Andrea entrò con due sacchetti della spesa e le scarpe bagnate. Si lamentò del traffico verso il porto, del prezzo del pesce e del fatto che il latte fosse finito. Parlava con l’aria di un uomo stanco che voleva una serata normale. Io osservavo la sua mano posare una confezione di pasta nella credenza, e pensavo alla stessa mano stretta attorno alla coperta verde.
Lea aveva infilato la macchina fotografica nella tasca della mia vestaglia. Si sedette in soggiorno con il quaderno di matematica aperto. Aspettai che andasse in bagno prima di fare la prima domanda.
«Vorrei vedere i documenti di Pietro.»
Andrea continuò a sistemare la spesa.
«Quali documenti?»
«Quelli della nascita. Il certificato del decesso. Qualunque cosa ti abbiano consegnato.»
Si voltò lentamente. «Ne abbiamo già parlato. Ho sistemato tutto io.»
«Lo so. Per questo ti chiedo di mostrarmeli.»
Si appoggiò al lavandino e si sfregò gli occhi.
«Marta, il medico ti ha detto di evitare altri traumi.»
Il medico mi aveva consigliato riposo e sostegno psicologico. Non aveva mai detto che non potevo leggere le carte di mio figlio. Tuttavia non ribattei: ero ancora troppo debole per sostenere una discussione, e non volevo che Andrea capisse cosa avevo visto.
«Domani chiederò una copia in ospedale», risposi.
Lui sollevò la testa di scatto.
«A che scopo? Vuoi davvero ricominciare?»
«Voglio sapere cosa è successo.»
Per tutta la cena tagliò il pane in pezzetti minuscoli. Dopo, accese il televisore a un volume insolitamente alto. Io accompagnai Lea a letto. Sul comodino aveva messo a faccia in giù le fotografie della nostra famiglia.
«Ti fa paura restare sola con papà?» le domandai.
«Non lo so. A volte dice una cosa e poi dice che non l’ha mai detta.»
Mi sedetti sul bordo del letto, facendo attenzione alla cicatrice.
«Hai fatto bene a farmi vedere quelle immagini. Però adesso tocca a me chiedere aiuto. Non devi risolvere tu quello che è successo.»
Lea annuì, ma continuò a guardare la porta. Le promisi che non l’avrei lasciata sola a parlare con Andrea di Pietro.
Quella notte collegai la macchina fotografica al computer. Copiai i file originali senza modificarli, controllai le proprietà delle immagini e inviai una copia a Silvia. Scrissi su un foglio ciò che Lea mi aveva raccontato, distinguendo le parole di mia figlia dalle mie supposizioni. Una fotografia di Pietro vivo alle cinque e diciotto non poteva, da sola, rispondere a ogni domanda. Ma era una ragione sufficiente per iniziare a farle.
Andrea uscì presto, dicendo che doveva controllare un motore fuori garanzia. Aspettai di sentire la sua auto allontanarsi e telefonai al reparto dove ero stata operata. L’impiegata mi spiegò come richiedere la cartella clinica e quali informazioni poteva comunicarmi per telefono.
«Mi interessa soprattutto quello che è stato registrato sul parto», precisai.
«Signora, lei è arrivata dopo un parto avvenuto in casa. La documentazione del suo ricovero parte dall’arrivo dei soccorritori. Per il bambino risultava una presa in carico esterna.»
«E il suo decesso?»
«Non posso confermare un evento che non vedo negli atti disponibili. Deve presentare una richiesta formale e fare le verifiche opportune.»
Non fu una conferma che Pietro fosse vivo. Fu la prima volta che qualcuno, senza conoscere Andrea, non diede per scontata la versione che mi era stata raccontata.
Silvia arrivò a mezzogiorno. Era più giovane di me di quattro anni e insegnava scienze in una scuola di Padova. Guardò le foto in auto, una dopo l’altra. Non pronunciò parole come rapimento o vendita. Mi chiese soltanto dove fossero gli originali e se avevo mangiato.
«Cominciamo da quello che possiamo controllare», disse. «Il resto verrà dopo.»
All’ospedale, una coordinatrice infermieristica ci accolse in una stanza piccola. Spiegai il parto, l’emorragia e la notizia della morte ricevuta soltanto da mio marito. Mi indicò la procedura per ottenere i documenti e prese nota del mio racconto.
«Qui è registrato che alla partenza dell’ambulanza il neonato era stato riferito come nato vivo», precisò dopo una verifica. «Il seguito non è documentato nella sua cartella. Non significa che non esistano altre registrazioni.»
«C’è qualcuno che abbia certificato la sua morte?»
«Non posso dirglielo sulla base di questa schermata. Proprio per questo sarà necessario approfondire con chi di competenza.»
Uscimmo dall’ospedale senza la risposta che desideravo. Mi sentivo male e, per la prima volta, anche furiosa. Avevo passato diciannove giorni a chiedere scusa per le mie lacrime, mentre nessuno mi aveva mostrato un documento verificabile.
Silvia fermò l’auto prima di uscire dal parcheggio.
«Andiamo dai carabinieri. Non torniamo a casa a chiedergli un’altra volta di essere sincero.»
Telefonai alla signora Teresa, la vicina che conosceva Lea da quando era nata, e le chiesi di prenderla all’uscita da scuola. Poi scrissi ad Andrea che avrei cenato da Silvia. Non era una bugia innocente; era il tempo necessario per proteggere una bambina e conservare le prove.
In caserma un maresciallo ascoltò il racconto, chiese i file originali e annotò chi avesse scattato le immagini. Ci domandò anche se fosse stata registrata una nascita, dove avesse avuto luogo la presunta cerimonia funebre e chi avesse constatato il decesso.
«Mio marito dice di essersene occupato», risposi.
«È importante verificare senza anticipare conclusioni», disse. «Per adesso eviti di affrontarlo da sola.»
Prima di uscire chiesi al maresciallo se una madre potesse ricevere comunicazioni ufficiali su un neonato senza che il marito ne fosse informato. Mi indicò le verifiche da intraprendere e mi disse di usare i miei recapiti personali. Avevo sempre lasciato ad Andrea le password e le cartelle delle spese di casa; non mi ero mai resa conto di quanto facilmente quella comodità potesse trasformarsi in dipendenza. Cambiai le credenziali della mia posta prima ancora di mettere piede fuori dalla caserma.
Firmata la denuncia, uscii nel cortile con le gambe molli. Il telefono vibrò. Era Chiara, l’ostetrica. Non mi chiamava da quando ero stata dimessa.
«Marta, Andrea dice che stai malissimo. Vorrei parlarti.»
Mi fermai sotto la tettoia della caserma.
«Dimmi dove hai portato Pietro dopo che l’ambulanza è partita.»
Dall’altra parte sentii un respiro trattenuto.
«Non è una cosa da discutere per telefono.»
«Allora incontriamoci davanti ai carabinieri.»
«Ti prego, non coinvolgerli. Non sai cosa potresti provocare.»
Guardai la porta alle mie spalle. Chiara non sapeva che ero appena uscita di lì. Eppure aveva paura proprio della domanda che avrebbero fatto anche loro.













