«Da quanto tempo?» domandai.
Carlo si voltò verso il forno, benché non ci fosse niente da controllare. Il timer era spento e gli ultimi filoni riposavano già sulle griglie. Per un momento pensai che mi avrebbe risposto con un’altra battuta. Invece passò la mano sul bordo del banco, seguendo una piccola scheggiatura nel legno.
«Abbastanza da sapere dove si trova ogni cosa anche a occhi chiusi. Prima di andarsene, Vittorio riusciva a riconoscere una pagnotta cotta male dal rumore che faceva quando la appoggiava qui.»
Fuori, l’uomo si era allontanato dalla vetrina. Lo vidi fermarsi davanti all’edicola chiusa e aggiustarsi il colletto. Non sembrava aspettare un’occasione per entrare. Sembrava piuttosto aspettare che qualcuno smettesse di guardarlo.
«Perché dici prima di andarsene?»
Carlo prese una pinza e sistemò una brioche che non aveva bisogno di essere sistemata.
«Perché non lavora più qui.»
«Questo l’avevo capito.»
«Allora hai già la tua risposta.»
Entrò una signora con un impermeabile color sabbia. Ordinò due rosette e una focaccia; Carlo la servì con l’efficienza di sempre. Lei gli parlò del nipote che aveva iniziato le scuole medie. Lui ricordò il nome del ragazzo, le fece gli auguri e le aggiunse una piccola pizzetta nel sacchetto. Sembravano due persone qualsiasi in una mattina qualsiasi.
Quando la donna uscì, trovai il coraggio di chiedere: «Quel pane lo prende mai?»
Carlo abbassò gli occhi sul nome scritto a pennarello.
«Non più.»
«Quindi lo prendeva.»
«Elena, devo lavorare.»
Non era una richiesta scortese. Era il modo in cui una porta veniva chiusa senza fare rumore. Finì di preparare il mio resto e lo lasciò accanto alla tazzina. Stavolta capii che insistere non avrebbe aiutato nessuno.
Uscii con il cappotto ancora aperto. L’aria del mattino sapeva di umidità e gas di scarico. Vittorio era già oltre l’angolo, diretto verso la piazza della stazione. Mi accorsi che stavo per seguirlo e mi fermai. Non avevo alcun diritto di interrogare un estraneo soltanto perché la sua storia mi incuriosiva.
Quella sera, tornando dal lavoro, ripassai davanti al forno. Carlo stava abbassando la serranda. Il sacchetto marrone era ancora sul banco, visibile attraverso la parte libera della vetrina. Quando mi vide, mi fece un cenno con il mento.
«L’hai lasciato lì», dissi.
«Lo so.»
«E domani ne preparerai un altro?»
«Domani il pane sarà fresco.»
Non era una spiegazione. Ma sentii qualcosa di più sincero della sua reticenza: era una decisione presa da molto tempo, una di quelle che si ripetono ogni giorno anche quando hanno smesso di funzionare.
Il mattino seguente arrivai in anticipo. Vittorio era seduto sulla panchina vicino alla fermata degli autobus, con la piccola borsa scura appoggiata accanto. Aveva aperto un giornale vecchio di alcuni giorni e stava seguendo le notizie sportive con un dito, come faceva mio padre quando voleva ricordare il punteggio di una partita.
Mi avvicinai senza nascondermi.
«Mi scusi. La panchina è libera?»
Lui si spostò appena. «Finché non arriva l’autobus.»
Mi sedetti all’altro capo. Per un po’ guardammo le persone attraversare la piazza. Un ragazzo correva con lo zaino mezzo aperto; una donna cercava le chiavi in fondo alla borsa; un autista beveva caffè da un bicchiere di carta. Ero stata io a volere quell’incontro. Adesso non sapevo come cominciarlo.
«Lei conosce Carlo?» domandai infine.
Vittorio ripiegò con cura il giornale. Aveva mani grandi, macchiate dal tempo, e una cicatrice sottile che gli attraversava il pollice destro.
«Lo conoscono tutti, in questo quartiere.»
«Sono Elena. Vado spesso a comprare il pane da lui.»
«Allora dovrebbe sapere che il venerdì lo fa troppo salato.»
Risi, sorpresa. «Non me ne sono mai accorta.»
«Perché lo mangia quando è ancora caldo. Il sale si sente meglio il giorno dopo.»
Per la prima volta mi guardò davvero. Non c’era ostilità nel suo viso, soltanto prudenza. Gli chiesi se volesse un caffè. Disse di no, senza offendersi. Si alzò lentamente e infilò il giornale nella borsa. Quando gli dissi che Carlo preparava un sacchetto con il suo nome, non parve sorpreso.
«Lo vedo.»
«Potrei portarglielo io.»
«Non deve.»
«Pensavo potesse farle piacere.»
Vittorio si fermò accanto alla panchina. Guardò verso la via della panetteria, ma da lì non si vedeva l’insegna.
«Un sacchetto di pane non è una scusa», disse.
Pronunciò la frase piano, come se temesse di aver parlato più del dovuto. Poi aggiunse: «Non ce l’ho con lei. Però è meglio che non si metta in mezzo.»
«È successo qualcosa tra voi?»
«Sì. Ed è successo quando lei probabilmente andava ancora a scuola.»
Passò un autobus. Vittorio attese che si allontanasse prima di attraversare sulle strisce. Non cercò di affrettare il passo e non mi chiese di seguirlo. Rimasi con le mani in tasca, turbata non tanto da ciò che aveva detto, quanto da come lo aveva detto: senza la rabbia che mi aspettavo.
Ripresi a camminare con la sensazione di aver commesso un errore piccolo ma importante. Ero uscita di casa convinta che offrire un caffè fosse un gesto semplice, quasi certamente gradito. Invece avevo dato per scontato che quell’uomo avesse bisogno di qualcosa da me. Alla fermata, mentre una ragazza cercava di far salire sul bus una bicicletta pieghevole, lo vidi dall’altro lato della piazza. Stava aiutando l’autista a indicare a una coppia di turisti la strada per il centro. Nessuno gli chiedeva perché portasse sempre la stessa borsa. In quel momento si poteva vedere ciò che io avevo trascurato: una persona capace di offrire aiuto, non soltanto di riceverlo.
Tornai da Carlo solo dopo aver fatto colazione altrove. Era impegnato a impastare dietro il vetro che separava il negozio dal laboratorio. Mi vide, si tolse un po’ di farina dalle dita e uscì.
«Hai incontrato Vittorio», disse.
«Come fai a saperlo?»
«È passato qui davanti. Non guarda mai dentro due volte nello stesso giorno.»
Mi sentii improvvisamente una sciocca. «Non volevo creargli problemi.»
Carlo si appoggiò al banco. «Allora lascia che sia lui a decidere se vuole parlarti.»
Annuii. Stavo per uscire quando Carlo indicò il sacchetto, che era ancora nello stesso posto.
«Quindici anni fa», disse, «gli dissi davanti a tutti che non avrebbe più messo piede qui dentro.»
«Perché?»
Il rumore del forno che si accendeva riempì il silenzio.
«Per dei soldi che erano spariti dalla cassa.»













