Per qualche secondo pensai di mentire.
Avrei potuto dire che non lo sapevo, che quelle quattro note mi erano rimaste in testa da qualche registrazione ascoltata anni prima. Sarebbe stato più semplice. Avrei restituito il violino a Enrico, sarei tornato ai piatti e il mattino dopo nessuno avrebbe avuto motivo di ricordarsi di me.
Andrea Serra, però, continuava ad aspettare.
«Mio padre», dissi infine.
Il suo sguardo non cambiò, ma vidi la mano che teneva l’archetto abbassarsi di qualche centimetro.
«Come si chiamava?»
Deglutii.
«Tommaso Lamberti.»
Questa volta la reazione fu evidente.
Andrea inspirò lentamente e guardò di nuovo la mia mano sinistra, come se improvvisamente avesse trovato il pezzo che mancava.
«Tu sei Marco Lamberti.»
Non era una domanda.
Enrico si spostò sulla sedia.
«Dovremmo sapere chi è?»
Andrea non gli rispose. Fece invece un passo verso di me.
«Quanti anni sono passati? Sei? Sette?»
«Quasi sette.»
«Ti avevo visto al Cherubini.»
Il nome del conservatorio mi attraversò come una corrente fredda. Per anni ero riuscito a non pronunciarlo. Avevo cambiato quartiere, numero di telefono, perfino il modo in cui rispondevo quando qualcuno mi chiedeva cosa avessi studiato.
«Una volta sola», dissi.
«Tre volte. Due saggi e una masterclass. Tuo padre sedeva sempre nell’ultima fila.»
Sapevo esattamente dove.
Papà diceva che dall’ultima fila poteva ascoltare meglio perché non vedeva la mia faccia. Era una delle sue battute preferite. Sosteneva che un padre doveva imparare a distinguere l’orgoglio dall’orecchio.
Giulia ci guardava senza capire.
«Marco, tu studiavi al conservatorio?»
Appoggiai con cautela il violino di Enrico sul tavolo.
«Studiavo.»
La parola uscì più dura di quanto volessi.
Andrea sembrò accorgersene.
«E poi sei sparito.»
«Ho smesso.»
«Lo vedo.»
Enrico si schiarì la voce. Il silenzio intorno al suo tavolo, che pochi minuti prima gli era servito per mettermi in imbarazzo, adesso sembrava infastidirlo.
«Maestro, con tutto il rispetto, io stavo cenando. Non credo che il mio tavolo debba diventare una riunione di conservatorio.»
Andrea si voltò verso di lui.
«Ha ragione.»
Per un attimo Enrico parve sollevato.
Poi Andrea indicò il violino.
«E Marco aveva ragione sulla corda. Il re è basso. Inoltre l’archetto è rimasto in tensione troppo a lungo. Se tiene davvero allo strumento, lo faccia controllare domani.»
Uno degli amici di Enrico abbassò gli occhi sul bicchiere.
Il viso di Enrico si irrigidì.
«So perfettamente come trattare il mio violino.»
«Allora lo tratti meglio.»
Giulia trattenne un respiro. Io avrei voluto essere altrove.
Il direttore, attirato dal silenzio della sala, arrivò proprio in quel momento. Guardò Enrico, Andrea, me e il violino sul tavolo. Gli bastò quella scena per capire che qualcosa era andato storto.
«C’è un problema?»
«Il suo dipendente ha preso il mio strumento senza permesso», disse Enrico.
«Stava cadendo», rispose Giulia prima che potessi farlo io.
Enrico la ignorò.
«Poi ha ritenuto opportuno interrompere la sala con una dimostrazione.»
Quella parte non era vera, ma non serviva discutere. Avevo accettato il violino quando lui me l’aveva offerto. Avevo suonato.
Il direttore mi guardò.
«Marco, in cucina. Adesso.»
Andrea aprì la bocca.
«Non serve», dissi.
Non volevo che mi difendesse.
Non davanti a Enrico. Non davanti al direttore. E soprattutto non davanti a una sala piena di persone che cinque minuti prima non sapevano nemmeno il mio nome.
Mi tolsi dalla scena e attraversai le porte della cucina.
Il rumore mi colpì subito: acqua corrente, pentole, ordini chiamati a voce alta. Era quasi un sollievo.
