Rimasi ferma davanti al banco. Mi aspettavo che Carlo mi raccontasse di una lite, di un prestito mai restituito, forse di una promessa tradita. Non mi aspettavo un’accusa così precisa.
«Hai pensato che fosse stato Vittorio?»
«Non soltanto pensato.»
Carlo si tolse gli occhiali, li pulì con un lembo del grembiule e li rimise. Quel gesto gli diede il tempo di scegliere le parole.
«Era un sabato di novembre del 2011. Mancavano quattromilaottocento euro. Gli incassi che dovevo versare in banca il lunedì. Li tenevo in una busta dentro la cassaforte del laboratorio. Lo so, non avrei dovuto lasciare così tanto contante lì. Ma all’epoca capitava.»
«E la cassaforte era aperta?»
«Non forzata. C’erano tre persone con accesso: io, Vittorio e mio figlio Pietro, che allora mi aiutava nei fine settimana.»
Non avevo mai sentito Carlo parlare di suo figlio. Sapevo che esisteva, perché una volta avevo visto sul frigorifero una fotografia di un uomo con una bambina piccola. Carlo aveva detto soltanto che erano Pietro e sua nipote.
«Perché hai accusato proprio Vittorio?»
Carlo scosse la testa. «L’avevo visto entrare presto nel laboratorio. Quando cercai la busta, non c’era più. Chiesi dove fossero finiti i soldi. Lui disse che non poteva spiegarmelo.»
«Non poteva o non voleva?»
«Allora, per me, era la stessa cosa.»
Ricordava tutto con una precisione che mi fece male. La busta bianca. Il rumore della cassa. Due clienti in attesa del pane. Vittorio che continuava a guardarlo senza rispondere. Poi Carlo gli aveva chiesto le chiavi davanti a tutti, gli aveva detto che non era più il benvenuto e aveva tolto dal muro il cartellino con il suo nome.
«E lui?»
«Mi diede le chiavi. Non alzò la voce. Disse soltanto che un giorno avrei capito.»
Carlo si voltò verso la porta del laboratorio. Dalla stanza arrivava l’odore dei biscotti al burro, e per un istante quel profumo sembrò fuori posto.
«Hai fatto denuncia?»
«No.»
«Perché?»
«Perché eravamo amici da quasi trent’anni. Mi dissi che allontanarlo sarebbe bastato.»
Quella risposta non mi convinceva. Trent’anni di amicizia non spiegavano perché avesse scelto una punizione pubblica e nessuna verifica. Ma avevo già visto quanto gli costasse parlare, e non volevo confondere il mio desiderio di sapere con il diritto di avere tutte le risposte.
A quel punto notai la vecchia fotografia appesa accanto all’interruttore della luce. Riprendeva Carlo davanti al negozio, con un vassoio di pane in mano e due persone sfocate sullo sfondo. Una era Vittorio. Me ne accorsi dal modo in cui portava le spalle, leggermente curve verso il lavoro. Carlo seguì i miei occhi.
«Eravamo bravi insieme», disse. «Lui teneva i conti meglio di me e io mi occupavo del forno. Ci litigavamo anche i turni, certo. Però la mattina sapevo sempre che sarebbe arrivato.»
Non gli chiesi perché avesse lasciato quella fotografia al suo posto. Era evidente che conservare un ricordo fosse stato più facile che prendersene la responsabilità.
Nel pomeriggio, mentre facevo la spesa, incontrai la signora dell’impermeabile color sabbia. Si chiamava Luciana e abitava due strade più in là. Le dissi che Carlo mi aveva raccontato di un vecchio litigio con Vittorio. Lei strinse la bocca, come se avesse sentito di nuovo una frase spiacevole.
«Me lo ricordo», disse. «Quel giorno ero lì. Tuo Carlo aveva gli occhi pieni di lacrime, ma parlava come uno che voleva farsi sentire dal quartiere intero.»
«Vittorio si difese?»
«Disse: “Non mi chiedere di dirlo qui”. Carlo non gli diede il tempo di aggiungere altro.»
Luciana si fermò davanti alle arance. «Io non so chi avesse ragione. So soltanto che per mesi, quando Vittorio passava, la gente cambiava marciapiede. Non tutti, certo. Abbastanza, però, da farglielo notare.»
Quella sera non riuscii a smettere di pensare alla differenza tra perdere un lavoro e perdere il posto che gli altri ti riconoscono nel mondo. Avevo immaginato Vittorio solo come un uomo affamato davanti a una vetrina. Invece la sua vita, a quanto pareva, era stata spinta fuori da quella porta molti anni prima.
Il mercoledì successivo lo incontrai di nuovo alla fermata. Non gli offrii niente. Gli chiesi soltanto se potevo parlargli per cinque minuti. Indicò la panchina e attese che mi sedessi.
«Carlo mi ha raccontato dell’accusa», dissi.
Vittorio guardò il giornale che teneva arrotolato. «Allora è già un inizio. Per anni ha fatto finta che non fosse successo.»
«Io non so se lei ha preso quei soldi.»
«Fa bene a non saperlo. Non era lì.»
«Ma vorrei capire perché non entra. Se è per la vergogna…»
«La vergogna era di qualcun altro. Io ci ho soltanto abitato dentro per troppo tempo.»
Si accorse della mia espressione e si affrettò ad aggiungere: «Non sono senza casa, se è questo che pensa. Affitto una stanza da un signore che conosceva mia moglie. Ci arrivo a piedi. Mi fermo alla stazione perché lì ci sono persone e nessuno ti chiede di comprare qualcosa per stare seduto.»
Mi sentii arrossire. Mi ero raccontata una storia su di lui senza avergli domandato nulla. Gli chiesi scusa per quell’idea, non per aver tentato di parlargli.
«Non importa», disse. «Capita che le persone vedano un cappotto vecchio e decidano il resto.»
Gli raccontai del sacchetto preparato ogni mattina. Questa volta gli chiesi che cosa significasse per lui, invece di propormi di consegnarlo. Vittorio rimase in silenzio abbastanza a lungo da farmi pensare che l’incontro fosse finito.
«All’inizio Carlo lo lasciava fuori dalla porta, sullo sgabello. Il primo inverno lo presi qualche volta. Poi smisi. Era più facile che incontrarsi per strada e dirmi una parola.»
«Quale parola?»
Vittorio fece un sorriso triste. «Non doveva essere per forza “scusa”. Poteva anche essere “parliamo”.»
Si tirò su la manica del cappotto per controllare l’ora. Aveva un orologio riparato con un cinturino diverso dall’originale. Mi disse che lo aspettava sua figlia Sara per pranzo, e io feci per alzarmi.
«Posso farle un’ultima domanda?»
Lui assentì.
«Erano davvero spariti quei soldi?»
«Sì. Spariti per Carlo. Non per me.»
«Vuol dire che sapeva dov’erano?»
Vittorio mi guardò finalmente negli occhi.
«Non li avevo presi io», disse. «Ma sapevo chi li aveva presi. E ho scelto di tacere.»













