Rimasi davanti al portone per quasi cinque minuti.
Non era cambiato molto. La pietra chiara, il cortile interno, il rumore di una scala suonata male dietro una finestra aperta. Persino l’odore mi sembrò lo stesso: legno, carta, caffè e quella polvere secca che si accumula nelle custodie degli strumenti.
Sette anni prima ero uscito da lì convinto che non sarei tornato.
Alle dieci e cinquanta entrai.
Andrea era già nell’aula diciassette. Non sembrò sorpreso di vedermi. Questo mi irritò più di quanto avrebbe fatto un sorriso.
«Se dici che sapevi che sarei venuto, me ne vado.»
«Non lo sapevo.»
Indicò una sedia.
«Siediti.»
«Preferisco stare in piedi.»
«Come vuoi.»
Sul leggio c’era uno spartito. Non lo riconobbi subito, poi vidi le prime battute di una sonata di Brahms che avevo studiato a diciannove anni.
«Non la suono.»
Andrea annuì.
«Nemmeno te l’ho chiesto.»
Si sedette al pianoforte e lasciò passare qualche secondo.
«Perché hai smesso?»
Guardai la finestra.
«Avevi detto che non me l’avresti chiesto.»
«Ieri sera. Oggi sei venuto qui.»
Era difficile dargli torto.
Mi appoggiai al bordo di un tavolo.
«Mio padre è morto tre settimane prima del mio diploma.»
Andrea abbassò lo sguardo.
«Lo sapevo.»
«Quello che non sai è cosa è successo dopo.»
Avevo raccontato quella parte a pochissime persone. Per anni avevo preferito lasciare che tutti pensassero a una scelta economica, a un cambio di interessi, a uno dei tanti ragazzi promettenti che semplicemente prendono un’altra strada.
La verità era meno elegante.
«Avevo un’esecuzione pubblica già fissata», dissi. «Lui voleva che la facessi comunque.»
«Tommaso avrebbe voluto quello.»
«Lo so. Me lo aveva detto prima di entrare in ospedale.»
Mio padre non era morto all’improvviso. Un aneurisma lo aveva lasciato per nove giorni in terapia intensiva. C’era stato abbastanza tempo per sperare, abbastanza tempo per sentirsi in colpa per ogni minuto passato lontano da lui.
«Sono salito sul palco», continuai. «Ho iniziato. Dopo forse trenta secondi non sentivo più le dita. Non è un modo di dire. Le vedevo muoversi ma non le sentivo.»
Andrea non si mosse.
«Mi sono fermato davanti a tutti. Ho provato a ricominciare e non ci sono riuscito.»
Ricordavo ancora il silenzio del pubblico.
Non c’erano state risate. Nessuna crudeltà. Era stato peggio.
Avevano aspettato.
«Sono uscito dal palco. Il giorno dopo ho restituito il violino che avevo in prestito. Una settimana dopo ho ritirato i documenti.»
«E nessuno ti ha fermato?»
«Ci hanno provato.»
«Anch’io ti ho cercato.»
Lo guardai.
«Non avevo voglia di essere trovato.»
Andrea si alzò dal pianoforte.
«E da allora?»
«Lavori diversi. Magazzino. Consegne. Cucine. Quello che trovavo.»
«Mai più un violino?»
«Mai.»
Non era del tutto vero.
Avevo aperto la custodia di mio padre due volte. La prima per controllare che l’umidità non avesse rovinato lo strumento. La seconda per venderlo quando avevo avuto problemi con l’affitto.
Non ero riuscito a farlo.
Andrea sembrò leggere qualcosa sul mio viso, ma non insistette.
«Ieri sera non ti si sono bloccate le mani.»
«Erano quattro note.»
«Appunto.»
Andò verso un armadio e tirò fuori una custodia semplice, molto diversa dalla sua.
«Questo è uno strumento del conservatorio. Niente di straordinario, ma è ben regolato.»
«Andrea.»
«Non devi dimostrare niente a me.»
«Allora perché l’hai tirato fuori?»
«Perché sei venuto.»
La risposta mi colpì più del previsto.
Aprì la custodia e lasciò il violino sul tavolo.
Non me lo porse.
«Dieci minuti», disse. «Io esco. Se non lo tocchi, va bene. Se lo tocchi, va bene lo stesso.»
