Nel pomeriggio, dopo che la pattuglia se ne fu andata, Enzo mi mandò a fare una consegna di ricambi dall’altra parte della città. Non lo disse apertamente, ma capii che aveva bisogno di vedermi lontano per qualche ora. Accettai. Sistemai le scatole nel furgoncino e guidai lungo la tangenziale di Modena, dove il traffico procedeva a scatti sotto un cielo basso.
Ogni camion che superavo mi faceva pensare a Stefano Rinaldi. Fino a quella mattina, per me era stato il nome di un conducente finito su un giornale. Ora sapevo che qualcuno aveva modificato un rapporto riguardante il mezzo su cui lavorava. Non sapevo ancora se quella modifica avesse contribuito all’incidente, e mi ripetei più volte di non scambiare un sospetto per una conclusione.
La sera Serra mi telefonò per chiedermi di passare in caserma il giorno seguente. Dovevo firmare un verbale dettagliato del ritrovamento e chiarire se avevo fatto altre fotografie. Quando riattaccai, Enzo stava chiudendo il registro di cassa.
«Ti stanno chiedendo ancora di quello?»
«È normale. Devono ricostruire ogni passaggio.»
«La macchina è rimasta qui come ci hanno indicato. Valentini si è fatto accompagnare a casa da un familiare. Non voglio che nessuno dica che l’abbiamo trattenuta noi.»
«Lo dirò nel verbale.»
Enzo rimase pensieroso, poi si sedette davanti a un quaderno pieno di appuntamenti cancellati e riscritti. «Prima mi sembrava tutto semplice. Una macchina riparata, una fattura pagata. Adesso non so più dove finisca il nostro lavoro.»
«Forse finisce dove iniziano le decisioni degli altri», risposi. «Ma quello che vediamo dobbiamo dirlo.»
Non replicò. Prese invece il disco esterno su cui aveva copiato le immagini delle telecamere e lo ripose in un cassetto chiuso a chiave, pronto a consegnarlo come richiesto.
La mattina dopo, in caserma, rividi Riccardo in corridoio. Indossava lo stesso cappotto, ma la barba aveva perso la cura abituale. Mi ringraziò con un cenno. Poi, prima che Serra ci facesse entrare separatamente, disse qualcosa che non mi aspettavo.
«Giulia ha deciso di parlare.»
«È la donna che le ha mostrato la nota?»
«Sì. Ha consegnato quello che aveva a chi indaga.»
Non gli chiesi altro. Avevo imparato, in meno di un giorno, che certe curiosità non aiutavano nessuno. Ma il nome di Giulia Bassi rimase con me mentre raccontavo per la seconda volta come avevo trovato il dispositivo.
Al termine del verbale, Serra mi spiegò soltanto ciò che potevo sapere come testimone: avevano acquisito documenti e stavano verificando la provenienza delle comunicazioni. Non mi disse cosa contenesse l’oggetto nero e non rispose quando le chiesi se Neri fosse già stato sentito.
«Andrea, lei è stato utile perché ha raccontato quello che ha visto. Continui a fare così. Se qualcuno la contatta per farle cambiare versione, ci avvisi.»
Avevo passato gran parte della mia vita professionale a distinguere fra una riparazione e una supposizione. Se un cliente lamentava un rumore, non gli cambiavo metà motore per dimostrare di avere intuito qualcosa. Provavo l’auto, isolavo il difetto, verificavo. Eppure, fuori dall’officina, avevo rischiato di dimenticare quella regola. Mi ero convinto che Riccardo avesse paura di Neri ancora prima che emergessero elementi sufficienti a collegarli. La paura era reale; il responsabile restava da accertare.
Tornai in officina con quelle parole in testa. Enzo aveva una cliente anziana in attesa, il cofano di una Panda aperto e una perdita d’olio da individuare. Passai il resto della mattina con le mani sporche. Il lavoro aveva ripreso la propria forma; non era più rassicurante di prima, ma almeno mi chiedeva problemi che sapevo risolvere.
Nel tardo pomeriggio, Riccardo comparve senza la berlina. Era venuto a ritirare alcuni oggetti personali, seguendo le indicazioni ricevute. Enzo lo accompagnò all’auto e io rimasi in disparte. Al ritorno, l’uomo mi trovò intento a pulire una chiave dinamometrica.
«Le devo delle scuse per come le ho parlato», disse.
Non smisi subito di pulire. «Non è stato piacevole.»
«Pensavo che, se fossi riuscito a riprendermi la macchina, avrei potuto raggiungere Giulia prima che Neri se ne accorgesse.»
«E il dispositivo?»
«Non sapevo che ci fosse. Ma avevo il sospetto che qualcuno controllasse i miei spostamenti. Quando l’ha tirato fuori, ho pensato che chi mi seguiva potesse accorgersene.»
Il ricordo del suo sguardo alla porta acquistò finalmente una spiegazione concreta. «Per questo aveva paura di chi fosse fuori?»
«Avevo paura che qualcuno aspettasse di vedere dove sarei andato. E di chi avrei incontrato.»
Riccardo si appoggiò al bordo del banco. «Giulia aveva conservato una scansione della scheda d’intervento, perché il documento era passato dall’amministrazione insieme alle spese di manutenzione. Non era autorizzata a cancellare l’originale. E infatti lei non l’ha fatto. Qualcun altro ha sostituito il file nel registro condiviso.»
«La copia mostra che i freni non erano stati sistemati?»
«Mostra che l’intervento era stato rimandato. La verifica tecnica dovrà dire il resto.»
Riccardo teneva gli occhi bassi. «Stefano aveva scritto che il pedale diventava troppo morbido dopo alcune frenate. Il mezzo doveva restare fermo. Invece partì il mattino dopo per una consegna urgente.»
«Lei lo sapeva?»
Seguì un silenzio lungo. Riccardo avrebbe potuto rispondere con un’altra spiegazione, parlare del direttore operativo o del rapporto ricevuto in ritardo. Non lo fece.
«Sapevo che c’era un problema da verificare», disse. «Neri mi assicurò che avrebbero fatto il controllo prima della partenza. Io volli credergli perché perdere quella consegna avrebbe significato perdere un contratto.»
Mi sentii gelare. «E ha firmato che il controllo era stato fatto?»
«L’ho firmato dopo l’incidente. Non avevo verificato personalmente nulla.»
Era la prima volta che ammetteva il proprio ruolo senza cercare di spostare tutta la colpa altrove. Posai la chiave sul banco. Potevo accettare le sue scuse per la mattina in officina. Non potevo però dargli quello che sembrava desiderare davvero: l’assicurazione di essere un uomo migliore perché aveva cominciato a dire la verità.
«Signor Valentini, io non posso dirle cosa deve fare con Stefano», risposi. «Ma a lui è successo qualcosa che una fattura o un contratto non possono cancellare.»
Riccardo annuì lentamente. Se ne andò senza aggiungere altro.
Solo più tardi Enzo mi raccontò che la madre di Stefano, ascoltata in una trasmissione locale dopo l’incidente, aveva ripetuto una frase semplice: suo figlio aveva avvisato tutti. Nessuno gli aveva creduto. Quella sera cercai il vecchio articolo sul telefono, ma lo chiusi dopo poche righe. Avrei potuto leggere cento resoconti; nessuno mi avrebbe detto che cosa significasse, per un autista, partire sapendo che il proprio camion non era a posto.













