La prima volta che dissi a mio marito che avevo paura, lui controllò l’orologio.
Eravamo nell’ingresso di casa, tra due valigie di pelle e il profumo del suo dopobarba. Fuori, Milano era nascosta da una pioggia fitta. Io ero alla trentesima settimana di gravidanza, con le caviglie gonfie e una strana pressione sotto le costole che il medico mi aveva raccomandato di non ignorare.
«È soltanto un convegno», disse Riccardo Bellini. «Tre giorni, forse quattro. Non fare quella faccia.»
Aveva cominciato a chiamare convegni ogni sua assenza. Una volta tornava con cataloghi di macchinari che non sapeva spiegare. Un’altra volta con il segno di un rossetto sul colletto. Io raccoglievo indizi come se il matrimonio fosse un vaso rotto che bastava tenere fermo con le mani.
«Se sto male?» gli chiesi.
Riccardo prese il telefono dal mobile. «Chiama mia madre. O il tuo medico. È per questo che li paghiamo.»
La frase mi colpì più del tono. Non perché fossi incapace di cavarmela, ma perché un tempo, quando avevo la febbre, Riccardo passava la notte sul divano accanto a me. Avevo sposato quell’uomo. Da mesi, però, in casa viveva uno sconosciuto che conosceva perfettamente le nostre password.
Prima che uscisse gli mostrai una fotografia dell’ecografia fissata al frigorifero. Nostro figlio aveva una mano davanti al viso. «Martino si muove molto quando sente la tua voce.»
Riccardo sorrise senza guardare la fotografia. «Allora salutamelo.»
La porta si chiuse. La pioggia riempì il silenzio.
Non sapevo ancora che sarebbe stato l’ultimo giorno in cui avrei chiamato quella casa nostra.
Lavoravo da anni come restauratrice di libri, un mestiere fatto di pazienza e piccoli gesti. Mia nonna diceva che saper riparare la carta non significava poter salvare tutto. Io non le avevo mai creduto davvero. Per Riccardo avevo lasciato Torino, spostato il laboratorio, modificato progetti e orari. Ero diventata abilissima a fare spazio.
La seconda sera mi scrisse un messaggio: Riunioni fino a tardi. Dormi.
Risposi con la foto di una tutina color senape che avevo comprato per Martino. Sullo schermo comparvero due spunte grigie. Nient’altro.
La mattina dopo chiamò Serena, una collega amministrativa della Bellini Impianti. Non eravamo amiche, ma ci conoscevamo da anni. Sembrava scegliere ogni parola con cautela.
«Giulia, ti disturbo?»
«Sono a casa. Che succede?»
«Riccardo è raggiungibile?»
«Pensavo fosse con voi al convegno.»
Serena tacque così a lungo che sentii il rumore del traffico dalla sua finestra.
«Non c’è nessun convegno aziendale questa settimana», rispose infine. «Scusami. Credevo lo sapessi.»
Le chiesi dove fosse. Non volle dirmelo, o non lo sapeva. La ringraziai con una calma che non riconobbi nella mia voce. Poi andai in cucina a bere dell’acqua. La bottiglia mi scivolò dalle dita e si ruppe sul pavimento.
Fu allora che sentii il primo dolore, una stretta improvvisa e profonda. Mi appoggiai al tavolo, aspettando che passasse. Avevo letto abbastanza da sapere che alcune contrazioni potevano essere innocue. Ma il dolore tornò, e stavolta vidi sangue sui miei pantaloni chiari.
Telefonai al pronto soccorso ostetrico. Mi dissero di chiamare subito il numero di emergenza e di non mettermi alla guida. Poi provai a raggiungere Riccardo. Una chiamata. Due. Cinque. Alla sesta, rispose una voce femminile, lontana, prima che la linea si interrompesse.
Mandai un messaggio: Sto sanguinando. Sono sola. Rispondimi, ti prego.
Mentre aspettavo l’ambulanza, mi sedetti sul pavimento dell’ingresso, lontano dai vetri della bottiglia. Sullo schermo arrivò una risposta.
Non posso parlare. Risolvi con il medico.
Lessi quelle parole due volte. Era possibile che non avesse capito? Scrissi di nuovo: Potremmo perdere Martino.
Il telefono rimase immobile.
L’infermiera che mi accompagnò sull’ambulanza mi chiese il nome di una persona da contattare. Dissi quello di mia sorella Elena. Non quello di mio marito. La differenza, in quel momento, mi sembrò piccolissima. Più tardi avrei capito che era stata la prima decisione importante presa senza Riccardo.
In ospedale le luci erano troppo bianche e ogni porta sembrava chiudersi prima che potessi fare una domanda. Un’ostetrica mi strinse la mano mentre qualcuno preparava una sala operatoria. Le dissi il nome del bambino, come se bastasse pronunciarlo perché restasse con me.
«Si chiama Martino.»
«Lo so», rispose lei, leggendo il braccialetto. «Siamo qui con te.»
Cercai ancora il telefono. Non per chiamare Riccardo: volevo soltanto vedere se, finalmente, avesse scritto. Non c’era nulla.
Quando l’anestesista mi chiese di contare all’indietro, pensai alla tutina senape piegata sul letto della cameretta. Non avevo ancora tolto l’etichetta. E mi aggrappai a quel dettaglio assurdo come a una promessa.
Poi non sentii più la pioggia.
Nella tasca del cappotto che avevo lasciato vicino alla porta trovai anche il biglietto per un corso di preparazione al parto. Avremmo dovuto andarci insieme il sabato successivo. Riccardo aveva promesso di liberarsi, poi aveva chiesto di rimandare perché un cliente importante non poteva aspettare. Riposi il biglietto sul mobile, accanto alle chiavi. Per ore continuai a pensare a quella promessa ordinaria, alla facilità con cui ero riuscita a crederci.