Rimisi il grembiule.
Per venti minuti lavai piatti senza sentire nulla di quello che succedeva alle mie spalle.
Poi Giulia entrò.
«Il direttore dice che per stasera resti qui.»
«Era già quello che facevo.»
«Marco.»
Continuai a strofinare un piatto.
«Non sapevo che suonassi.»
«Non suono.»
«Quello di prima non sembrava niente.»
Lasciai il piatto nel cestello.
«È stato un errore.»
Giulia rimase in silenzio, poi si appoggiò al banco di acciaio.
«Serra ha chiesto di parlarti quando finisci.»
Mi scappò una risata senza allegria.
«Digli che sono occupato.»
«Gli ho detto che finisci a mezzanotte e mezza.»
La guardai.
«Grazie.»
«Prego.»
Se ne andò prima che potessi aggiungere altro.
Andrea mi aspettò davvero.
All’una meno dieci uscii dalla porta di servizio con la giacca chiusa fino al mento. Firenze era umida e quasi vuota. Le pietre della strada riflettevano la luce gialla dei lampioni.
Lui era dall’altra parte del vicolo, senza il completo da concerto. Aveva il violino in custodia sulla spalla.
«Non dovevi aspettare.»
«Nemmeno tu dovevi sparire sette anni fa.»
«Non sono affari tuoi.»
Andrea annuì.
«Questo è vero.»
La risposta mi tolse la voglia di litigare.
Camminammo per qualche metro senza parlare.
«Tuo padre mi ha insegnato per quattro anni», disse. «Non come insegnante ufficiale. Io ero già diplomato. Ma quando avevo un problema con una frase, andavo da lui.»
«Lo so.»
Andrea si fermò.
«Lo sapevi?»
«Parlava di te.»
«Bene o male?»
«Dipendeva dalla giornata.»
Per la prima volta sorrise.
Poi tornò serio.
«Quella cadenza era sua. Non l’ha mai pubblicata.»
«La usava per insegnarmi a respirare tra due frasi.»
«Per questo ti ho riconosciuto.»
Scossi la testa.
«Hai riconosciuto lui.»
Andrea non rispose subito.
«Forse all’inizio.»
La strada sembrava improvvisamente troppo stretta.
«Marco, non ti chiederò perché hai smesso se non vuoi dirmelo. Ma ti faccio una domanda diversa. Quando hai preso quel violino stasera, hai avuto paura prima di suonare o dopo?»
Abbassai gli occhi.
La risposta era semplice.
«Dopo.»
«Allora il problema non è che non sai più suonare.»
«Non sai qual è il problema.»
«No. Ma so che non è nelle tue mani.»
Sentii qualcosa irrigidirsi nello stomaco.
«Non mi serve una diagnosi.»
«Nemmeno io te la sto dando.»
Andrea aprì la custodia che portava sulla spalla.
Dentro c’era il suo violino.
Non quello di un cliente che voleva mettermi alla prova. Il suo.
Lo prese e me lo porse.
Feci subito un passo indietro.
«No.»
«Non ti sto chiedendo un concerto.»
«Ho detto no.»
Andrea rimase immobile.
«Allora vieni domani alle undici al conservatorio. Aula diciassette.»
«Lavoro.»
«Il ristorante apre la sera.»
«Ho altro da fare.»
«Va bene.»
Richiuse la custodia.
Mi aspettavo che insistesse. Non lo fece.
Prima di andarsene, però, mi guardò come aveva fatto nella sala.
«Tuo padre ti ha insegnato quella cadenza. Ma le quattro note che ho sentito stasera non erano sue.»
Non risposi.
Andrea si allontanò verso la strada principale.
Io rimasi nel vicolo finché non sparì.
A casa, molto più tardi, aprii l’armadio della camera per prendere una coperta.
Dietro due scatole c’era ancora la custodia nera che non toccavo da quasi sette anni.
La tirai fuori soltanto abbastanza da vedere la maniglia.
Poi mi fermai.
Sul piccolo cartellino di cuoio, quasi cancellato dal tempo, c’erano ancora due iniziali incise da mio padre.
M.L.
Rimasi lì a fissarle.
Alle dieci e quarantadue del mattino seguente, ero davanti all’ingresso del Conservatorio Luigi Cherubini.













