La telefonata arrivò domenica mattina, poco dopo le sette. Ero in cucina a casa di Silvia, davanti a un cassetto aperto, incapace di ricordare perché stessi cercando un cucchiaino. Sullo schermo comparve un numero sconosciuto. Per un momento pensai di lasciarlo squillare; poi risposi, perché ormai ogni chiamata poteva contenere un pezzo della verità.
«Parlo con Marta Bellini?»
«Sì. Chi è?»
«Mi chiamo Elisa Marin. Abito vicino a Treviso. Credo che dobbiamo parlare di un bambino.»
Afferrai il bordo del lavello. La donna aveva una voce calma, ma tra una frase e l’altra faceva respiri cortissimi. Mi spiegò di aver trovato il mio numero su una copia di un accordo che le era stato consegnato quasi tre settimane prima. Era convinta che si trattasse di un periodo di accoglienza concordato con la madre del neonato. Il giorno precedente i carabinieri avevano parlato con suo marito, Davide.
«Dopo che sono andati via ho riletto quel foglio», disse. «Mi sono accorta che nessuno mi aveva mai fatto parlare direttamente con lei.»
Silvia entrò nella stanza e capì che non era una telefonata ordinaria. Prese un foglio e una penna, senza chiedermi di mettere il vivavoce.
«Pietro è con voi?» domandai.
Seguì un silenzio in cui sentii un rumore simile all’acqua che scorreva da un rubinetto.
«È qui. Adesso dorme.»
Non gridai. Le ginocchia smisero di reggermi e mi sedetti sul pavimento della cucina. Per diciannove giorni avevo immaginato quella risposta in cento modi diversi. Quando finalmente arrivò, riuscii solo a chiedere se mangiava, se respirava bene e se qualcuno lo aveva visitato.
«Lo abbiamo portato dal pediatra», rispose Elisa. «Aveva perso un po’ di peso, ma ci hanno detto come aiutarlo. Ora sta meglio. Noi… lo chiamiamo Tommaso.»
Il nome mi fece male. Era il nome che un’altra donna aveva pronunciato per calmarlo, per svegliarlo, forse per addormentarlo. Cercai di non confondere quel dolore con la cosa essenziale: Pietro era vivo e qualcuno stava parlando delle sue condizioni.
«Signora Marin, adesso avverto gli investigatori», dissi. «Non verrò a casa sua senza indicazioni e le chiedo di restare reperibile.»
«Va bene. Voglio che questa storia finisca nel modo giusto. Non riesco più a capire che cosa mi abbiano fatto credere.»
Appena chiuse la chiamata, Silvia contattò il numero di riferimento della caserma e mi aiutò a trascrivere parola per parola ciò che avevo sentito. Il maresciallo Bortolotti fece le comunicazioni necessarie. Mi raccomandò di non cercare di raggiungere la casa dei Marin e di non pubblicare nulla. Stavano verificando la situazione e dovevano assicurarsi che il bambino ricevesse assistenza senza nuovi spostamenti improvvisati.
L’attesa mi fece tremare le mani. Camminavo dalla finestra al tavolo, poi tornavo alla finestra. Silvia mi obbligò a bere un bicchiere d’acqua. Non per farmi calmare, disse, ma perché non avevo mangiato né bevuto dalla sera prima. Mi sedetti e provai a respirare senza contare ogni minuto.
Lea uscì dalla camera con i capelli arruffati. Vide il mio viso e si bloccò.
«Hai trovato Pietro?»
Mi inginocchiai davanti a lei, cercando parole che fossero vere e che non le promettessero più di quanto sapessi.
«Una donna dice che è con lei e che sta bene. I carabinieri stanno controllando. Appena avremo una conferma, te lo dirò.»
Lea si sfregò gli occhi.
«E se mente come papà?»
«Allora la verità verrà fuori dai controlli, non da una promessa. Tu non devi indovinare a chi credere.»
La bambina mi abbracciò con una forza che mi fece male alla ferita. Non glielo dissi. Aspettai che fosse lei a lasciarmi. Poi la accompagnai da Silvia, che preparò una colazione troppo abbondante per tutti e tre.
Nel pomeriggio l’avvocata Rinaldi mi telefonò con le informazioni che gli investigatori potevano comunicarci. Elisa e Davide Marin abitavano in una casa ai margini della provincia di Treviso. Un anno prima avevano conosciuto Andrea perché aveva riparato l’imbarcazione che tenevano a Chioggia. Durante quei lavori si erano parlati spesso. Elisa aveva attraversato diversi tentativi di gravidanza falliti e non ne aveva fatto mistero.
Andrea, secondo gli elementi raccolti, aveva raccontato loro di una coppia in difficoltà che desiderava affidare temporaneamente il bambino dopo una nascita complicata. Non aveva specificato che quella coppia eravamo noi. Chiara si era presentata come la professionista sanitaria che avrebbe accompagnato l’accordo. Aveva portato carte stampate, un foglio con la mia firma imitata e una spiegazione rassicurante sui tempi della registrazione.
Non esisteva alcun provvedimento valido che autorizzasse quell’affidamento. Nessun servizio competente aveva accertato il mio consenso. Gli investigatori stavano esaminando messaggi, pagamenti e condotte di ciascuno, senza considerare automaticamente i Marin innocenti o colpevoli della stessa cosa.
«E i ventiseimila euro?» chiesi all’avvocata.
«Il movimento è rilevante. A quanto emerge non sarebbe stato l’unico. Le somme sarebbero passate attraverso una prestazione di consulenza mai realmente svolta. Ma saranno gli accertamenti a stabilire chi sapesse cosa.»
Avevo sempre creduto che Andrea fosse semplicemente orgoglioso del suo lavoro. Quando il cantiere andava male, si chiudeva in sé stesso e diceva che avrebbe trovato una soluzione. Non mi ero accorta che per lui una soluzione poteva significare usare la nostra famiglia come garanzia.
Verso sera arrivò una seconda chiamata. Un neonato corrispondente ai dati raccolti era stato trovato nell’abitazione dei Marin. Un medico ne stava controllando la salute e le autorità competenti avevano predisposto misure di tutela. La verifica dell’identità e della filiazione doveva ancora essere completata, ma gli elementi erano concordanti.
«Quando posso vederlo?» chiesi.
«Stiamo lavorando perché accada il prima possibile e in condizioni sicure», rispose Bortolotti. «Non voglio darle un orario che non posso garantire.»
Quella sera presi la mappa che Lea aveva disegnato per Pietro. Finiva alla porta di casa nostra. Con una matita grigia provai ad aggiungere una strada fino a Treviso, ma le distanze non entravano sul foglio. Cancellai due curve, ne tracciai un’altra e infine mi fermai.
Lea sedette accanto a me.
«Non importa se la mappa non è perfetta», disse. «Possiamo farne una più grande.»
Fu la prima volta, dopo il parto, che riuscii a immaginare un domani senza sentirmi in colpa.













