.
Andrea sollevò le mani.
«Infatti non voto.»
La professoressa Conti indicò il leggio.
«Quando vuole.»
Avevo scelto Bach.
Non perché fosse il brano che mi riusciva meglio, ma perché non potevo nascondermi dietro il pianoforte di qualcun altro. Una linea sola. Nessun posto dove appoggiarsi.
Alzai il violino.
La prima frase uscì corretta.
La seconda troppo controllata.
Alla terza sentii il vecchio problema arrivare.
Non il blocco completo. Quello no.
Era qualcosa di più sottile: il desiderio di anticipare ogni nota, di proteggerla prima ancora di suonarla, come se un errore potesse confermare tutto ciò che avevo pensato di me per sette anni.
Accelerai.
Il suono si fece stretto.
La professoressa Conti non disse niente.
Nemmeno Andrea.
Fu proprio quel silenzio a farmi capire cosa stavo facendo.
Abbassai l’archetto.
«Posso ricominciare?»
Il violoncellista guardò l’orologio.
«Dall’inizio?»
«No. Da dove ho smesso di ascoltare.»
La professoressa Conti alzò un sopracciglio.
Poi fece un piccolo cenno.
Ripresi dalla frase precedente.
Questa volta non cercai di essere il Marco che studiava dodici ore a settimana e riceveva complimenti dai docenti. Non cercai neppure di essere il figlio di mio padre.
Suonai più lentamente.
Lasciai che una nota non fosse perfetta.
Poi un’altra.
Quando finii, nessuno applaudì.
Era un’audizione, non un concerto.
Eppure il silenzio che seguì non assomigliava a quello del palco di sette anni prima.
«Grazie», disse la professoressa Conti.
Posai il violino nella custodia e uscii.
Andrea mi raggiunse nel corridoio.
«Non chiedermelo.»
«Non stavo per chiederti niente.»
«Hai quella faccia.»
«Quale faccia?»
«Quella da maestro che vuole spiegarmi cosa ho appena imparato.»
Andrea rise.
«Tuo padre diceva la stessa cosa.»
Il confronto mi irrigidì.
Lui se ne accorse subito.
«Scusa.»
Era la prima volta che lo sentivo farlo.
Annuii.
«Com’è andata?»
«Non voto.»
«Andrea.»
«Hai suonato male per tre minuti.»
Lo fissai.
«Grazie.»
«Poi hai fatto la cosa più difficile.»
«Quale?»
«Ti sei fermato senza scappare.»
Quella frase rimase con me per tutto il giorno.
La risposta arrivò due giorni dopo.
Ero in pausa, seduto su una cassetta vuota nel corridoio dietro la cucina, quando vidi l’email sul telefono.
Ammesso.
La lessi tre volte.
Non c’era nessuna frase solenne. Solo date, orari, repertorio e la conferma del rimborso.
Giulia mi trovò ancora con lo schermo acceso.
«È successo qualcosa?»
Le mostrai il messaggio.
Lei sorrise.
«Quindi sei dentro.»
«Sembra di sì.»
«E perché hai la faccia di uno che ha ricevuto una multa?»
«Perché adesso devo farlo davvero.»
Giulia si sedette accanto a me.
«Posso dirti una cosa senza che ti offendi?»
«Dipende.»
«Quella sera, quando Bassi ti ha trattato in quel modo, pensavo che il peggio fosse lui.»
«E invece?»
«Il peggio eri tu quando hai deciso che l’unica soluzione fosse sparire di nuovo.»
Non risposi.
«Non intendo dal tavolo», aggiunse. «Intendo da tutto il resto.»
La porta della cucina si aprì e uno dei cuochi ci chiamò. La pausa era finita.
Il laboratorio cominciò la settimana seguente.
Le prime prove furono faticose.
Il corpo ricordava più della testa, ma non abbastanza da risparmiarmi il lavoro. Avevo perso resistenza. L’intonazione si sporcava quando ero stanco. Alcune mattine arrivavo dopo aver chiuso il ristorante oltre mezzanotte e mi chiedevo perché avessi complicato una vita che almeno era diventata prevedibile.
