Passarono tre settimane prima che seppi qualcosa di concreto. Nel frattempo cambiavo gomme, sostituivo batterie e provavo auto di clienti che non avevano mai sentito parlare di Valentini Logistica. Ogni tanto qualcuno riconosceva il nome sui giornali e chiedeva se fossimo davvero noi l’officina dove era stato trovato il dispositivo. Enzo rispondeva che c’era un’indagine in corso e che non intendevamo commentarla.
A fine mese Serra mi chiamò per un’integrazione al verbale. Mi fece domande molto precise sul modo in cui l’oggetto era fissato e sul punto esatto in cui avevo messo le dita. Mi mostrò una fotografia del sedile scattata il giorno del sopralluogo, invitandomi a indicare la posizione. Segnai il punto senza esitare. Poi mi chiese se avessi visto qualche persona estranea avvicinarsi alla berlina durante la permanenza in officina.
«No», risposi. «Ma non ho guardato l’auto senza interruzione.»
«È una distinzione importante.»
Quando terminammo, il maresciallo mi disse soltanto che gli accertamenti tecnici confermavano la natura di localizzatore del dispositivo. Non era stato individuato un impianto dell’auto al quale appartenesse. Gli investigatori stavano verificando la provenienza dell’apparecchio e dei dati raccolti. Il resto non poteva raccontarmelo.
Quella sera vidi Riccardo davanti all’officina. Non guidava. Aspettava un taxi con una cartellina marrone stretta sotto il braccio. Mi domandò come stesse Enzo e se avessimo trovato altri clienti. Mi parve una domanda goffa, ma non insincera.
«Abbiamo abbastanza lavoro per non chiudere», risposi. «Per ora.»
Abbassò la testa. «Neri ha negato di sapere del localizzatore.»
«È stato interrogato?»
«Gli sono state fatte domande. Io ho consegnato i messaggi e il nome della persona che mi ha chiamato. Non so cosa potranno provare.»
Si fermò, come se stesse scegliendo fra due frasi. «Il consulente di Stefano mi ha fatto sapere che vuole parlarmi. Non attraverso gli avvocati. Di persona, con qualcuno presente.»
«E lei andrà?»
«Non so se riesco.»
«Non credo che lui abbia avuto il lusso di scegliere se affrontare quello che è successo.»
Riccardo incassò le parole senza protestare. Poi arrivò il taxi e se ne andò.
Il fatto che Stefano volesse incontrarlo mi sorprese. Avevo immaginato un uomo consumato dalla rabbia, deciso a non vedere mai più chi aveva firmato quel rapporto. Ma non conoscevo Stefano. Lo avevo trasformato in un simbolo senza avergli nemmeno sentito la voce. Questa consapevolezza mi mise a disagio più di quanto volessi ammettere.
Qualche giorno dopo mi telefonò Giulia. Era agitata. Mi spiegò che i periti incaricati nell’ambito degli accertamenti avevano richiesto i dati storici delle manutenzioni, e che un registro cartaceo, usato per la presa in consegna delle schede, sembrava confermare la data della nota che lei aveva conservato. Non mi disse come fossero arrivati a quel registro; non glielo chiesi.
«Quindi è finita?» domandai.
«No. Bisogna ancora dimostrare chi ha cambiato la registrazione e che cosa abbia causato l’incidente. La verità non è un interruttore.»
Aveva ragione. Io avevo visto un oggetto sotto un sedile. Lei una scheda che non tornava. Stefano aveva percepito un problema ai freni prima di partire. Ogni pezzo era reale per chi lo aveva vissuto, ma collegarli richiedeva competenze e verifiche che non appartenevano a nessuno di noi da solo.
Giulia mi raccontò anche della mattina dell’incidente. Non ne era stata testimone diretta; ne aveva parlato con un collega e poi aveva visto i documenti. Stefano era partito prima delle sei per consegnare un carico urgente. Poco dopo una frenata, in un tratto di traffico rallentato, aveva perso il controllo del camion. Il mezzo aveva urtato la barriera e si era adagiato su un fianco. Nessun altro automobilista aveva riportato ferite gravi, ma Stefano aveva subito danni destinati a cambiargli la vita.
Il rapporto interno distribuito ai dirigenti aveva attribuito l’incidente principalmente a una manovra sbagliata, richiamando la manutenzione dichiarata regolare. Giulia, invece, aveva trovato quella scheda precedente in cui il controllo restava aperto. Era stata proprio la distanza fra i due documenti a spingerla, molti mesi più tardi, a cercare Riccardo.
«Lui dice che Neri lo ha ingannato», osservai.
«Può essere stato ingannato su alcuni particolari», rispose Giulia. «Ma lui conosceva la segnalazione. Lo ha ammesso. Io non voglio che faccia passare la propria ammissione per un’assoluzione.»
Rimasi in silenzio. Pensai a quante volte mi era capitato di firmare il controllo di un’auto appena riparata. Enzo si fidava di me; i clienti spesso nemmeno guardavano il foglio. Una firma poteva sembrare una formalità, finché non diventava l’unica prova che qualcuno aveva prestato attenzione.
Ripensai anche a ciò che non potevo sapere. Sulle auto avevo esperienza; sui mezzi pesanti non avrei preteso di sostituirmi a un perito. Nemmeno una scheda con scritto «intervento rinviato» poteva, da sola, dimostrare esattamente che cosa fosse successo durante una frenata in autostrada. Dovevano esserci rilievi, verifiche sui componenti e confronti fra testimonianze. Questa cautela non diminuiva la gravità del comportamento di chi aveva lasciato partire il camion. Anzi: rendeva più evidente il fatto che la segnalazione andasse presa sul serio prima, non soltanto dopo l’incidente.
Mi venne in mente un episodio di anni prima. Avevo consigliato a un cliente di non usare la sua vettura fino alla sostituzione di un componente usurato. Aveva riso, dicendo che guidava da trent’anni e conosceva il mezzo meglio di me. Enzo lo aveva accompagnato alla fermata dell’autobus, mentre io preparavo il preventivo. Non era successo nulla di memorabile. Il cliente era tornato, aveva pagato e aveva ripreso la macchina. Forse era proprio quella la cosa che contava: una giornata che non diventava una notizia.
Quella notte ripresi in mano il registro dell’officina. Controllai le schede delle auto riconsegnate nell’ultima settimana. Non trovai irregolarità, ma notai alcune annotazioni troppo sintetiche. Il giorno dopo dissi a Enzo che avrei voluto cambiare il modo di registrare i controlli sospesi: niente più «da rivedere» scritto a margine senza specificare chi avesse avvisato il cliente e se il veicolo potesse circolare.
«Ci farà perdere tempo», disse.
«Sì.»
Mi guardò a lungo, poi prese una penna e aggiunse due colonne al modulo. «Allora facciamolo bene.»
Fu l’unica decisione che dipendeva davvero da noi. E la prendemmo prima di sapere come sarebbero andate le cose in tribunale.