«E poi?»
«Poi vai a lavorare.»
Uscì davvero.
Rimasi solo.
All’inizio non feci nulla.
Guardai l’orologio. Passò un minuto. Poi un altro.
Al terzo minuto mi avvicinai.
Il primo contatto fu quasi ridicolo. Appoggiai due dita sul bordo dello strumento come se potesse scottare.
Poi lo presi.
Il peso era familiare.
Troppo familiare.
Lo sistemai sulla spalla.
Il cuore accelerò immediatamente.
Non era il pubblico. Non era l’aula. Era il ricordo del palco, la sensazione delle dita che diventavano estranee, la certezza di stare per perdere qualcosa davanti a tutti.
Abbassai il violino.
Respirai.
Poi lo rialzai.
La prima nota tremò.
La seconda pure.
Alla terza, la mano destra si irrigidì.
Avrei potuto fermarmi.
Per sette anni avevo trasformato quel momento in una regola: quando arriva la paura, fermati prima che possa umiliarti.
Quella mattina feci il contrario.
Continuai.
Non suonai Brahms.
Non suonai la cadenza di mio padre.
Suonai una scala lenta. Poi un arpeggio. Poi una frase semplice che avevo inventato da ragazzo e che non ricordavo di ricordare.
Dopo qualche minuto mi accorsi che stavo respirando.
Quando Andrea rientrò, abbassai subito l’archetto.
«I dieci minuti sono finiti», disse.
«Da quanto eri fuori?»
«Quattordici.»
Posai il violino.
«Sei pessimo con gli orari.»
«Tu invece sei ancora troppo veloce quando hai paura.»
Lo fissai.
«Non ricominciare.»
Andrea sorrise appena.
«Bene. Questo tono mi mancava.»
Mi mostrò un foglio appoggiato vicino al pianoforte.
Era il bando per un laboratorio cameristico del conservatorio, sei settimane di prove con esecuzione finale. Non un concorso internazionale. Non un contratto. Non una scorciatoia verso una carriera che avevo abbandonato.
C’erano dodici posti e un piccolo rimborso spese.
«Le audizioni sono tra dieci giorni», disse.
Risi.
«Dieci giorni?»
«Non ti sto chiedendo di vincere niente.»
«Non sono pronto.»
«Probabile.»
«Ottimo incoraggiamento.»
«Sto cercando di essere preciso.»
Presi il foglio.
Il mio primo impulso fu restituirglielo.
Poi lessi il programma. Due movimenti a scelta. Un breve colloquio. Possibilità di usare uno strumento dell’istituto durante il laboratorio.
Non c’era scritto da nessuna parte che chi entrava doveva essere la persona che era stato sette anni prima.
«Se faccio l’audizione e vado male?»
Andrea alzò le spalle.
«Vai male.»
«Tutto qui?»
«Tutto qui.»
Quella risposta fece qualcosa che nessun incoraggiamento avrebbe potuto fare.
Tolse il peso.
Piegai il foglio e lo infilai nella tasca della giacca.
Durante i dieci giorni successivi lavorai la sera e tornai al conservatorio ogni mattina libera.
Andrea non fu sempre presente.
A volte studiavo da solo.
A volte una docente di musica da camera, la professoressa Conti, mi ascoltava per venti minuti e correggeva senza sapere quasi nulla della mia storia.
La cosa mi fece bene.
Non ero il figlio di Tommaso Lamberti.
Non ero il ragazzo che aveva abbandonato il palco.
Ero uno che arrivava arrugginito, suonava, sbagliava, ricominciava.
Al ristorante Giulia non fece domande. Mi lasciava un caffè vicino alla porta della cucina quando arrivavo con gli occhi stanchi.
Enrico Bassi non tornò.
Il decimo giorno mi presentai all’audizione con le mani fredde.
Davanti alla porta c’erano ragazzi più giovani di me che scaldavano le dita e parlavano di corsi, maestri, festival.
Per un istante mi sentii un intruso.
Poi pensai al lavello del ristorante, alle quattro note, al modo in cui avevo passato sette anni a evitare perfino la possibilità di fallire.
Quando chiamarono il mio nome, entrai.
Sul modulo c’era scritto:
Marco Lamberti.
Per la prima volta dopo anni, non ebbi voglia di cancellarlo.













