La pattuglia arrivò dopo mezz’ora. Una donna in uniforme si presentò come maresciallo Laura Serra; il collega che l’accompagnava si occupò delle prime fotografie. Avevano il tono pratico di chi preferisce capire prima di fare domande inutili. Enzo ne fu immediatamente sollevato. Aveva temuto sirene, nastro giallo e clienti curiosi davanti all’ingresso.
Serra ascoltò il mio racconto senza interrompermi. Le indicai il punto sotto il sedile e spiegai di aver già staccato l’oggetto prima di rendermi conto che poteva essere importante. Non provai a sembrare più prudente di quanto fossi stato.
«Ha fatto fotografie quando era ancora fissato?» chiese.
«No. Ho capito dopo che non era un pezzo della macchina.»
«Va bene. Ci racconti esattamente come è andata, anche se pensa di avere sbagliato.»
L’oggetto fu fotografato sul panno e riposto in un contenitore adatto, senza che nessuno tentasse di accenderlo o leggerne i dati lì davanti a noi. Serra precisò che soltanto gli accertamenti tecnici avrebbero potuto stabilire con certezza cosa fosse. Chiese a Enzo di conservare la registrazione delle telecamere e l’ordine di lavoro dell’auto.
«La vettura è arrivata stamattina alle otto e dieci», riferì il mio capo. «Il signore l’ha lasciata e poi è tornato a piedi.»
«Chi ha avuto accesso all’abitacolo?»
«Andrea, io per spostarla, e forse nessun altro. L’abbiamo tenuta quasi sempre dentro.»
Serra annotò la risposta. «Questo ci aiuterà a stabilire i tempi, non necessariamente chi ha montato l’oggetto.»
Riccardo rimase in disparte fino a quando il maresciallo gli chiese di raccontare del messaggio ricevuto dalla figlia. A quel punto mostrò il telefono. La fotografia lo ritraeva davanti alla nostra insegna, di profilo. Era abbastanza nitida da distinguere il cappotto e la targa dell’auto. Serra gli fece salvare il messaggio senza eliminarlo e gli domandò se la ragazza fosse al sicuro.
«Si chiama Sofia», rispose. «Sta andando da una sua amica. Le ho detto di non restare sola.»
«La contatteremo direttamente. Non le chieda di cancellare nulla.»
Riccardo annuì e, per la prima volta da quando era entrato in officina, non sembrò voler dirigere ogni conversazione. Quando Serra gli parlò dell’incidente di Stefano Rinaldi, il volto gli tornò chiuso.
«È in corso una controversia assicurativa», disse Riccardo. «Il nostro ufficio legale segue la questione.»
«Questo non mi dice perché una persona dovrebbe controllare i suoi spostamenti.»
«Ho ricevuto pressioni da un dirigente.»
«Nome?»
«Claudio Neri. Responsabile delle operazioni.»
Conoscevo poco del mondo dei trasporti, ma sapevo distinguere un cliente esitante da uno che stava scegliendo le parole per non compromettersi. Riccardo fissò la tazza di plastica lasciata sul tavolo e continuò con evidente fatica.
Il camion di Stefano era stato fermato due volte nelle settimane precedenti all’incidente, una per un controllo programmato e una perché l’autista aveva segnalato un’anomalia nell’impianto frenante. Il rapporto ufficiale dell’azienda sosteneva invece che la segnalazione fosse stata chiusa dopo un intervento completo. Riccardo aveva controfirmato quella ricostruzione.
«E ora pensa sia falsa?» chiese Serra.
«Ho visto una copia di una nota precedente. Riportava un intervento rinviato.»
«Quando?»
«Ieri sera.»
Il maresciallo smise di scrivere. «Chi gliel’ha mostrata?»
«Giulia Bassi. Lavorava nell’amministrazione della flotta. È stata licenziata a febbraio.»
Serra prese nota del nome e disse che avrebbero verificato tutto attraverso i canali competenti. Non promise arresti né conclusioni immediate. Fu forse questo a convincermi che stavamo finalmente facendo qualcosa di sensato.
Quando i militari finirono il primo sopralluogo, Enzo mi chiamò nel magazzino. Aveva una scatola di filtri in mano, ma non sembrava ricordarsi perché l’avesse presa.
«Non volevo che succedesse questo», disse.
«Nemmeno io.»
«Valentini ci aveva promesso le auto dei suoi dirigenti. Sai cosa significa per noi in un anno?»
«So anche cosa significa consegnare a qualcuno un’auto con un aggeggio nascosto sotto il sedile.»
«Non ti sto dicendo che dovevi fingere di non vederlo.» Si strofinò la fronte. «Sto cercando di capire se questa storia ci travolgerà.»
Enzo teneva l’officina aperta da ventidue anni. Negli ultimi due, tra gli affitti aumentati e le attrezzature da sostituire, aveva smesso di prendere ferie. Certe sue paure non erano avidità. Erano conti che arrivavano ogni mese.
«Risponderemo alle domande che ci faranno», dissi. «Niente di più.»
Dall’ufficio arrivò lo squillo del telefono fisso. Enzo tornò indietro e rispose. Lo vidi irrigidirsi prima ancora che mi chiamasse.
«Andrea. Vieni qui.»
Dall’altro capo una voce maschile, educatissima, chiedeva se l’auto del dottor Valentini fosse pronta e se il cliente avesse già lasciato l’officina. Enzo teneva la cornetta leggermente discosta dall’orecchio. Potevo sentire le parole.
«Chi parla?» domandò Enzo.
«Claudio Neri, Valentini Logistica. Devo soltanto organizzarne il ritiro.»
Riccardo, fermo vicino alla porta, aveva sentito il nome. Scosse la testa con decisione. Enzo guardò Serra, che era ancora nel piazzale e si avvicinò subito, chiedendogli con un gesto di non fornire informazioni.
«Il proprietario dell’auto la richiamerà quando lo riterrà opportuno», rispose Enzo.
L’uomo al telefono lasciò trascorrere un istante.
«Gli dica che non è prudente far perdere tempo alle persone sbagliate.»
Poi chiuse la chiamata.
Non era una prova di chi avesse installato il dispositivo. Nemmeno Serra lo disse. Ma mentre annotava il numero comparso sul display, Riccardo pronunciò una frase che fece cambiare il peso di tutto quello che avevamo appena ascoltato.
Serra chiese a Enzo di non cancellare il registro delle chiamate e di annotare l’orario esatto. Poi domandò a Riccardo chi conoscesse il suo numero privato e se lo avesse comunicato a qualche dipendente. Riccardo elencò poche persone, fra cui sua figlia e un assistente amministrativo. Non escludeva, però, che il numero fosse circolato. Il maresciallo non si lasciò trascinare dalla sua certezza.
«Potrebbe averlo saputo in diversi modi», disse. «Non trasformiamo una coincidenza in una prova. Ci occuperemo di verificare.»
Quell’avvertimento servì anche a me. Da quando avevo trovato l’oggetto, ogni dettaglio sembrava avere un significato nascosto. Il fatto che una cosa apparisse sospetta non autorizzava a inventare il resto. Riccardo si passò le mani sul viso, mentre Enzo controllava per l’ennesima volta che il portone laterale fosse chiuso.
«Neri non doveva sapere che oggi ero qui. L’appuntamento l’avevo preso con il mio numero privato.»













