Per qualche secondo sentii soltanto il compressore che si avviava nel retro dell’officina. Riccardo fissava la porta aperta sul piazzale, mentre Enzo continuava a passare lo sguardo dall’uno all’altro, in attesa che qualcuno riportasse quella mattina alla normalità.
«Chiuda il cancello», disse Riccardo.
Enzo aggrottò la fronte. «Per quale motivo?»
«Per favore. Non voglio che entri nessuno.»
Il per favore mi colpì più dell’ordine. Riccardo Valentini non aveva usato una sola formula di cortesia da quando era arrivato. Enzo attraversò il piazzale e abbassò a metà la serranda esterna. La luce cambiò, lasciando una striscia chiara sull’asfalto davanti alle ruote della berlina.
Posai il dispositivo su un panno pulito, senza toccare il pulsante minuscolo che avevo individuato sul bordo. «Non so se registra suoni o se segnala una posizione. Potrebbe perfino essere un accessorio che non conosco. Ma qualcuno lo ha fissato intenzionalmente sotto il sedile.»
Riccardo si passò una mano sulla bocca. «Da quanto tempo è lì?»
«Non posso saperlo.»
«E quando l’ha tolto, si è acceso?»
«La luce ha cominciato a lampeggiare mentre lo guardavo. Prima non l’avevo vista.»
Enzo tornò verso di noi. «Se è una cosa sua, se la riprenda. Io non voglio problemi.»
«Non è mia», rispose Riccardo.
Pronunciò quelle parole quasi sottovoce, ma le sentimmo entrambi. Seguì un silenzio scomodo. L’uomo estrasse il telefono, ne controllò lo schermo e lo rimise in tasca senza sbloccarlo.
«C’è qualcuno da cui teme di essere seguito?» domandai.
«Non sono affari suoi.»
Mi voltai verso il banco degli attrezzi. «Allora la cosa più semplice è chiamare i carabinieri e spiegare quello che ho trovato.»
«Non lo faccia.»
«Un attimo fa voleva andarsene. Adesso vuole che tenga chiuso il cancello e che non chieda aiuto. Deve decidere.»
Riccardo guardò Enzo, cercando forse una risposta più docile. Il mio capo si strinse nelle spalle. Non voleva perdere un cliente importante, ma neppure ritrovarsi con un estraneo che pretendeva di nascondere qualcosa nella nostra officina.
«Ho una società di trasporti», disse infine Riccardo. «Valentini Logistica. Forse avete letto il nome sui giornali.»
Lo conoscevo. Non per gli articoli economici, che leggevo di rado, ma per la fotografia di un camion ribaltato lungo l’autostrada. Era accaduto poco più di sei mesi prima, vicino allo svincolo per Modena Nord. Ricordavo soprattutto una frase pronunciata al telegiornale: il conducente era sopravvissuto, ma non avrebbe ripreso a lavorare presto.
«L’incidente sulla A1», dissi.
Riccardo annuì. «Il conducente si chiama Stefano Rinaldi.»
«Cosa c’entra con questo oggetto?» chiese Enzo.
«C’entra con delle persone che non vogliono che io incontri qualcuno.»
Rimasi in attesa. Riccardo non aggiunse niente. Sulla parete sopra la scrivania dell’accettazione, l’orologio segnava le undici e diciassette. Un camion per le consegne suonò il clacson fuori dal cancello, due colpi brevi, e tutti e tre trasalimmo.
Enzo andò a parlare con l’autista attraverso l’apertura, spiegandogli di tornare dopo pranzo. Quando fu lontano, Riccardo si avvicinò a me.
«Senta, Andrea. Ho bisogno di recuperare alcuni documenti. Se oggi non ci riesco, altre persone potrebbero farli sparire.»
«Quali documenti?»
«Riguardano il camion di Rinaldi.»
«È stato un guasto?»
Lui esitò. «Non è così semplice.»
Osservai di nuovo la berlina. Aveva pneumatici nuovi, una carrozzeria senza un graffio e l’abitacolo profumato di pelle. Era strano pensare che il suo proprietario potesse sentirsi intrappolato proprio dentro un’auto tanto costosa.
«L’ha portata qui perché pensava che ci fosse qualcosa?» domandai.
«No. Avevo davvero un problema ai freni. E non volevo andare nell’officina convenzionata con la mia azienda.»
Per la prima volta, una parte del suo comportamento acquistò senso. Aveva scelto un meccanico sconosciuto perché non si fidava più delle persone che conosceva. Non aveva però previsto che un controllo ordinario facesse emergere il resto.
Enzo si avvicinò all’auto e studiò il punto da cui avevo tolto il dispositivo. Non lo toccò. «Dovremo spiegare anche perché l’hai rimosso», mi disse. «Se per caso era lì per una ragione legittima, ci prenderemo una bella contestazione.»
«Lo spiegherò. Non ho mai visto un accessorio montato così su questo modello, e stavo lavorando vicino a quel sedile. Ho pensato prima a un oggetto dimenticato, poi a qualcosa da controllare.»
«E intanto ci siamo messi in mezzo.»
«Sì.» Non avevo una risposta più rassicurante. Sarebbe stato facile inventare una certezza tecnica, dire che riconoscevo l’apparecchio o che sapevo come funzionava. La verità era più piccola: avevo trovato qualcosa che non riuscivo a identificare e il proprietario della vettura stava reagendo in modo allarmante. Bastava questo per non far finta di nulla.
«L’auto può restare qui finché arrivano le forze dell’ordine», dissi. «Io spiegherò soltanto ciò che ho visto. Poi lei sarà libero di dire quello che vuole.»
«E se non dico niente?»
«Allora qualcuno dovrà comunque capire chi ha messo quel dispositivo nella sua macchina.»
Riccardo si lasciò cadere sulla sedia accanto alla macchinetta del caffè. Sembrava più vecchio di dieci anni. Estrasse di nuovo il telefono e questa volta lo sbloccò. Scorse alcuni messaggi, fermandosi su uno che non potevo leggere. Lo vidi cancellare la risposta che stava scrivendo e ricominciare.
«Mia figlia», spiegò, senza che gli avessi chiesto nulla. «È a Bologna per l’università. Stamattina ha ricevuto una fotografia di me mentre entravo qui.»
Sentii un nodo allo stomaco. «Da chi?»
«Numero sconosciuto. Sotto c’era scritto: Digli di non cambiare programma.»
Enzo, che nel frattempo era tornato, rimase immobile con la mano sulla serranda. «Non ci ha detto che qualcuno stava minacciando sua figlia.»
«Non lo sapevo quando ho prenotato», rispose Riccardo. «Il messaggio è arrivato venti minuti fa.»
«Lei l’ha denunciato?»
L’uomo abbassò gli occhi. «No.»
Presi il cellulare dell’officina e composi il numero delle emergenze, spiegando con calma che avevamo trovato un oggetto elettronico sospetto in un’auto e che il proprietario riferiva una minaccia. Diedi l’indirizzo, poi ascoltai le indicazioni e rimisi a posto la cornetta.
Riccardo non cercò di fermarmi. Quando gli dissi che ci avevano chiesto di non manipolare più l’oggetto e di attendere una pattuglia, si limitò ad annuire.
«Perché era così importante incontrare quella persona?» domandai.
Rimase a guardare il dispositivo nero sul banco.
«Perché sei mesi fa ho firmato un rapporto», rispose. «E adesso so che quello che c’era scritto non era vero.»













