«È lì ogni mattina. Per chi lo prepara?»
Carlo alzò gli occhi dal banco.
Seguì il mio sguardo fino al piccolo sacchetto di carta appoggiato accanto alla macchina del caffè.
Poi tornò a sistemare le pagnotte.
«Buongiorno anche a te, Elena.»
«Buongiorno.»
Appoggiai le monete sul bancone.
«Adesso puoi rispondermi.»
Carlo sorrise appena.
Aveva sessantasette anni e gestiva quella panetteria da prima che io nascessi.
Entravo quasi ogni mattina prima di andare al lavoro.
Un caffè.
Una brioche quando avevo fame.
Pane fresco il venerdì.
E da circa due settimane avevo iniziato a notare quel sacchetto.
Sempre uguale.
Carta marrone.
Piegato due volte in cima.
Preparato prima delle otto.
Non lo vedevo mai passare attraverso la cassa.
E nessuno sembrava venire a ritirarlo.
«Magari è un ordine», disse Carlo.
«Senza scontrino?»
«Adesso controlli anche la mia contabilità?»
«Solo quando diventa misteriosa.»
Questa volta rise davvero.
Poi prese il sacchetto e lo spostò qualche centimetro più indietro.
Fu proprio allora che vidi la scritta.
Un nome tracciato con un pennarello nero.
Vittorio.
«Chi è Vittorio?»
Il sorriso di Carlo scomparve.
Non in modo drammatico.
Semplicemente smise di esserci.
«Il tuo caffè si raffredda.»
Guardai la tazzina.
Poi lui.
«Quindi esiste.»
«Di solito è così che funzionano i nomi.»
«Carlo.»
Non rispose.
Prese un vassoio di cornetti appena sfornati e iniziò a sistemarli nella vetrina.
Lo osservai per qualche secondo.
Avevo sempre pensato che Carlo fosse una persona facile da capire.
Parlava poco.
Lavorava molto.
Conosceva quasi tutti nel quartiere.
Ricordava chi voleva il pane più cotto e chi beveva il cappuccino senza cacao.
Ma in quel momento sembrava voler proteggere qualcosa.
O qualcuno.
«Viene a prenderlo dopo?»
«Forse.»
«Ogni giorno?»
Carlo si fermò.
«Elena, non devi trasformare tutto in una storia.»
«Non sto trasformando niente.»
Presi il sacchetto.
Non per aprirlo.
Solo per leggere meglio il nome.
Carlo sollevò immediatamente lo sguardo.
«Lascialo lì.»
Il tono mi sorprese.
Rimisi il sacchetto sul banco.
«Va bene.»
Dentro sentii il rumore morbido del pane che si spostava.
Niente di strano.
Niente di nascosto.
Solo pane fresco.
«Glielo regali?»
Carlo prese un panno e pulì una parte del bancone che era già perfettamente pulita.
«Bevi il caffè.»
Stavo per insistere quando vidi qualcuno fuori.
Dall’altra parte della vetrina.
Un uomo anziano stava camminando lentamente sul marciapiede.
Lo riconobbi.
Lo vedevo spesso vicino alla stazione.
A volte seduto su una panchina.
Altre volte con una piccola borsa scura vicino ai piedi.
Non chiedeva soldi.
Non fermava nessuno.
Restava lì per ore, soprattutto la mattina.
Avevo sempre pensato che dormisse per strada.
Quel giorno indossava un vecchio cappotto grigio.
Si fermò davanti alla panetteria.
Ma non entrò.
Guardò soltanto attraverso il vetro.
Poi i suoi occhi andarono verso Carlo.
Carlo smise di pulire il bancone.
Nessuno dei due fece un gesto.
Nessuno sorrise.
Eppure ebbi immediatamente la sensazione che quella scena si fosse ripetuta molte altre volte.
Guardai il sacchetto.
Vittorio.
Poi l’uomo fuori.
«È lui?»
Carlo non rispose.
«Il sacchetto è per quell’uomo?»
Silenzio.
Vittorio abbassò lo sguardo come se non volesse essere visto.
Carlo inspirò lentamente.
Poi prese il sacchetto e lo portò più vicino al bordo del banco.
«Una volta lavorava qui con me.»
Lo guardai.
«Qui?»
Carlo annuì.
Fuori, Vittorio fece un passo verso la porta.
Poi si fermò di nuovo.
Avevo appena scoperto chi riceveva quel pane.
Ma improvvisamente quella era diventata la domanda meno importante.
Perché un uomo che aveva lavorato in quella panetteria adesso non riusciva nemmeno a entrare?