La differenza era che adesso non ero solo.
Non nel senso sentimentale che la gente dà a quella frase.
Ero dentro un gruppo.
Se arrivavo impreparato, qualcun altro doveva aspettarmi.
Se miglioravo, la musica migliorava con me.
Questo mi impediva di trasformare ogni errore in un giudizio definitivo su chi fossi.
Dopo tre settimane, la professoressa Conti annunciò che il concerto finale si sarebbe tenuto in una sala più grande del previsto. Uno sponsor privato aveva aumentato il finanziamento del progetto e invitato alcuni ospiti.
Non ci pensai molto.
Fino alla prova generale.
Stavo sistemando lo spartito quando vidi entrare Enrico Bassi.
Indossava lo stesso tipo di completo elegante della sera al ristorante. Accanto a lui c’erano due persone della fondazione e il direttore amministrativo del conservatorio.
Per un istante mi tornò addosso il tavolo, il violino da ottantamila euro, le risate.
Enrico mi vide quasi subito.
Si fermò.
«Lamberti.»
Era la prima volta che usava il mio cognome.
«Signor Bassi.»
Il direttore amministrativo sorrise, ignaro di tutto.
«Vi conoscete?»
Enrico esitò appena.
«Ci siamo incontrati.»
Andrea, poco distante, osservava senza intervenire.
Scoprii quel pomeriggio che Bassi finanziava da anni una parte degli eventi della fondazione. Non era il proprietario del progetto e non decideva chi veniva ammesso, ma il suo nome compariva sui programmi e sulle targhe.
Durante una pausa mi raggiunse nel corridoio.
«Non pensavo fossi davvero un musicista.»
La frase avrebbe potuto essere un’apologia.
Non lo era.
«Non lo ero da molto tempo.»
Enrico infilò le mani nelle tasche.
«Quella sera ho esagerato.»
Lo guardai.
«Sì.»
Sembrò aspettarsi che aggiungessi qualcosa per rendere la situazione più comoda.
Non lo feci.
«Avevo ospiti», disse.
«Anch’io avevo un lavoro.»
Enrico abbassò gli occhi.
Per la prima volta non sembrava un uomo abituato a vincere una conversazione. Sembrava soltanto uno che si era accorto di aver detto qualcosa di brutto e non sapeva come toglierlo dal mondo.
«Non volevo farti perdere il posto.»
«Non l’ho perso.»
«Bene.»
Fece per andarsene.
«Signor Bassi.»
Si voltò.
«Il problema non era il violino.»
La sua espressione si irrigidì.
«Mi ha visto con un grembiule e ha deciso cosa potevo sapere. Anche se non avessi mai studiato musica, parlare così a qualcuno sarebbe stato sbagliato.»
Enrico non rispose subito.
Poi annuì.
«Capisco.»
«Spero.»
Tornai in sala prima che potesse trasformare quel momento in qualcosa di più facile.
Quella sera, alla fine della prova, Andrea mi raggiunse sul palco vuoto.
«Sei arrabbiato?»
«Meno di quanto pensassi.»
«Con lui?»
Guardai le sedie vuote davanti a noi.
«Con me.»
Andrea aspettò.
«Per anni ho pensato di aver smesso perché non riuscivo più a suonare. Non è vero. Ho smesso perché non sopportavo l’idea che qualcuno potesse vedermi fallire di nuovo.»
«E adesso?»
Pensai all’audizione, alle prove, alle mattine in cui avevo sbagliato davanti agli altri e nessuno era morto.
«Adesso possono guardare.»
Il giorno del concerto arrivò una settimana dopo.
Dietro il sipario, mentre accordavo il violino del conservatorio, sentii il pubblico prendere posto.
Tra le voci riconobbi quella di Giulia.
Poi quella di Enrico.
Le mani mi si fecero fredde.
Questa volta, però, non abbassai lo strumento.













